Dopo il land grabbing in Africa, la Cina passa all'asset grabbing in Europa
Alessandro Farulli
Stiamo diventando la nuova terra di conquista della Cina. Non è purtroppo una provocazione, semmai l'avverarsi di profetiche previsioni dei nostri nonni che probabilmente avevano intuito come stava girando il mondo. Conseguenze di una globalizzazione lasciata alle pure regole del mercato, ma non quello finanziario, ecco la novità. La Cina, infatti, probabilmente ha imparato la lezione - a differenza nostra - del crack del 2007, e invece di continuare a comprarsi i debiti degli altri, gli Usa e oggi quelli Ue, ha scelto un'altra strategia, certificata e confermata oggi in un articolo del Sole24Ore: «piuttosto che comprare obbligazioni pubbliche - scrivono Gianluca di Donfrancesco e Luca Vinciguerra - la Cina preferisce intensificare lo shopping sugli scaffali dell'economia reale».

Come e perché? «La crisi dell'economia e delle finanze pubbliche di tanti Paesi dell'Eurozona facilita questo shopping, con gli Stati più indebitati impegnati in massicci piani di privatizzazioni per recuperare le risorse necessarie a rimettere sotto controllo i conti pubblici. Per questa via la Cina è riuscita a penetrare in uno dei settori strategici del Vecchio continente, quello dell'energia, con l'acquisizione di Energias de Portugal».

Va detto che Frau Merkel aveva chiesto e più volte auspicato che il Portogallo trovasse un partner europeo, ma anche per la cancelliera tedesca vale il vecchio adagio: è il mercato, bellezza. E i lusitani hanno venduto al miglior offerente. Questa politica del vendere i pezzi migliori della propria economia per rispettare una politica fatta solo di numeri e bilanci e all'insegna dell'austerità senza prospettiva mostra dunque subito la corda. Ed il brutto è che siamo solo all'inizio.
Scrive sempre il Sole: «Lisbona ha bisogno di far cassa in fretta per rispettare le clausole del piano di salvataggio da 78 miliardi promosso da Ue e Fmi. E soprattutto per non fare la fine della Grecia. Nel loro shopping, le aziende cinesi possono invece permettersi di largheggiare. Per Edp, la Three Gorges ha sborsato un prezzo del 53% superiore ai corsi di Borsa e ha inquadrato la proposta in un ampio piano di supporto all'economia portoghese che promette di arrivare a 8 miliardi di euro. Sbaragliata la concorrenza della tedesca E.on, che aveva a sua volta messo gli occhi su Edp. Prima ancora era stata Atene a cedere pezzi alla Cina. Nella primavera del 2010 il porto del Pireo è finito preda del colosso della logistica Cosco, con un'operazione da 3,3 miliardi».
E l'Italia del credibilissimo Monti? «All'inizio dell'anno, il 75% del gruppo Ferretti, la casa romagnola di imbarcazioni di lusso, è passata alla Shandon Heavy Industries, con un'operazione da 374 milioni». Per ora siamo all'acquisizione non nuova del "made in italy", un'altra operazione più piccola è quella per la De Tommaso di Rossignolo, ma se piove di quel che tuona potremmo ritrovarci a un'offerta per Enel oppure per Eni. Qualcuno dirà che è un bene, questo ci darà soldi per migliorare i nostri conti pubblici, peccato però che poi a quel punto il piano energetico nazionale ce lo farà Xi Jinping, e non solo a noi.

L'altra considerazione è che al netto di tutte le diseconomie o malfunzionamenti degli apparati pubblici e delle sue partecipazioni nelle grandi aziende del Paese, la cosa vale per l'Italia come per il resto dell'Ue; se la Cina investe proprio negli asset infrastrutturali e nelle industrie del Vecchio Continente invece che nei loro titoli di carta, queste devono offrir loro maggiori garanzie. Non sono, come dire, così da buttare come ci vogliono far credere e anzi potremmo dire, provocatoriamente ma nemmeno più di tanto, che anche questi sono beni comuni, come lo sono la solidarietà tra i Paesi dimenticata purtroppo come nel caso Grecia, come lo è il welfare faticosamente costruito negli anni e ora da cambiare ma in meglio. Tutti beni comuni, ribadiamo, che non sarebbe affatto opportuno vendere, meno che mai svendere, come invece siamo o saremo costretti a fare con le attuali asfittiche politiche di mero bilancio.

Non si tratta di avere una politica contraria alla globalizzazione, si tratta di non soccombere e di partecipare alla globalizzazione con un ruolo da protagonista e con un'idea di sviluppo diversa da quella perpetrata fino ad oggi. Se l'Africa è diventato il continente dove "comprarsi la terra" per coltivare, l'Europa rischia di diventare la terra dove comprare "gli asset energetici e le industrie" più all'avanguardia o almeno più affidabili e redditizie. Anche perché avere una fabbrica portoghese - per restare nell'esempio - è un conto, avere uno dei "maggiori produttori di energia elettrica europei ed uno dei più importanti gruppi industriali del Portogallo" è un altro. Significa avere in mano in parte anche le sorti di una nazione e dei suoi abitanti nelle proprie mani. E si dirà ancora: ma la Cina non ha alcun interesse a far crollare l'economia Ue. E infatti non la vuol far crollare, anzi, la vuol fare sopravvivere ma pro domo sua. Con buona pace delle democrazie tutte, prese a schiaffi dai mercati e fagocitate dal dirigismo cinese, "armonioso", of course.

A tre anni dalla crisi, quindi, sempre il Sole (di sabato scorso) ci erudisce sul fatto che l'economia finanziaria è di nuovo zeppa di quattrini e la domanda è se «questa liquidità riuscirà a far girare il motore dell'economia vera (non solo quello effimero della finanza), oppure le banche centrali stanno semplicemente gettando acqua in un lavandino ingorgato?». Per lo stesso Sole «una risposta è impossibile da dare oggi, perché l'effetto reale di politiche monetarie di questo tipo va valutato nel lungo termine. Ma in fondo è questo il vero paradosso: la liquidità abbonda, ma - per ora - non arriva a chi ne ha veramente bisogno». Non solo, l'Ue si sta avvitando con una politica economica fondata sull'austerità (non premiata peraltro neppure dalle società di rating, per quello che vale, vedi Moody's..) e figlia di ragioni elettorali che ne accorciano ancora di più il fiato.

C'è quindi il forte rischio che i nostri destini (e quelli della Grecia e del Portogallo...) non verranno decisi a Bruxelles o dai gemelli diversi Merkel-Sarkozy, ma da visite e incontri come quelli iniziati ieri negli Usa dal vice-presidente cinese, Xi Jinping, definita a Pechino  «cruciale per far progredire il  partenariato di cooperazione tra la Cina e gli Stati Uniti», un partenariato che sembra avere in palio anche l'egemonia su quello che poteva essere il "terzo incomodo", cioè l'Ue, come ha dimostrato anche la cronaca provincialistica e prona che molti giornali italiani hanno fatto della visita di Mario Monti a Barack Obama, praticamente ignorata come quella di un Paese minore dalla stampa Usa.
La Cina quindi si approfitta di una debolezza allarmante dell'Ue e, forse qualcuno ancora non lo sa, si sta persino comprando i nostri rifiuti, giusto per non farsi mancare niente. Non quelli indifferenziati, sia chiaro, quelli differenziati dalle nostre manine.

Nel frattempo vittime degli speculatori e delle loro macchine e algoritmi le materie prime hanno perso ogni contatto con l'economia reale, e le quotazioni di quelle alimentari - vittime di questo gioco al massacro - affamano gli ultimi del mondo. Questo è il capitalismo moderno e sicuramente, come dice l'ex ministro Vincezo Visco sull'Unità, siccome non si torna indietro e serve "innovazione", è un'analisi corretta individuare la "necessità di una gestione controllata delle economie". Ma, sul come, nessuno dà risposte. Le nostre sono da non economisti e le ribadiamo: un consiglio di sicurezza Onu per l'economia e la realizzazione di una no fly zone sulle commodity. Tuttavia migliori soluzioni vorremmo sentircele proporre da chi è demandato a farlo. Difficile, tuttavia, che accada quando il problema ci pare neppure venga posto...
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