Spese militari, patrimoniale, pensioni. Da sinistra partono le contromanovre
Daniela Preziosi
Sparsa e dispersa (forse non disperata) la nebulosa chiamata sinistra ricorda che qualche alternativa c’è. Il manifesto, 7 dicembre 2011
A Roma l'intellighenzia discute. Tronti: «Se non proviamo a fare qualcosa abbiamo già perso». Bertinotti: «Ormai capitalismo e democrazia sono incompatibili»

La reazione non è stata fulminea, ma ora le opposizioni da sinistra al governo Monti preparano le loro contromanovre. Dentro e fuori il parlamento, fin qui in ordine sparso. Ieri l'Idv alla Camera ha presentato la sua: Massimo Donadi, Augusto Di Stanislao e il senatore Pancho Pardi hanno annunciato il combattimento «fino all'ultimo emendamento perché la manovra cambi». Altrimenti il partito di Di Pietro voterà no. Lotta all'evasione, risparmiare 50 miliardi sulle spese per gli armamenti («a partire dai 18 miliardi che la Difesa ha messo in bilancio per 131 cacciabombardieri F35, che non servono a missioni di pace») e una gara per l'assegnazione delle frequenze tv «anziché darle a Rai e Mediaset gratuitamente». Gli stessi capitoli, più la patrimoniale e lo stop alla falcidia delle pensioni basse, sono alcune delle proposte che il Prc ha presentato al congresso di Napoli, lo scorso week end. Anche i verdi i preparano la mobilitazione contro le spese militari: «Pronti alla disobbedienza civile», dice Angelo Bonelli: «Perché l'Italia non fa come la Germania che ha tagliato la spesa militare di 10 miliardi?». Sulla gara per le frequenze si muove invece la sinistra Pd.

Oggi tocca a Sel. A Roma Nichi Vendola presenta la sua contromanovra: «O si dice patrimoniale e si interviene sui grandi patrimoni mobiliari e immobiliari, oppure è difficile credere che un pensionato a 900 euro al mese debba anche sobbarcarsi il costo della manovra. Per me è inaccettabile». La critica è a Monti, ma perché anche il Pd intenda. Ieri sono già volati stracci fra Bersani e Di Pietro. Il leader Idv ha alzato il tono contro chi voterà la manovra e quello del Pd lo ha invitato a non «scantonare» altrimenti «ci saranno problemi ad andare d'accordo». Tradotto: giù i decibel altrimenti saltano le future alleanze. Ma la rottura dei patti «prematrimoniali» del Nuovo Ulivo è ormai a un passo. E anche Massimiliano Smeriglio, responsabile economico di Sel, molto duro sulla manovra, dice: «Chi siede in parlamento trovi la determinazione per cambiare una manovra sbagliata, ingiusta e recessiva. Chi voterà la manovra Monti oggi difficilmente potrà costruire l'alternativa domani».

Parole impegnative, sintomo di un possibile rimescolamento di carte nella sinistra. Una sinistra che, nel frattempo, discute sulle proprie prospettive. E infatti ieri a Roma si è ritrovata in un dibattito sull'Europa che aveva un'intera sessione intitolata «Governi di sinistra o sinistre al governo». Padroni di casa tre pensatoi dell'alternativa, Altramente, Cercare ancora e Fondazione Rosa Luxemburg. Parterre ad alta densità di economisti, intellettuali e attivisti di movimenti. Il dibattito dura tutto il giorno, vola alto, ma per forza di cose precipita su cosa deve inventarsi la sinistra (questa) per fermare il governo dei tecnocrati Bce. «Monti è espressione di un golpe bianco iniziato nelle manovre estive di Berlusconi fino al compimento di questi giorni», attacca l'ex presidente della Camera Fausto Bertinotti. Il cuore del ragionamento riprende le tesi del suo ultimo saggio sull'«opportunità della rivolta»: «Il capitalismo finanziario europeizzato è tendenzialmente incompatibile con le forme della democrazia, che anzi vuole demolire». In estrema sintesi, la sinistra non è se non combatte il capitalismo. Quindi quella che abbiamo conosciuto fin qui sinistra non è più, «è morta». L'unica possibilità di resuscitarla sta nell'apertura di una «fase costituente dei movimenti».

«Prima di dichiarare morta una politica ho bisogno di averne un'altra», replica il professor Mario Tronti, filosofo e presidente del Centro riforma dello Stato. «Oggi si aprono grandi giochi della politica. Bisogna giocarli, non starne fuori è essenziale per non dare per scontata l'uscita a destra dalla crisi». «Fuori dal campo non si portano a casa risultati», insiste Pierre Carniti, segretario della Cisl fra gli anni 70 e 80. «La differenza tra stare dentro o fuori al recinto è la lotta contro la politica del debito», dice Roberto Musacchio ex europarlamentare Prc e oggi di Altramente, che propone un «audit popolare sul debito» per ricostruire la cronistoria e le responsabilità dell'indebitamento italiano. In effetti «è una strana opposizione quella che abbiamo oggi, un'opposizione che collabora con i governi che hanno portato l'Italia nel baratro», conclude Alfonso Gianni di Sel, «e invece serve un'opposizione di qualità che si ponga il tema del governo, non in termini di potere ma come poter cambiare la società. Ma per farlo da sinistra, piuttosto che allontanare le forze politiche dai movimenti, serve movimentare le forze politiche e politicizzare i movimenti».
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