I finti scogli di Napoli
Gian Antonio Stella
Anche De Magistris nella trappola dell’ “sviluppo” costruito sulla mercificazione spettacolare e competitiva dei beni comuni? Correre della Sera, 31 gennio 2012
E se avesse ragione Ennio Flaiano? Se venisse confermato per l’ennesima volta che da noi niente è più definitivo del provvisorio? È questo il dubbio di chi si oppone, a Napoli, alla trafelata costruzione per l’America’s Cup di due barriere di 170 metri, il carico di almeno 3.200 camion, in faccia a via Caracciolo. « Piano B. Extralusso » dopo il fallimento del milionesimo piano per Bagnoli. Vi chiederete: ma proprio davanti alla Villa Comunale e a via Caracciolo, che tanti napoletani dicono essere «la più bella strada del mondo col più bel panorama del mondo» dovevano programmare le regate dei catamarani dell'America's Cup Events? Proprio lì devono costruire due «baffi» di una nuova scogliera per 95 metri da una parte e 75 dall'altra per «ricavare un maggiore spazio d'acqua in sicurezza, cioè al riparo della barriera, in caso di mare grosso» più una decina di capannoni di tela per il ricovero delle barche più le altre strutture d'appoggio?

L'errore è nell'uso del verbo «programmare»: come ha ricostruito sul Corriere del Mezzogiorno Angelo Lomonaco, qui non hanno programmato proprio niente. E il luogo è stato scelto all'ultimo istante, nel ricordo delle regate napoletane per le Olimpiadi del '60 (altro secolo, altro mondo...), per mettere una pezza, come dicevamo, all'evaporazione del progetto originale, quello di sfruttare la scusa dell'America's Cup per risanare almeno un pezzo dell'ex area industriale di Bagnoli.

L'ultima puntata di un tormentone iniziato un quarto di secolo fa. Basti dire che sono passati 23 anni da quando Edoardo Bennato compose una canzone che già aveva capito tutto: «Ma che occasione, ma che affare / Vendo Bagnoli chi la vuol comprare / colline verdi mare blu / avanti chi offre di più...» E ne sono passati 16 da quando il governo Dini presentò un progetto di bonifica della zona che prevedeva una spesa di 267 miliardi dell'epoca e si intitolava «Bagnoli 2000» perché avrebbe dovuto «essere completato entro il 1999». Campa cavallo...

Sono anni che i piani per Bagnoli tornano e ritornano. In tutte le salse. Compresa, appunto, la salsa velista. Con il progetto di portare nell'area un tempo occupata dall'ex Italsider le finali dell'America's Cup del 2003. Quella vera, finita poi a Valencia. Obiettivo fallito. Anche stavolta erano ripartiti da lì, da Bagnoli. Quel territorio un tempo stupendo stuprato da una industrializzazione sbagliata insieme con l'isola di Nisida cantata dallo stesso Bennato: «Non è un problema ecologico per carità / Nisida è un classico esempio di stupidità».

Solo pochi mesi fa, il 6 agosto, una nota del governatore campano (di destra) Stefano Caldoro, del sindaco (vendoliano) Luigi de Magistris e del presidente partenopeo dell'Unione degli Industriali Paolo Graziano esultava: «Siamo ormai vicinissimi a un grande traguardo che rappresenta una occasione di crescita e sviluppo per l'intero territorio». Che te ne fai del sole, del Vesuvio, del mare, di Capri, di Castel dell'Ovo e dei musei meravigliosi senza uno straccio di regata velica? Poi, l'autoelogio: «È il segno evidente che quando funziona la collaborazione fra le diverse istituzioni e c'è voglia di fare...».

Sì, ciao. Mancava il via libera del ministero dell'Ambiente. Per settimane e settimane, l'hanno aspettato. Finché il 15 dicembre, quando mancavano solo tre mesi e mezzo all'inizio delle regate fissato il 7 aprile, gli amministratori hanno dovuto arrendersi: «Abbiamo pronto un piano B». Via Caracciolo. Con il vantaggio di poter usare l'occasione, se proprio non si può risanare Bagnoli, di risanare almeno il cosiddetto «lido Mappatella», una spiaggia definita dagli stessi organizzatori «una vergogna cittadina» da sostituire con «un'attrezzatura balneare e di svago degna di una città civile». Tre giorni dopo Caldoro confermava: «Piano B». Via Caracciolo. «Soluzione molto apprezzata dagli americani», parola del vicesindaco Tommaso Sodano. Ci credo: e dove lo trovavano un palcoscenico più bello? Che importa loro dei problemi urbanistici napoletani?

Il guaio è che devono esser fatte le scogliere che dicevamo per allungare di qua e di là la barriera già esistente davanti alla rotonda Diaz. Totale delle rocce da posare: il carico, se il mare non consentisse l'uso delle chiatte, di almeno 3.200 camion. Un viavai infernale. Che costringerà a chiudere per settimane al traffico via Caracciolo dirottando il caos della viabilità partenopea, che già impressionò Alphonse de Sade, sulla parallela riviera di Chiaia.

Problema: tutta l'area sottoposta a tutela. «Sono vietati ormeggi stagionali, passerelle, pontili, boe fisse e simili in acqua, finalizzati all'ormeggio dei natanti, nonché tavolati, passerelle e attrezzature da spiaggia al di sopra delle scogliere; piattaforme in cemento armato o in muratura; baracche e/o prefabbricati». Parole così rigide da non poter essere aggirate. Come uscirne? Idea: il vincolo non parla di opere «provvisorie». Passata la settimana di regate, basta togliere tutto...

Ma ve li immaginate, a Napoli, gli escavatori e le gru e i camion che rimuovono una scogliera artificiale di 170 metri perché «provvisoria»? Per poi magari ricostruirla, avanti e indrè, per l'altra settimana di regate nel 2013? Dicono: ci sono già i finanziamenti per la rimozione. Sinceramente: dopo tante prove di inaffidabilità ci si può fidare?

Se lo sono chiesti in tanti, sul Corriere. Da Gerardo Ragone a Paolo Macrì, da Benedetto Gravagnuolo a Mirella Barracco, anima della fondazione «Napoli novantanove». La quale ha posto il tema: perché spacciare l'iniziativa come «una panacea di tutti i nostri mali»? Perché ripetere («Ancora!») la formula imbolsita che le regate serviranno a offrire «una nuova immagine di Napoli nel mondo»? Molto meglio, «per dimenticare la mortificazione mondiale del disastro rifiuti, dal quale si comincia appena a venir fuori» recuperare un «grado di civiltà e di vivibilità. Un bene comune, questo sì, che non può essere tolto ai napoletani sottoponendoli a mesi di inferno in cui diventerà impresa ardua recarsi al lavoro o a scuola». È con la buona manutenzione e il ritorno a una vita «normale», insomma, che si recupera credibilità: «Perché perseverare a farci del male?».
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