Esselunga e il destino della comunità
Fabrizio Bottini
Sintomatico a modo suo del recente dibattito sulle corporazioni che ammazzano il paese, torna in libreria Falce & Carrello, che si ri-merita alcune considerazioni
È ormai consolidata opinione del sottoscritto, spero condivisa con qualche sparuto e sparso gruppetto, che i grandi principi vivano esclusivamente ad alta quota, dove si respira l’aria e la vita non è vuota. Sotto ci stiamo noi, che però siamo egualmente importanti, diciamo anche qualcosina di più che egualmente: perché senza di noi non ci sarebbe alcun grande principio. Accade anche nel caso di quella complessa affascinante macedonia che gli anglosassoni chiamano communities, e che a suo tempo il nostro Adriano Olivetti tentò di importare, declinare, migliorare. Ovvero l’impasto fra spazio, società, economia, egoismi e solidarietà che la vulgata attuale spesso chiama “territorio”.

Più o meno contemporaneamente all’utopia olivettiana, un altro pioniere dell’innovazione nazionale importava da oltre oceano, con ben diverso successo, un altro modello di vita. Sembrava a prima vista una sciocchezza, mettere gli scaffali del negozio dietro al banco anziché davanti, e applicare quattro rotelle alla borsa della spesa, e invece fu proprio quello a sconvolgere la città, la comunità, con buona pace di chi stava scrutando forse con troppa attenzione l’empireo dei grandi principi. Quel pioniere si chiama Bernardo Caprotti, e un paio di anni fa ci ha raccontato a modo suo in un libro autobiografico, Falce & Carrello, sino a che punto fosse lui, e non certi idealisti pirlacchioni, ad aver interpretato davvero destino e ambizioni dell’umanità terrena. Che voleva posti puliti e illuminati bene, facili da raggiungere, dove si consumava a poca spesa e senza certe fumose ideologie egualitarie, come il quartiere, o la solidarietà, dietro cui stavano sempre nascoste idee autoritarie.

Anche se, come ben sappiamo, le idee dominanti sono sempre quelle dei vincitori, è difficile dargli torto all’alba del terzo millennio. Tanto più difficile perché i nemici ideologici di un tempo si sono messi a scimmiottarlo, prima avvitando sopra l’ingresso delle cooperative di consumo la nota insegna al neon (rigorosamente rossa) e sotto la borsa della spesa le rotelle di ordinanza. Poi in un certo modo scavalcando a destra il pioniere, verso la nuova frontiera dello shopping mall suburbano all’italiana, tempio del consumo e dello spazio pubblico taroccato a pagamento, al centro della desolazione indotta di villette, capannoni e svincoli della superstrada. Lo scavalcamento è arrivato al punto di rottura, appunto denunciato da Caprotti nel libro Falce & Carrello, quando il gigante Coop si è fatto monopolista, grazie alla connivenza di pubbliche amministrazioni partigiane infedeli al mandato democratico, occupando militarmente il territorio con le proprie insegne.

La magistratura, tirata in causa, prima ha deciso di ritirare il libro dal mercato, e poi lo ha provvisoriamente rimesso sugli scaffali (vedi articolo dal Corriere della Sera in calce). E sarà un tribunale a decidere se e in che misura hanno ragione l’uno o l’altro, nell’interpretare in modo legalmente ineccepibile i principi della libera concorrenza sul territorio. Ma siamo in un periodo in cui si discute molto dei privilegi delle corporazioni, e sarebbe forse utile tornare sul tema che già avevo toccato recensendo a suo tempo il libro: Esselunga difende la sua posizione di attore del libero mercato, Coop pure, ma la pubblica amministrazione può fare altrettanto? Non mi riferisco qui alle solite (ahimè, solite) storie di malaffare, tangenti, o anche solo scorrettezza formalmente ineccepibile, ma esattamente all’idea olivettiana di comunità, per quanto edulcorata e adattata, che oggi forse qualche assessore magari chiamerebbe “città a misura d’uomo”. E che è ben diversa dallo strattonarsi di lobbies e corporazioni, tutti inclusi.

Non esprime alcuna idea di città, ovviamente, chi dice di ispirarsi a principi di libera concorrenza quando per abbassare i prezzi si va a mettere con un enorme scatolone a dieci chilometri da dove abitano i suoi clienti, al tempo stesso tagliando fuori chi non ha libera disponibilità dell’auto, e desertificando i quartieri. Per non parlare del fatto che il consumatore poi in benzina e manutenzione spende molto più di quanto ha risparmiato su tonno e zucchine. Ma non esprime alcuna idea di città anche chi, pur appellandosi a parole al proprio storico ruolo sociale e urbanistico, vive di artificiosi sostegni pubblici senza dare di fatto nulla in cambio. Mi riferisco alle posizioni più frequenti delle associazioni di esercizi urbani nei confronti di traffico, ambiente, pedonalizzazioni, o anche scelte di trasformazione più strategiche. E al sostegno spontaneo che spesso trovano tra i cittadini: il negoziante piccolo è buono per definizione, di fronte al grande e spersonalizzato capitale dello scatolone a neon. Leggere Caprotti, e il suo quasi ghost-writer Emanuela Scarpellini (La spesa è uguale per tutti, Marsilio 2007), aiuta a capire che non è proprio così.

Resta il ruolo della pubblica amministrazione: riesce ad esprimere un’idea di città qualsivoglia? L’impressione è che quella misura d’uomo tanto spruzzata dal podio delle campagne elettorali finisca per non misurare alcunché. Negli anni ’60 in cui i luccicanti supermercati di Caprotti, sostenuti in un primo tempo da finanziamenti americani, facevano intravedere potenziali luminosi futuri sociali e urbani, pareva che anche la cultura delle città avesse un proprio progetto, magari discutibile e discusso, ma di progetto si trattava: la mitica casettina in periferia, con la mogliettina giovane e carina proprio come piace a me … Man mano quella utopia si realizzava, tra appartamenti con acqua calda corrente e garage con tavernetta per le festicciole, emergevano anche le rogne del modello, come ben sanno sia gli addetti ai lavori che i comuni cittadini. E però, nello stesso modo in cui si affrontano tante altre questioni, le risposte paiono più guardare acriticamente al passato che riflettere davvero sul problema.

Che vuol dire, fare i partigiani del supermercato capitalista, della cooperativa finto-solidaristica, o degli esercenti di vicinato buoni in quanto tali? Non vuole dire nulla, salvo comportarsi automaticamente in modo corporativo, come ad esempio è successo negli ultimi giorni con gli edicolanti (difesi da una parte della sinistra) e i farmacisti (sostenuti da sedicenti ondivaghi ex paladini del liberalismo). Un punto di vista diverso potrebbe essere, appunto, quello di chiedersi che ruolo sociale svolgono negli equilibri attuali, nel territorio attuale, nella comunità attuale, e provare a capire come e dove intervenire a eliminare solo gli aspetti corporativi, conservando il bambino nell’acqua sporca, quando il bambino esiste. C’è un punto di equilibrio fra la comodità e modernità della grande distribuzione organizzata, e il ruolo sociale e spaziale del negozio di quartiere? È quello da cercare, non lo schieramento sull’uno o l’altro fronte.

Emanuele Buzzi, Nuova sentenza: «Falce e carrello» torna in libreria, Corriere della Sera 24 dicembre 2011


MILANO — Torna tra gli scaffali il pamphlet Falce e carrello, scritto dal patron di Esselunga Bernardo Caprotti. E si riaccende la polemica per quello che è stato un caso economico-letterario-politico degli ultimi mesi, poi sfociato in una vicenda giudiziaria. Il libro, pubblicato nel 2007, racconta la competizione con la Coop, denunciando un presunto ostruzionismo delle amministrazioni locali e degli operatori economici delle regioni «rosse» rispetto all'espansione della catena Esselunga.

A settembre la prima sezione civile del tribunale di Milano aveva accolto il ricorso presentato da Coop Italia contro Caprotti e il suo saggio, ordinando (oltre a un risarcimento di 300 mila euro) anche la sospensione della distribuzione del pamphlet. Il motivo? La «pubblicazione, diffusione e promozione degli scritti contenuti nel libroFalce e carrellointegrano un'illecita concorrenza per denigrazione ai danni di Coop Italia». Ora, nuovo round, nuovo atto. La prima sezione civile della Corte d'Appello di Milano ha ordinato la sospensione dell'esecutività della sentenza di primo grado. Di conseguenza il libro può tornare liberamente sul mercato in attesa della decisione di secondo grado, prevista in primavera. Nell'ordinanza, firmata dal giudice Giuseppe Patrone, la sospensione della distribuzione viene indicata come «un provvedimento cui non sembra agevole, per l'attualità degli effetti, negare una sostanziale valenza di sequestro e censura».

E proprio sul valore censorio della sentenza di primo grado a settembre si era scatenata la bagarre politica, con il centrodestra pronto a sollevarsi contro quello che veniva bollato come «un autentico scandalo». Una bagarre culminata con l'intervento in prima persona, sulle pagine delCorriere, dello stesso Caprotti, che ironizzava così sulla vicenda: «Io sono soltanto sleale, cioè "unfair", subdolo e tendenzioso. Un niente, di questi tempi! Quasi un gentiluomo. E per i danni subiti da Coop per questa sleale concorrenza ha accordato 300 mila euro invece dei 40 milioni richiesti! Il libro? Non si ordina neppure di bruciarlo sulle pubbliche piazze».

Coop Italia, al tempo stesso, aveva espresso soddisfazione nel vedere condannata «un'aggressione violenta e lesiva che noi non ci saremmo mai sognati di fare nei confronti di un concorrente», prendendo anche le distanze da ogni tipo di polemica: «La suddetta sentenza non ha nulla a che fare con la pretesa di mettere al rogo i libri, anche se falsi e diffamatori, né ci siamo mai espressi in tal senso».
Era solo il primo atto della battaglia legale milanese. Una delle molte che vedono fronteggiarsi Caprotti e le Coop in tutta Italia.
Nell'aprile 2010 il patron di Esselunga ha vinto nei confronti di Coop Liguria, nella primavera del 2011 ha vinto contro Coop Estense, poi c'è stata la decisione del tribunale di Milano. Nel 2012 sarà la volta della sentenza d'appello a Milano e del primo grado della causa con Coop Adriatica.

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