La tutela non basta
Fabrizio Bottini
Un interessante studio della Campaign to Protect Rural England sottolinea la centralità di una legge urbanistica quadro che dia valore intrinseco al territorio
A furia di prenderli in giro, quei frescaccioni magari in malafede che spargono di “a misura d’uomo” qualunque dichiarazione l’hanno smessa. Ma solo per attaccare subito dopo con un'altrettanto banale litania di “sostenibile”. In cui sostenibile diventa un po’ tutto, dai nuovi modelli di auto che inquinano meno localmente, a qualche iniziativa di facciata sui rifiuti, o l’edilizia. Insomma si tira in ballo il pianeta ad ogni piè sospinto, sperando che l’interlocutore si faccia abbagliare dall’immensità del problema, e sorvoli sui dettagli. Ma come dice quel vecchio proverbio tedesco, il diavolo si nasconde proprio nei particolari: è lì che le pie intenzioni delle dichiarazioni di principio trovano conferma o smentita. Ed è lì che si verifica la famosa “misura d’uomo”, al millimetro.

Un caso lampante di questo tentativo da imbonitori è il progetto di nuovo National Planning Policy Framework messo a punto dal governo di coalizione britannico, notoriamente e volontariamente imbeccato su parecchi aspetti dagli interessi economici legati all’edilizia. L’obiettivo dichiarato era la semplificazione e unificazione degli attualmente vigenti documenti quadro tematici, eliminando doppioni, possibili contraddizioni e confusioni, rendendo più lineare il processo di approvazione dei progetti. Ma le esagerate frequentazioni amichevoli, dentro e fuori l’orario di lavoro, fra costruttori e responsabili ministeriali (eletti e tecnici) hanno prodotto una indebita sparata sulla solita sostenibilità, ora in bella mostra nel documento in discussione: il National Framework sulle trasformazioni urbanistiche dice infatti che vanno considerate per legge con favore tutte quelle sostenibili. Sostenibili come, in che senso? Viene da chiedersi. Dato che il documento tace su questo fronte, la risposta che si è dato il fronte ambientalista di opposizione suona più o meno: non è che ci obbligherete per legge a credere alla sostenibilità declamata dagli stessi costruttori?

Uno dei classici terreni di discussione sugli impatti dell’urbanizzazione, sostenibili o meno, è quello dello sprawl. Che, ci spiega chiunque abbia studiato in buona fede il fenomeno, fra mobilità privata indotta, consumi di territorio aperto, ed effetti collaterali vari ampiamente prevedibili, controbilancia abbondantemente qualunque beneficio dell’innovazione edilizia, o energetica. Questi sono stati fra l’altro i motivi del quasi accantonamento del programma eco-town tanto caldeggiato dell’ex governo laburista, visto che a fronte di mirabolanti promesse tanti piani si risolvevano in quartieri di palazzine nel bel mezzo della campagna, con qualche intervento high-tech, pannelli solari, turbine, nuovi materiali. Ovvero palesemente insostenibili (tranne negli opuscoli promozionali e sulle riviste di settore, geneticamente amiche). La questione però, se non si vuole affrontare il problema direttamente nei dettagli, dove si annida il maligno, è appunto chiarire nella cornice generale cosa è sprawl e cosa lo è un po’ di meno o non lo è affatto. Cosa è meno insostenibile di qualcos’altro.

Ci prova la Campaign to Protect Rural England, col suo rapporto Protecting the Wider Countryside (febbraio 2012). In cui la classica dialettica fra generale e particolare si gioca su principi base e verifiche territoriali, analisi e sintesi. A partire da una puntuale osservazione su quanto affermato dal governo: nessuno si sognerà mai di andare a costruire su aree tutelate. E vorrei vedere, dicono quelli dell’associazione, ma carte alla mano dimostrano che il sistema delle tutele storiche, naturalistiche, parchi nazionali e non ecc., non garantisce affatto la tutela del territorio rurale in quanto tale, e quindi del territorio tout court, se vogliamo credere che ci debba sempre essere un equilibrio fra città e campagna.

E cosa ci dice, implicitamente ma non troppo, questo studio? Che l’obiettivo di qualunque legge che si occupa di città sia anche quello di occuparsi di campagna, conferendo al territorio un valore intrinseco ben diverso da quello di potenziale supporto al famigerato sviluppo. E che ad esempio come ricordava di recente Richard Rogers anche le città sono da sfruttare nel loro valore intrinseco, sviluppandone al massimo il potenziale sociale, artistico, ambientale, economico. Attraverso una politica ispirata allo slogan “prima al centro”. E poi possiamo discuterne. Il resto lo potete vedere nell’illustratissmo rapporto CPRE scaricabile.
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