Italia, un paese fragile in cerca del Rinascimento
Guido Crainz
Commento al rapporto annuale del Censis che restituisce un ritratto di gravissimo declino. La Repubblica, 3 dicembre 2011 (m.p.g.)
Il rapporto del Censis è attraversato dall’urgenza di invertire la rotta. Di ritrovare quella responsabilità collettiva che è stata decisiva nei momenti più difficili della nostra storia: unico modo per porre fine al "disastro antropologico" degli ultimi anni, a un deterioramento della nostra immagine internazionale che abbiamo vissuto «con dolore e con vergogna». Occorre insomma, ribadisce il Censis, ritornare a "desiderare”, contrastare al tempo stesso il declino e la cultura del declino. Il rapporto evoca anche l’attacco speculativo di questi mesi, che ha visto in noi l’anello debole. E sottolinea la nostra incapacità di governare i processi reali, accresciuta dalla verticalizzazione e dalla personalizzazione del potere ma anche da una più generale povertà della politica. Una politica in crisi radicale di credibilità: solo un italiano su quattro dichiara di aver fiducia nel parlamento o nel governo, ed è fortissima una disattesa richiesta di onestà. Si è aperto in questo modo – prosegue il Censis – un vuoto enorme: quasi che la società possa sopravvivere e crescere "relegando milioni di persone ad essere una moltitudine (egoista) affidata a un mercato turbolento e sregolato", con la supervisione di vertici finanziari ristretti e non trasparenti.
Su diversi terreni occorre dunque agire per contrastare un diffuso sentimento di stanchezza collettiva. Occorre riconquistare il valore della rappresentanza, la capacità di governo e quei caratteri fondativi – quel nostro "scheletro contadino" – che hanno sin qui resistito, anche se appannati dalle "bolle di vacuità" della nostra modernizzazione: flessibilità e capacità dinamica; l’orizzonte come apertura oltre che come realistico limite; il primato dell’economia reale e della lunga durata contro il prevalere dei poteri finanziari e l’illusione che possano disegnare sviluppo. Quegli elementi, cioè, che ci hanno permesso in passato di diventare protagonisti anche sulla scena europea e mondiale.
Nelle scorse settimane, ricorda il rapporto, altri si sono mossi sul piano politico e istituzionale. Ora spetta a noi "guardarci dentro con severità", prendere atto che la nostra società si è rivelata fragile, indifesa, in parte eterodiretta. E analizzare alcune debolezze di fondo: ad es. le contraddizioni di un processo di ampliamento dei ceti medi che è stato elemento importante di crescita ma non ha creato identità collettiva. Di qui, al suo incepparsi, un impaurito ripiegamento individuale che si intreccia al rancore di strati sociali che si riscoprono marginali. Non vanno sottovalutati, sottolinea il Censis, i segnali positivi che pur vengono da alcuni settori dell’economia o da una attitudine internazionale dei nostri Atenei superiore a quel che si pensi, ma vanno guardati con attenzione gli aspetti più inquietanti.
Ad esempio il disincanto di un mondo giovanile duramente colpito dalla disoccupazione, dall’incertezza, dall’esclusione. Un mondo in cui si consolida l’area – segnalata già l’anno scorso, e molto più ampia che in Europa – di coloro che non studiano, non hanno lavoro e non lo cercano, piegati dalla rassegnazione. E in cui si diffonde molto più che fra gli adulti, innaturale e doloroso rovesciamento, la disponibilità anche ai compromessi pur di affermarsi. Senza ripartire da qui, senza innescare qui nuovi meccanismi di speranza e di fiducia, appare davvero difficile invertire la tendenza del Paese.
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