Tagli a tutto spiano Privatizzazioni obbligatorie
Francesco Piccioni
Amaro il prezzo che vogliono farci pagare per liberarci di Berlusconi: salvare l’Italia per arricchere l’1% degli italiani e ammazzarne il 99%. Il manifesto, 10 novembre 2011
Per essere un maximendamento che dovrebbe far crescere l'economia, bisogna ammettere che è stato fatto lo sforzo diametralmente opposto. La parola più usata nel testo è infatti «riduzione». Dalle spese dei singoli ministeri, a quelle degli enti locali e dei dipendenti pubblici. Definitivo l'intervento sulle pensioni, dove si fissa per la vecchiaia l'età minima di 67 anni. Nuovi tagli agli enti locali, che dovranno vendere «obbligatoriamente» tutte le quote detenute nelle società che gestiscono servizi pubblici: se non lo faranno potranno essere rimossi dal loro incarico. Per essere un maxiemendamento che dovrebbe far «crescere» l'economia bisogna ammettere che è stato fatto lo sforzo diametralmente opposto. La parola più usata nel testo è infatti «riduzione». Delle spese dei singoli ministeri, di quelle degli enti locali di ogni ordine e grado, dei dipendenti pubblici. L'elenco appare quasi sterminato.

C'è il nuovo intervento «definitivo» sulle pensioni, che fissa per la vecchiaia l'età minima di 67 anni. Tutti meccanismi di «adeguamento» dell'età pensionabile alle «aspettative di vita» vengono accelerati in modo tale da portare tutti a questo limite entro il 2026. Proprio il tema su cui Bossi e la Lega avevano dichiarato una propagandistica «linea del Piave».

Nulla di nuovo nemmeno per quanto riguarda la dismissione degli immobili pubblici non residenziali, da «conferire a fondi comuni di investimento immobiliare» o società private «anche di nuova costituzione». L'incasso servirà a ridurre il debito pubblico e si punta a ricavare 4,8 miliardi. Stessa procedura per i terreni agricoli - anche delle «aree protette» - del demanio, che potranno essere ceduti a trattativa privata fino a 400.000 euro di valore (poi scatta l'obbligo di asta pubblica). Con il più la norma-belletto della «corsia preferenziale» riservata ai «giovani imprenditori agricoli».

Gli enti locali vengono aggrediti su più lati. Debbono ovviamente «contribuire a ridurre il debito pubblico», e quindi si tagliano ai loro bilanci altri trasferimenti (745milioni nel 2012, 1,6 miliardi l'anno successivo). Ma debbono anche vendere obbligatoriamente tutte le quote detenute nelle società che gestiscono servizi pubblici. Per «convincerli» vengono utilizzati diversi strumenti. Per esempio, si tagliano 926 milioni al «sostegno di sviluppo del trasporto». Ma si dispone anche la «liberalizzazione dei servizi pubblici di rilevanza economica» (come nel vecchio decreto) con un'aggiunta. Se non lo faranno entro i termini stabiliti (31 marzo 2012 per gli «affidamenti diretti», entro il 30 giugno per le società miste), i prefetti avranno il potere di fissare un «termine perentorio» entro il quale eseguire l'ordine. Trascorso il quale li rimuoveranno dalla carica commissariando l'ente locale. Ciò vale - tranne che per l'acqua - anche per tutti quei servizi che ricadono tra gli effetti del referendum dello scorso giugno. In questo modo, insomma, si eliminano le «possibilità di resistenza» dei tanti sindaci che puntavano a ricorrere in tribunale contro queste disposizioni.

Confermata anche la riforma degli «ordini professionali», la «semplificazione dei pagamenti» da parte delle amministrazioni pubbliche verso fornitori o appaltisti. E nello stesso spirito si muove la «riduzione degli oneri amministrativi per imprese e cittadini»; ovvero le «zone a burocrazia zero», dove è permesso praticamente di tutto se gli organi di controllo (comuni, ecc) non rispondono alle richieste entro un determinato tempo. Ivi compresa la necessità di presentare «certificati», dando per scontato che l'amministrazione pubblica li possa acquisire per vie interne.

Amministrazione che però viene completamente ridisegnata con la possibilità di mettere in «mobilità» il personale in eccesso. Dovranno farlo per forza, perché anche qui i dirigenti inadempienti rischiano grosso. Fatta la «comunicazione» ai sindacati, si provedde a ricollocarli in altra sede, anche in altra regione. Dopo tre mesi vengono messi in «disponibilità» con stipendio ridotto del 20% e senza tener conto di «altri emolumenti comunque denominati» (che costituiscono quasi sempre una componente elevata della retribuzione finale). Dopo due anni, se non si trova o non si accetta un altra sede, si è fuori.

Confermata infine, tra le tante cose che non c'è stato il tempo di studiare, anche la definizione della Val di Susa come «area di interesse strategico nazionale». Entrarci «abusivamente» e «impedire o ostacolare l'accesso autorizzato» (ai mezzi e alle persone che vi devono lavorare) «è punito ai sensi dell'art. 682 del codice penale» («contravvenzioni concernenti l'inosservanza dei provvedimenti di polizia e le manifestazioni sediziose e pericolose»). A quanto pare, l'unica «crescita» possibile con un decreto del genere è quella dei processi in tribunale...
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