L'ingannevole apoteosi del capitalismo «eterno»
Luciano Canfora
«Capire il movimento storico che continua incessante sotto i nostri occhi» non è facile, sebbene sia indispensabile. Corriere della sera, 5 gennaio 2012
Una delle illusioni ricorrenti del pensiero umano è di ritenere di vivere il punto d'arrivo della storia. Non è esatto che tale veduta sia stata caratteristica soltanto del pensiero antico, privo di mentalità storicistica. Certamente in alcuni storici e pensatori di età classica si coglie la persuasione di vivere nella «pienezza dei tempi», al culmine cioè di uno sviluppo del quale non si immaginano ulteriori tappe. Ma assai più diffuso è, semmai, in quell'età, il convincimento che la storia umana non sia stata che una continua decadenza.

È noto che il sovvertimento radicale di tale prospettiva è dovuto al pensiero storico di matrice cristiana, in particolare all'influenza di un gigante del pensiero tardoantico quale Agostino, alla sua intuizione del tempo e alla sua visione della storia come progresso verso la «città di Dio». Gli incunaboli dello storicismo moderno sono lì. Con il limite, ovviamente, di una visione insieme conclusiva e utopistica: conclusiva, in quanto fondata appunto sull'idea di un punto d'arrivo (la città di Dio); utopistica perché proiettante fuori della storia la conclusione della storia. È altresì chiaro che una laicizzazione della visione agostiniana — l'intuizione di un cammino positivo ma immanente — è alla base del moderno pensiero progressista.

Se dal piano della visione filosofica passiamo a quello della ricostruzione storica, possiamo osservare analoga polarizzazione nello scontrarsi, nell'età nostra, di due opposte visioni del «modo di produzione capitalistico», così efficacemente studiato da Marx. Da un lato una visione eternizzante e statica, secondo cui il capitalismo non solo è forma durevole e ricorrente nelle più varie epoche, ma è anche l'approdo ultimo dell'organizzazione sociale. Dall'altro una visione storicizzante (e certo scientificamente agguerrita), secondo cui è prevedibile un declino anche del «modo di produzione capitalistico», come di ogni altro modo di produzione ad esso precedente.

Per tanta parte del nostro secolo questa seconda veduta si coniugava con la certezza di essere entrati — con la rivoluzione sovietica — in un'età storica che avrebbe visto realizzarsi quel superamento del capitalismo che già sul piano scientifico-analitico era dato «prevedere». E si coniugava anche con l'idea — non meno azzardata — che l'età del socialismo, e poi del comunismo e della dissoluzione dello Stato fosse anche l'ultima dello sviluppo umano. La crisi, rapida in fine ma a lungo incubatasi, dei sistemi politico sociali detti del «socialismo reale» ha dato un duro colpo a quelle convinzioni e ha ridato fiato in modo spettacolare all'altra veduta, quella dell'«eternità» del capitalismo.

Anche sul piano logico, però, è subito chiaro, a chi non si lascia trascinare dalla passione, che il crollo di gran parte dei sistemi di «socialismo reale», mentre dà un colpo mortale all'idea di essere già entrati nell'età «successiva» (quella del socialismo), non altrettanto reca un argomento risolutivo alla veduta, sempre ritornante, dell'eternità del capitalismo. Questa seconda deduzione continua ad apparire azzardata, se solo si considera quanto l'esistenza di una settantennale esperienza di economia socializzata e di piano abbia inciso sulla natura stessa e sul funzionamento del capitalismo. Al punto che, non senza ragione, commentatori del più vario orientamento, tendono oggi a dire che il risultato di quasi un secolo di esperienze socialistiche (poi entrate in crisi) è stato per così dire di tipo dialettico. Il socialismo ha contato o «resta» nella storia del XX secolo non perché abbia «inventato» società nuove, ma perché ha inciso profondamente nelle dinamiche del capitalismo. L'avversario modifica l'antagonista e si viene modificando esso stesso.

Quanto detto sin qui può forse bastare a non prendere sul serio saggi troppo fortunati come La fine della storia del nippo-statunitense Fukuyama. Il problema è però un altro. Non cullarsi nel rifiuto di interpretazioni avventate o semplicistiche, ma cercare di capire il movimento storico che continua incessante sotto i nostri occhi. E qui incominciano le difficoltà. Le classi si sono profondamente rimescolate; l'operaio di fabbrica del mondo industrializzato palesemente non sarà il soggetto della trasformazione e del superamento (quando che sia) del capitalismo. In compenso, la polarizzazione tra ricchezza e miseria a livello planetario si è approfondita e irradiata sull'intero pianeta.

Sul piano, poi, dei modi dell'organizzazione politica, accade che il modello occidentale — proprio quando doveva celebrare i suoi fasti e il suo trionfo — è entrato in gravissima crisi. Lungi dal determinarsi l'apoteosi della mitica «liberaldemocrazia», si appalesa, in tutta la sua brutalità, il trionfo della compravendita politica, veicolo dell'esproprio della volontà popolare.
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