Il cerino che nessuno vuole
Tomaso Montanari
Napoli all’inseguimento del “grande evento” – le regate di Coppa America - e la dignità della tutela svenduta dagli azzeccagarbugli del Mibac. Corriere del Mezzogiorno, 1° febbraio 2012 (m.p.g.)
Un marziano potrebbe pensare che in una città amministrata nel nome della legalità e del bene comune la discussione verta su come incarnare e rendere concreto lo spirito delle leggi, onorandone, e financo superandone, la lettera in nome dei principi superiori che esse traducono in norma.
Tradotto in pratica: quel marziano potrebbe pensare che a Napoli si discuta su come rendere più bella, pulita e sicura la Villa Comunale o su come proteggere dal traffico Via Caracciolo.

E quel marziano si sbaglierebbe di grosso, perché – tutto al contrario – la discussione non è sullo spirito, ma sulla lettera della legge: e cioè su come e su quanto si possano aggirare i numerosi vincoli che mettono al sicuro quei luoghi meravigliosi.
In questa nobile caccia al cavillo, poi, nessuno vuole rimanere col cerino acceso in mano.

Il primo passo lo ha fatto l’amministrazione comunale, chiedendo alla Soprintendenza se i vincoli consentono di prolungare la scogliera e di collocare le installazioni necessarie alle regate. E qui c’è la prima anomalia: ad un’amministrazione che ha i valori che dice di avere quella presieduta da Luigi De Magistris non dovrebbe venire nemmeno in mente di compromettere (anche solo temporaneamente) uno straordinario bene comune come il paesaggio del Lungomare. E il punto non è se il vincolo lo consente o meno: ma se quel progetto è giusto, sano ed educativo. Non tutto quello che i vincoli consentono va necessariamente fatto: almeno se il progetto è quello di rivoluzionare il modo di fare politica e di amministrare una città.

E qui inizia il balletto delle responsabilità.
Il soprintendente al Paesaggio Stefano Gizzi è chiaramente poco entusiasta del progetto, ma si limita a dire ‘ni’ rinviando la decisione.
Vista la complessità dei vincoli e la molteplicità delle competenze coinvolte, la palla passa dunque al Direttore generale regionale del Mibac, Gregorio Angelini: il quale si guarda bene dal decidere, e interpella l’Ufficio legislativo del Ministero, a Roma. Naturalmente, il responso dell’ufficio non sostituisce formalmente la decisione del Direttore regionale: ma è evidente che la mossa ha anche il valore mediatico e politico di condividere la responsabilità con Roma, se non proprio di scaricarsela di dosso.
Ebbene, ora che Roma locuta est, è finita questa interminabile causa? Manco per sogno, perché anche al Legislativo del Mibac stanno bene attenti a non rimanere col cerino in mano. Il parere (firmato dal capo dell’Ufficio, Paolo Carpentieri) è per certi versi così abilmente ambiguo che il marziano di cui sopra potrebbe ben chiedersi a cosa diavolo servano questi benedetti vincoli, visto che un vincolo che vieta di collocare gli ombrelloni d’estate potrebbe esser piegato a consentire la costruzione di oltre centocinquanta metri di scogliera.

Ciò nonostante, ci sono alcuni punti fermi.
Il primo è che, mentre strutture stagionali sarebbero vietate, la Soprintendenza può, in questo caso, dare parere favorevole perché le «opere precarie» della Coppa (cioè passerelle, ormeggi, ponti e boe) rimarranno in loco «pochissimi giorni».
A questo ragionamento sfugge però il prolungamento della scogliera, che – con tutta la buona volontà – è difficile definire un’«opera precaria». In un passaggio, i giuristi del Mibac riconoscono, infatti, che la scogliera «presenta un notevole impatto sull’ambiente», per poi precisare: «ma non sembra porre problemi di compatibilità con il vincolo». E qui è impossibile non chiedersi: la Direzione generale avrà a cuore l’ambiente, o avrà a cuore il vincolo?
Si tratta a quel punto di fidarsi dell’Amministrazione, accettando di considerarla opera «di cui si assume sia certa la rimozione, stante l’impegno espressamente assunto in proposito dal Comune di Napoli». Dunque, conclude il parere, il progetto potrà essere autorizzato «soltanto sulla base di idonea valutazione che – previo specifico e puntuale accertamento degli elementi e delle circostanze di fatto idonei a rendere certa e sicura la pronta rimozione dei manufatti – tenga conto, da un lato dell’impatto visivo delle opere sul paesaggio marino, e dall’altro, del tempo più o meno lungo di permanenza della modificazione dello stato dei luoghi, anche in considerazione dei tempi stimati di installazione e di rimessione in pristino».

Ora cosa succederà? Al Mibac si fa notare che il direttore generale Angelini potrebbe, sì, dare l’autorizzazione, ma condizionandola a tali e tanti paletti da rendere l’operazione di montaggio e smontaggio macchinosissima e costosissima. Perché almeno una cosa, il parere la rende chiarissima: la scogliera e le altre opere non potranno restare fino alle regate del 2013, ma dovranno essere realizzate e dunque smontate per ben due volte, quest’anno e il prossimo (il che, se ha ragione Gian Antonio Stella, vuol dire 3200 camion carichi di pietre che vanno e vengono per quattro volte: senza contare le messe in opera). Ed entrambe le volte dovranno rimanere in loco solo per lo strettissimo indispensabile: cioè pochissimi giorni oltre ai nove delle regate.
Dunque, il cerino tornerà probabilmente nelle mani del sindaco De Magistris: a cui spetterà chiedersi se davvero Napoli ha bisogno di questo Grande Evento, a queste condizioni.
E a quel punto, piegata la lettera della legge, vedremo almeno chiaramente dove soffierà lo spirito.

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