Jabil, si tenta il bis dell'Innse
Antonio Sciotto
Transit-Oriented-Development, uno slogan americano in voga si potrebbe declinare nell’area metropolitana milanese. Il manifesto, 3 gennaio 2012, con postilla . (f.b.)
È stato un Capodanno amaro, amarissimo per gli operai della Jabil. I 320 lavoratori (la metà donne) della componentistica elettronica di Cassina de' Pecchi, alle porte di Milano, occupano la fabbrica dal 12 dicembre, quando la multinazionale statunitense Jabil ha lucchettato le entrate e fatto partire le lettere di licenziamento. Un presidio esterno era stato messo in piedi già da luglio scorso, quando si era cominciato a intuire che l'impresa aveva intenzione di smobilitare, ma tre settimane fa la situazione è precipitata e le tute blu hanno deciso di occupare le linee. «Vogliamo presidiare i macchinari, i manager hanno già tentato di portarne via alcuni - spiega il delegato della Fiom Roberto Malanca - Ma noi abbiamo intenzione di salvare la produzione e i nostri posti, da qui non ci muoviamo: in 100-120 facciamo a turno per tenere in piedi il presidio, assicurando 24 ore su 24 la presenza di 20-30 persone».

La storia della Jabil ricorda quella della Innse, la fabbrica (anche quella milanese) salvata dai suoi stessi operai: da un lato il padrone che voleva vendere perché disinteressato a produrre, e piuttosto intenzionato a mettere a valore il terreno su cui insisteva l'impianto; dall'altro, le tute blu coscienti di non lavorare per uno stabilimento decotto, ma al contrario capace di servire più committenti. «Il sito in cui è posta la Jabil - spiega ancora il delegato Fiom - dà lavoro a 1100-1200 persone, inclusi noi. È un'area enorme, di 160 mila metri quadrati, a duecento metri dalla fermata della metro Cassina de' Pecchi: nel 2011 è scaduto il piano regolatore e si può immaginare che, se dovesse scomparire l'industria, nel nuovo piano che il Comune sta mettendo a punto, potrebbe cambiare la sua destinazione da industriale a commerciale/abitativa. Non a caso abbiamo chiesto al sindaco di Cassina di dichiarare pubblicamente che la destinazione d'uso rimarrà quella attuale, ma finora non abbiamo avuto alcuna risposta».

Le linee della Jabil fanno parte di un più ampio sito in comune con la Nokia-Siemens e con altre ditte minori: la proprietà del terreno è della stessa Nokia, e i lavoratori dipendevano fino al 2007 dalla Siemens; poi, entrata la Nokia in joint venture con Siemens, nel 2007 oltre 300 operai sono stati ceduti (con il montaggio e il collaudo) alla multinazionale Jabil, con l'impegno da parte di Nokia a garantire 3 anni di commesse, scadute l'anno scorso e non rinnovate. La Jabil, che ha sempre puntato soprattutto sulla maxi-commessa Nokia, lasciando poco spazio ad altri committenti (che pure, a detta dei sindacati, si sono presentati a più riprese), nel 2010 ha così deciso di cedere tutto al fondo statunitense Mercatech: «Sotto quel fondo si accumularono montagne di debiti, fino a 70 milioni di euro, tanto che decidemmo di chiedere l'amministrazione controllata - dice Malanca - Ma poi la Jabil ritornò improvvisamente sulla scena e riacquisì la fabbrica, impegnandosi a presentare un piano per il rilancio».

Il rilancio, però, non è mai arrivato, come non si è mai visto un piano: a fine settembre scorso la Jabil ha dichiarato di voler chiudere e ha fatto partire le procedure per i 320 licenziamenti. «E dire che i committenti sono stati tutti allontanati - spiegano dal presidio - La Jabil ha 80 mila dipendenti nel mondo, altrove ha commesse da Ericsson, Philips e altri big. Qui da noi in primavera era arrivata la Huaway, multinazionale cinese dell'elettronica, che aveva chiesto dei prototipi, e avrebbe portato lavoro. Ma la dirigenza ha allontanato tutti, e si è intestardita solo sulla commessa Nokia: finita quella, ha potuto presentarsi al tavolo del ministero con la fabbrica ferma, giustificando la crisi».

I dipendenti spiegano che tutto il sito Nokia-Siemens potrebbe presto essere smobilitato, sempre per liberare il terreno per eventuali mire edilizie: la Nokia pare abbia manifestato la volontà di spostarsi a qualche chilometro di distanza, in un impianto in affitto, per poter vendere, magari, Cassina. Ha già ceduto 250 ingegneri e ricercatori alla canadese Dragon Wave.

«Chiediamo di essere convocati dal ministro dello Sviluppo Corrado Passera - dice Giacinto Botti, segretario regionale Cgil - Io stesso ho lavorato negli anni Settanta e Ottanta in quel sito, che nei tempi d'oro dava occupazione a oltre 2400 persone. La vocazione di Cassina è industriale: il paese, le banche, il commercio, la stessa metro, tutto è sorto grazie all'industria e ora è arduo vedere un futuro diverso. I lavoratori hanno tra i 35 e i 50 anni, abbiamo finito i prepensionamenti e non resta ormai che la cassa in deroga. Stanno lanciando lo stesso appello dell'Innse: non vogliamo vivere di ammortizzatori ma di industria; Jabil, Nokia e la politica locale e nazionale intervengano. D'altra parte la Lombardia ha il 30% della manifattura nazionale e la crisi sta cambiando il panorama: cassa integrazione e licenziamenti stanno sostituendo il lavoro, dobbiamo arrestare questa deriva».

postilla

Non solo il caso Jabil è analogo a quello Innse, vistosa protesta sui tetti a parte, ma è forse più emblematico dal punto di vista dello sviluppo territoriale, che come si sa è altra cosa rispetto al famigerato “sviluppo del territorio”. Se la dismissione dell’ex area Innocenti a Lambrate, ancora a cavallo della Tangenziale Est, poneva a livello cittadino il tema di una riduzione di Milano a pura funzione residenziale e terziario-speculativa, quella Nokia-Jabil sull’asse di sviluppo insediativo nord-est rilancia esponenzialmente il tema, enfatizzando proprio la componente territoriale. Non si tratta, ancora, semplicemente di speculazione, ma di rinuncia a qualunque strategia di integrazione funzionale, cosa resa più grave dalla latitanza di un efficace organo di coordinamento a scala vasta (e si vogliono pure abolire le Province senza capire bene cosa mettere al loro posto!).

Il Transit Oriented Development citato in occhiello, altro non è che la contemporanea reazione d’oltreoceano ai danni della segregazione funzionale, che ha prodotto sprawl e degrado urbano: in pratica è il vecchio modello del quartiere “neighborhood unit” a cui si aggiungono funzioni produttive e una stazione al posto della scuola dell’obbligo. Tutto l’asse di sviluppo a cui appartiene l’area Jabil oggi, grazie anche alla cultura anni ’60 del Piano Intercomunale Milanese, è ricchissimo di potenzialità del genere. Ci si intrecciano integratissimi i tre assi di trasporto su gomma (Padana Superiore), ferro (MM2 extraurbana), e della mobilità dolce pedonale-ciclabile; convivono centri storici abbastanza ben conservati, cospicui residui di verde agricolo, periferie nuove per nulla degradate, e un ricco tessuto produttivo focalizzato per nodi.

Purtroppo, in assenza di una regia concreta e dotata di autorità, salvo l’acqua fresca di volontaristici Piani d’Area o Schemi Strategici, anche le politiche territoriali dei comuni devono in un modo o nell’altro adattarsi a ciò che passa il convento, e “valorizzare le occasioni” che capitano. In questo senso la lotta di una fabbrica avanzata, in un settore affatto in crisi, pone davvero in primissimo piano sia il rapporto fra assetto territoriale e sviluppo sostenibile, sia l’urgenza di varare al più presto la Città Metropolitana, perché pur nei suoi limiti di programmazione e pianificazione possa svolgere alla scala necessaria un ruolo di regia, a evitare che prosegua - indisturbata e indisturbabile - questa dissipazione di ricchezze, comprese quelle lasciateci in eredità dalla cultura urbanistica-amministrativa del XX secolo (f.b.)



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