In attesa di un modello di sviluppo sostenibile, il XXI secolo ha i suoi nuovi servi della gleba
Aterini. Luca
«La fine del mercato è comunque ben lontana». Greenreport, 6 dicembre 2011, con postilla
«Per due decenni e mezzo dopo la Seconda guerra mondiale, l'Occidente ha conosciuto un periodo di straordinaria espansione economica. Ma già dagli ultimi anni ‘60, questa avanzata aveva cominciato a segnare il passo. Come di recente affermato da Wolfang Streeck, amministratore delegato dell'Istituto Max Planck per gli studi sociali, il rallentamento della crescita ha innescato, nel sistema capitalistico, crisi a ripetizione».
Esplicitato dal finalista Pulitzer Adam Haslett sulle pagine del Corriere della Sera, il tarlo di questo pensiero inizia a diffondersi. Poggia i suoi passi sul terreno culturale offerto da economisti eterodossi, da storici e pensatori di ogni estrazione, senza però ancora riuscire ad approdare nelle sale dove si muovono le leve politiche del comando (o quel che di loro è rimasto).

Immersi nell'emergenza del momento, è così difficile anche solo riemergere per un attimo dal mare in tempesta della crisi, per prendere una boccata d'ossigeno e guadagnarsi una prospettiva che indichi dove si trova la linea della costa. L'unica strada percorribile sembra dunque quella di lasciare che il tessuto della democrazia venga strappato dal potere della finanza e dall'ossessione egoista della crescita, rimpiazzando la dignità dei cittadini con il marchio di consumatore/debitore affidabile o meno.

Il potere politico e, di riflesso, quello dei cittadini di disporre della propria sorte, si trova piegato nella condizione di una nuova servitù della gleba, velata dal miraggio della libertà. Non ci troviamo (ancora, e per fortuna) in una condizione di schiavitù, ma anche il rango di libero cittadino, a ben pensarci, è fuori dalla nostra portata.

Come i servi della gleba, per nascita ci troviamo a vivere nella condizione di consumatore/debitore; come tali, costretti a determinate corvées verso un complesso di comportamenti sociali uniformanti, pena l'essere etichettati come "consumatori difettosi" e quindi esclusi. Come servi della gleba, non siamo in grado di lasciare questo terreno culturale al quale siamo legati, costretti a lavorare, produrre e consumare per un sistema capitalistico ormai incentrato sul dominio della finanza e sull'allargarsi continuo delle disuguaglianze (come ci ricorda l'appena pubblicato rapporto Ocse).

Se il merito iniziale ed indiscutibile del sistema produttivo capitalista è stato - pur sempre al prezzo della disuguaglianza economica e sociale - quello di tirar fuori dall'indigenza miliardi di persone, verso un livello di benessere prima sognato da re e regine, la sua parabola è ora segnata solamente dalla permanenza e dall'ampliamento delle disuguaglianze preesistenti, verso l'implosione del sistema: torna alla mente il mito di Erisittone, punito dagli dei con una fame inestinguibile che lo porta a divorare se stesso.

La fine del mercato è comunque ben lontana. Di sistemi concretamente praticabili, l'orizzonte della storia non offre esempi da seguire (almeno, non all'interno di quei valori che l'Occidente si vanta di voler esportare nel resto del mondo). Piuttosto, sembra auspicabile fermarne la deriva, riprendendo e migliorando la strada socialdemocratica che l'Europa aveva iniziato a tracciare, ma della quale cerca di cancellarne le impronte, sopraffatta dall'ebrezza dell'unica, grande crisi del capitalismo che ci segue da anni.

Seguendo il volo d'uccello illustrato da Adam Haslett, vediamo la recessione dei primi anni '70, seguita da inflazione e disoccupazione. Proseguendo sulla linea temporale, gli anni '80 presentano l'ascesa incontrollata del debito pubblico, seguita dalla svolta tatcheriana, dal retrocedere dello stato sociale, dalle privatizzazioni dogmatiche e dalla deregolamentazione del settore finanziario che, impennandosi negli anni '90, ha raggiunto il suo acme con lo scoppio delle cosiddette bolle che, a partire dal 2008, ci hanno precipitato prima nella crisi bancaria e finanziaria - tamponata con risorse pubbliche che hanno fatto nuovamente esplodere i deficit statali, ora sotto accusa dallo stesso sistema finanziario.

Questa guerra di grafici e numeri, come piovuta dal cielo su cittadini ignari (che di spread, Pil, bond, per ignoranza o disinteresse, neanche avevano mai sentito parlare), trascina con se economia reale e legittimità democratica. Il momento richiede forse sacrifici per non innestare direttamente la marcia indietro sulle conquiste politiche del dopoguerra, come l'integrazione europea. Al prezzo, però, di perdere quelle economiche e sociali conquistate nello stesso arco di tempo? Camminiamo sul filo del paradosso.

Concessioni, per rimanere a galla in un momento di imbarazzo e cecità di governace come quello che stiamo vivendo, sono momentaneamente pensabili, e stanno soffertamente avvenendo. Il livello di guardia e di elaborazione culturale, come corrispettivo, deve alzarsi ancora di più: quel che più manca è un'elaborazione condivisa di un nuovo percorso da seguire, un percorso di sviluppo che non sia solo crescita.

Mentre l'agenzia di rating S&P decide di mettere nuovamente sotto la propria lente l'Europa, con 15 stati che rischiano un declassamento del proprio rating (stavolta non solo l'Italia, ma anche la Francia e la Germania), il presidente della Repubblica Napolitano ha emanato il decreto legge recante "disposizioni urgenti per la crescita, l'equità ed il consolidamento dei conti pubblici", primo parto del governo Monti: è chiaro che tale decreto rientri esclusivamente, ed amaramente, nell'ambito delle "concessioni momentanee" sopra ricordate. Niente ha da spartire con la definizione di una nuova linea di sviluppo sostenibile.

La strada da immaginare e percorrere è dunque ancora lunga. Passa per la partitura di un percorso sostenibile nel senso più pieno ed ampio del termine (economico, sociale ed ecologico), nel pieno rispetto dell'ecosistema che ci nutre, e che abbiamo il dovere morale di curare per le nuove generazioni. Altrimenti, i servi della gleba del XXI secolo saranno gli schiavi del secolo successivo.

Postilla

Riesce davvero difficile immaginare che possa portare lontano una strada che non superi tre caratteristiche del sistema capitalistico: 1) la riduzione d’ogni bene a merce, ivi compreso il lavoro dell’uomo; 2) la finalizzazione del processo economico .(produzione+consumo) al massimo guadagno dei possessori dei mezzi di produzione; 3) la riduzione d’ogni dimensione dell’uomo e della sua attività a strumento questa economia. Il percorso può anche essere (ahimè, sarà) lungo, ma bisogna aver chiaro quali ne sono l’obiettivo e la direzione.
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