L’Agenda 21 e il complotto comunista
Brett Ronald; Schaefer Wendell; Utt Cox
Dagli Usa la campagna elettorale dei Repubblicani a noi arriva solo a sprazzi, e certe incredibili sparate ideologiche in materia urbanistica e ambientale rischiamo di perderle …. Heritage Foundation, 8 dicembre 2011 (f.b.)
Titolo originale: Agenda 21 Should Not Divert Attention from Homegrown Anti-Growth Policies – Scelto e tradotto da Fabrizio Bottini

Ambientalismo radicale, settori economici, e le ubique masse dei soliti nimby, cercano da anni e anni di cambiare la forma della città americana secondo le loro amate politiche di “crescita sostenibile”. Tutti questi militanti operano per imporre norme urbanistiche tali da obbligare tutti ad abitare in modo più denso, eliminando qualunque possibilità di scelta in materia di case, discriminando i cittadini a bassi redditi, spingendo la gente a spendere di più per abitare, a rinunciare all’automobile a favore della metropolitana, del tram, dell’autobus o della bicicletta.

Tutte queste cose — che prendono via via il nome di “New Urbanism” o “trasformazione sostenibile” o “tutela degli spazi aperti”— vedono da molto tempo l’opposizione di alcuni cittadini a causa del loro effetto negativo sulla crescita economica, la concorrenza, il livello di vita de paese. Come rilevato dalla Heritage Foundation, là dove si sono applicate politiche di smart-growth sono notevolmente aumentati i prezzi delle case, escludendo così dalla proprietà dell’abitazione i nuclei familiari a redditi medio-bassi. A sua volta, l’alto prezzo delle case obbliga gli acquirenti a contrarre molti debiti, e questo ha contribuito ai meccanismi che hanno condotto alla attuale recessione. In realtà i peggiori problemi coi pignoramenti esistono in quegli Stati con norme urbanistiche più rigide: Florida, California, Arizona, e Nevada.

Ma negli ultimi anni alcuni oppositori della smart-growth che operano a livello locale hanno imparato a mettere in discussione una iniziativa del 1992 delle Nazioni Unite detta Agenda 21, a sostegno di varie politiche basate sui medesimi principi della smart-growth. Hanno cioè riconosciuto in questa Agenda 21 semplicemente un altro modo per far divergere la loro opposizione ai programmi degli estremisti ambientalisti nazionali.

I principi ispiratori della Agenda 21 altro non sono se non quelli della Smart-Growth

L’Agenda 21 è molto articolata, si tratta di un ambizioso piano di azione presentato alla Conferenza sull’Ambiente e lo Sviluppo delle Nazioni Unite del 1992 (UNCED) di Rio de Janeiro, in Brasile, e adottata dai paesi partecipanti come “piano integrato delle azioni da intraprendere a livello globale, nazionale e locale da agenzie delle Nazioni Unite, Governi, Associazioni, in ogni area di impatto umano sull’ambiente”. Nelle sue oltre 300 pagine, l’ Agenda 21avanza centinaia di specifici obiettivi e strategie da adottarsi alle varie scale. Proposti in quattro sezioni:

La dimensione economico-sociale (es. cooperazione internazionale per favorire lo sviluppo sostenibile nei paesi in via di sviluppo, combattere la povertà, modificare i consumi, promuovere insediamenti sostenibili);
Conservazione e gestione delle risorse (es. tutela dell’aria, pianificazione nell’uso del territorio, promozione dell’agricoltura sostenibile e dello sviluppo rurale);
Rafforzamento del ruolo di alcuni soggetti (es. donne, bambini, popolazioni indigene, mondo del lavoro e sindacati); infine
Strumenti di attuazione (es. finanziamenti, trasferimento tecnologico, istruzione e consapevolezza pubblica, diritto internazionale).

Insomma la UNCED è esplicitamente orientate a far sì che i governi “ripensino al proprio sviluppo economico individuando modi per fermare la distruzione di risorse naturali insostituibili e l’inquinamento del pianeta… Il messaggio del Vertice è quello di cambiare i nostri atteggiamenti e comportamenti, per arrivare alle trasformazioni necessarie”. L’Agenda 21 chiama esplicitamente i governi a intervenire per regolamentare qualunque potenziale impatto delle attività umane sull’ambiente.

Se messe in pratica, le politiche esposte dall’Agenda 21 ampliano di parecchio l’ambito di intervento dei governi nelle decisioni economiche, ostacolano crescita e sviluppo, limitano le scelte individuali e la flessibilità in quelle locali. Chi vi si oppone dovrebbe temere i tentativi del governo Usa per applicarla, a livello nazionale e locale. L’Agenda 21 però non è vincolante; dipende totalmente dai vari livelli amministrativi per l’attuazione, e quindi in sé e per sé non rappresenta una minaccia. Se certo si tratta di politiche molto preoccupanti, è perché non restano confinate nell’ambito della sola Agenda 21. Esse permeano di sé l’agenda della smart-growth tanto ampiamente condivisa in varie parti degli Stati Uniti, a danno delle economie locali.

I principi del’ambientalismo radicale derivati dall’Agenda 21

Le politiche di smart-growth così come si trovano nell’Agenda 21 traggono la propria origine nel pensiero di sinistra europeo e di alcuni intellettuali americani, che precede di molto l’adozione dell’Agenda. In realtà delle medesime politiche esiste una versione britannica — che ha avuto una forte influenza sul pensiero e l’azione ambientalista della sinistra americana e internazionale che in gran parte ha contribuito a scrivere Agenda 21 — risalente agli anni ‘20. Come ha scritto il Principe Carlo:

«Da più di ottant’anni la Campaign to Protect Rural England lotta per la difesa del delicate intreccio delle aree di campagna che ci restano. La lungimiranza dei suoi padri fondatori fu straordinaria: nel 1926 Clough Williams-Ellis, che ricordo molto bene e ammiro immensamente, pubblicava il suo L‘Inghilterra e la Piovra, una polemica contro la dispersione urbana, e lo stesso anno Sir Patrick Abercrombie scriveva il suo saggio, La conservazione dell’Inghilterra rurale. Da allora prosegue la lotta, e si sono ottenuti grandi risultati ».

Scelte del genere sono alla base della legge urbanistica approvata dal governo socialista nel 1947, che obbligò tutto lo sviluppo urbano successivo entro i confini della città esistente, e sono state un disastro per l’economia. Oggi i cittadini del Regno Unito abitano le case più piccole e costose di tutti i paesi avanzati del mondo.

Il movimento americano per la smart-growth si afferma decisamente nei primi anni ’70, quando le città della California e dell’Oregon iniziano a riprodurre le politiche britanniche anti-sprawl con norme urbanistiche restrittive per contenere la suburbanizzazione. Un po’ per volta, si diffondono poi in tutto il paese, con sempre più città a adottare scelte che scoraggiano l’espansione suburbana, salvo per i più ricchi. Questo impegno contro la crescita non è spinto esclusivamente da una visione distorta dell’ambiente, ma anche dal progetto di già abita questi idilli rurali, di mantenerne fuori altri che potrebbero rovinare la comunità suburbana.

Negli anni ’80 queste scelte conducono il Presidente George H. W. Bush a costituire una commissione, coordinata dal ministro per la Casa e lo Sviluppo Urbano, Jack Kemp, che indaghi sui loro impatti nelle città e per la crescita, esprimendo un giudizio. Il rapporto finale: Not in My Back Yard: Removing Barriers to Affordable Housing, rappresenta una formidabile critica alla serie di scelte che oggi chiamiamo “smart growth”. Ma la smart-growth continua a crescere negli Stati Uniti. Cresce e si irrigidisce, acuisce gli effetti sui prezzi delle casei ovunque. Esplode l’urbanistica delle zone esclusive, e si adottano orientamenti verso un determinato “profilo” demografico. Scelte che limitano le trasformazioni edilizie a tipi costosi, per “escludere economicamente” i ceti a basso reddito, vale a dire soprattutto minoranze razziali.

Commentando lo scoppio della bolla edilizia americana, il Cancelliere dello Scacchiere George Osborne notava seccamente come la Gran Bretagna avesse scampato questo tipo di crisi che aveva messo in ginocchio l’America, perché invece di espandere la propria dotazione di case, “Noi ci siamo salvati dato che in questo paese non si può costruire nulla”. É vero che la bolla edilizia negli Usa si è dovuta anche a certa avventatezza, ma le scelte smart-growth hanno giocato un ruolo fondamentale nel costruire e esasperare questa bolla, e la successiva recessione. A ben vedere, sono gli Stati e le aree metropolitane con le norme territoriali più rigide ad aver sofferto di più il crollo dei prezzi (ovvero California, Florida, Arizona, e Nevada) nonché dei gravi problemi di pignoramenti poi.

Non mancare il vero obiettivo

Chi si oppone all’Agenda 21 non dovrebbe farsi distrarre dall’osservare le manifestazioni più tangibili dei principi smart-growth delineati dal documento. Se si guarda troppo all’Agenda 21, aumenta la probabilità che vengano messe in pratica politiche locali risalenti ai primi anni ’70 da parte di amministrazioni federale, statali, locali, e in grado di peggiorare la qualità della vita, restringere la libertà di scelta individuale, limitare il diritto di proprietà, a solo vantaggio dei gruppi ambientalisti e di altri interessi consolidati.

A peggiorare il problema, l’Amministrazione Obama ha calorosamente adottato principi smart-growth, e più in generale irrigidito e ampliato la regolamentazione ambientale e sullo sfruttamento delle risorse naturali. É il ministro dei Trasporti, Ray LaHood, l’uomo chiave dell’Amministrazione per imporre agli americani politiche smart-growth. Insieme ad altri esponenti del governo, è alleato a vari rappresentanti di governi statali e amministrazioni locali, o gruppi di interesse quali Urban Land Institute, Agenzie di Pianificazione Regionale, Smart Growth America, la American Public Transportation Association, il Sierra Club, Friends of the Earth, più associazioni economiche locali assai poco lungimiranti.

Chi si oppone a questa politica ha operato molto efficacemente. Un buon esempio arriva dallo Stato della Florida, dove il Governatore Rick Scott (Repubblicano) e la maggioranza del parlamento hanno cancellato pochi mesi fa una legge sulla smart-growth in vigore da venticinque anni. Quando sono messi in pratica, questi orientamenti sollecitati dall’Agenda 21 ostacolano crescita economica e ricchezza. Quindi vale certamente la pena di impedire qualunque attuazioni dell’Agenda 21 in America a livello nazionale, e l’adesione delle amministrazioni locali di contea, città e cittadine all’International Council for Local Environmental Initiatives (ICLEI), oggi Local Governments for Sustainability. Ma ciò si deve considerare solo nel quadro di un più ampio impegno per spingere il governo Usa ad abbandonare i devastanti programmi smart-growth ed evitarne dei nuovi.

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