Lupi veri e lupi finti
Vittorio Emiliani
Anche in materia di lupi e di cultura del lupo la realtà, in Italia, supera la fantasia. Il 7 febbraio mando al direttore dell’”Unità” Claudio Sardo un breve commento allarmato sui servizi che ho visto in tv su lupi affamati i quali si aggirano vicino o dentro ai paesi appenninici assediati da metri di neve. Allarmato perché temo che il rapporto uomini-lupi venga, in questa emergenza, riproposto in modo arretrato, demonizzando i lupi. Perciò invito la gente a dar da mangiare ai lupi: fanno parte dell’ecosistema appenninico (e in piccola parte anche alpino, a ovest), sono elemento di contrasto per i cinghiali cresciuti a dismisura, il lupo non aggredisce mai l’uomo, sono semmai i cani randagi inselvatichiti a farlo perché conoscono le nostre paure e debolezze. Claudio Sardo pubblica subito il pezzullo. Per due giorni, mentre la neve continua a cadere, non succede niente.
Il 10 febbraio alle ore 12,19’ l’Ansa lancia una “ferale notizia”: MALTEMPO: LUPI AZZANNANO UOMO IN VAL MARECCHIA.
Precisamente a Sant’Agata Feltria nell’alto Riminese. “L’uomo non sarebbe in pericolo di vita”, mentre i lupi “erano stremati dalla fame”.
Mi scrive ironicamente un collega: ti hanno smentito subito. Gli rispondo che resto incredulo. La realtà mi dà ragione. Un paio di ore più tardi la stessa Ansa rivede la versione primitiva:
MALTEMPO: UOMO AGGREDITO HA SCAMBIATO CANI PER LUPI.
“E’ stata una coppia di cani randagi affamati, di grossa taglia, scambiati dall’uomo inizialmente per lupi, ad aggredire un residente a Maiano di Sant’Agata, in alta Val Marecchia”, ecc.ecc. Per la verità poco prima il sindaco si era premurato di rivedere la versione dei “lupi” dicendo che più probabilmente si trattava di randagi inselvatichiti. Il collega mi scrive di nuovo facendomi i complimenti: “Chapeau!” Ma non è finita.
Sulla “Stampa” di Torino vedo che hanno montato una pagina intera sull’episodio con tanto di foto dell’anziano con entrambe le mani bendate e un titolone: “Nel paese accerchiato dai lupi: Attaccato mentre uscivo da casa. Ferito alle mani e un grande spavento: “Non ho avuto il tempo di guardarli".
Ora, già immaginare Sant'Agata Feltria "accerchiata dai lupi" mi è subito sembrato altamente improbabile (sono di quelle parti, le conosco). Il Wwf stima che i lupi in Italia siano dai 600 agli 800, un migliaio al massimo, per lo più in Abruzzo, con famiglie poi sparse sull'Appennino, fino alla Liguria. In Romagna, se non erro, ve ne sono soprattutto sull'Alpe della Luna, nell'alto Casentino, fra Forlì e Arezzo. Comunque, per l’"accerchiamento" di un paese ce ne vogliono davvero tanti, molte decine immagino, forse centinaia.
Poi uno va a leggere il lungo articolo e vi scopre che la situazione è molto più rassicurante. Per quanto riguarda i lupi, nei giorni passati "c'era stato un avvistamento sospetto fra i boschi e la strada". Nulla di certo, di probante, insomma. Un sospetto. Poi il sindaco smentisce il ferito e parla di due cani randagi. Come hanno correttamente riportato le agenzie. In fondo, ma proprio in fondo al pezzo, un agente della Forestale è più tranciante: "I lupi non attaccano l'uomo. Siamo sicuri. Sono stati due cani randagi a ferire Angelo". Nulla di tutto questo figura nel titolo, nel sommario e nei due sommarietti (c'è soltanto un sindaco "possibilista").
Avrei capito se fossimo ancora negli anni della "Domenica del Corriere", una bella tavola di Achille Beltrame o di Walter Molino non sarebbe mancata al signor Angelo. Ma nel febbraio 2012...perché? Per uno scoop? Per montare una campagna contro i lupi predatori? E' arcinoto che sono i cani abbandonati - spesso dagli stessi pastori perché inadatti alla guardiania - a divenire selvatici e aggressivi: loro conoscono l'uomo e le sue paure, mentre i lupi no, per questo non assalgono l'uomo.
Mando una e-mail di questo garbato tenore al direttore della “Stampa” Mario Calabresi. Non mi torna indietro e però non ricevo neppure cenni di risposta. E’ possibile che non l’abbia vista, ma quella pagina l’avrà pur letta. Il mio amico Gianandrea Piccioli, montanaro appassionato e gran camminatore, patito del Parco del Gran Paradiso, mi dice che di lupi non ne ha mai visti ma che la notizia che una “famiglia” è comparsa nella zona, compiendo qualche razzia, ha subito creato un gran subbuglio. Anche perché la Regione tarda un bel po’ nei risarcimenti agli allevatori. Mi domando cosa dovrebbero fare gli abruzzesi che di lupi sui loro monti ne hanno oggi svariate centinaia, più qualche decina di orsi. Invece, per lo più, si sono “acculturati”, sanno che i Parchi sono anche una solida fonte di reddito, hanno costituito persino una Associazione Amici dell’Orso Bernardo a San Sebastiano dei Marsi, paese dove di notte, spesso, l’orsa Gemma e i suoi cuccioli passano, come a Scanno del resto, in cerca di cibo, d’estate (ora sono in letargo). “Voialtri siete amici del lupo, non dell’uomo!” Lo gridavano tanti anni fa ad Antonio Cederna, a Mario Fazio, a Vito Raponi e ad altri come me andati a Pescasseroli a difendere il Parco Nazionale voluto da Benedetto Croce, insidiato anche da un sindaco comunista, uno dei potenti fratelli Spallone che voleva farci passare in mezzo uno stradone da intitolare a Togliatti. Lo gridavano e lo scrivevano sui muri. Lo urlarono di nuovo a me e all’economista Gianni Cannata una ventina di anni fa nel consiglio comunale di Subiaco dove si discuteva del mai decollato Parco regionale dei Monti Simbruini. Ce lo ripeterono avvicinandosi anche minacciosamente, ma eravamo abituati. Oggi non succederebbe più.
Sulle Alpi dove lupi e orsi erano spariti, sterminati da tempo come in Francia, in Baviera e in Svizzera. Famiglie di lupi nostrani sono infatti emigrate dall’Alpe della Luna sopra Forlì e passo dopo passo sono arrivate in Liguria, poi in Piemonte e quindi nella Savoia. Mentre da est sono arrivati sulle Dolomiti orsi in fuga dalle guerre nella ex Jugoslavia. Come le linci. Bisogna ricostruire una “cultura del lupo”, dell’orso, o della lice. Se vogliamo ricostruire e salvare un ecosistema minacciato da asfalto&cemento modello-Cortina. Una delle città più inquinate d’Italia perché, dopo aver distrutto la ferrovia per Dobbiaco, è stata divelta pure quella per Calalzo e così tutti vanno e vengono in macchine e macchinone. Rigorosamente impellicciati e ammorbati dai gas di scarico.
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