La sovranità della paura
Piero Bevilacqua
E' un obbligo di onestà intellettuale riconoscere...
E' un obbligo di onestà intellettuale riconoscere – come hanno fatto quasi tutti gli amici che sono già intervenuti sul manifesto – il netto mutamento prodotto dal governo Monti rispetto al precedente esecutivo. Ed è anche, io credo, un obbligo della intelligenza politica saper riconoscere i mutamenti di fase, percepire gli spostamenti del fronte della lotta. Già la stessa estromissione di Berlusconi toglie all'opposizione contro le politiche neoliberistiche quell'indistinta nebulosità che l'ha caratterizzata fin qui, conferendole una maggiore nettezza, una migliore visibilità delle poste in gioco. Non sarebbe peraltro giusto sottovalutare sprezzantemente alcune novità relative alla civiltà politica del nostro Paese, che il governo ha introdotto. Il nuovo ethos pubblico, che l'esecutivo guidato da Monti ha reso subito evidente, ha non solo spazzato via d'un colpo l'aura di abiezione che circondava la masnada berlusconiana. Ha portato un ventata di pulizia nello spirito pubblico del nostro paese. E io credo che faccia in qualche modo parte – certo una piccola, ma importante parte – della pubblica felicità essere governati da persone a cui si riconosce onestà e probità morale. Si vivono meglio la proprie giornate di cittadini. La dichiarazione di umiltà da parte dello stesso Monti è, sul piano dello stile, e per il messaggio che comunica, una novità notevole, dopo un ventennio indimenticabile di arroganza e protervia del potere politico. D'altra parte, non dimentichiamolo, i governi di Berlusconi, fondati su un gigantesco conflitto d'interesse, per la costante pratica eversiva delle regole – oltre che per gli uomini che li hanno affollati dentro e nei dintorni – hanno costituito non solo un incoraggiamento, ma un incitamento e talora una fonte di illegalità. In un paese dove fiorisce la più estesa e attiva criminalità d'Europa si può agevolmente comprendere l'importanza di questo primo passo segnato dal nuovo esecutivo.

Ma tutto questo riguarda l'ethos, la pubblica moralità. La sensazione che oggi domina, di fronte a questa svolta, è che gli attori in azione sul proscenio del presente siano diretti da scelte operate nel passato, da politici defunti, oltre che da potenze impersonali e invisibili a cui si da il nome falsamente neutro ed egalitario di mercati. Le scelte sono, certamente, quelle dei vari governi nazionali che hanno accumulato un così ingente debito pubblico. Ma soprattutto quelle, fatte fuori dai confini nazionali, della deregolamentazione dei mercati finanziari messa in atto dai governi occidentali (compreso quello di Mitterand, in Francia) a partire dagli anni '80 del secolo scorso. E quelle più recenti, volte a salvare le banche dal fallimento utilizzando le risorse degli stati, oltre, naturalmente, all' internazionalizzazione del debito pubblico. Cui va aggiunta un'ultima “non scelta”, forse la decisione più clamorosa di tutte: l'assoluta mancanza di volontà politica, sia da parte di Obama, negli USA, che dei confusi e inetti governanti europei, di assoggettare il mondo finanziario in difficoltà, quando era il momento, a vincoli stringenti, che ponessero fine alle loro scorrerie. E imponendo un prelievo fiscale ai loro ingenti profitti per mettere in equilibrio un'architettura che essi stessi avevano devastato. E a proposito di inerzia e volontà politica, non si può non deplorare l'assoluta mancanza di una qualche iniziativa congiunta dei paesi con alto debito per tentare manovre comuni di contrattazione con i creditori. E la sinistra europea? Ma dov'erano, che cosa hanno detto, proposto, pensato di azione comune gli uomini che abbiamo eletto al Parlamento europeo ?

Oggi il presente esecutivo appare obiettivamente, se non al servizio, certamente subalterno ai limiti che il potere finanziario impone ai governi, alla politica intesa come libera decisione dei cittadini. Senza sottovalutare il condizionamento che esso subisce dal centro-destra, occorre riconoscere che la sua sovranità è limitata, perché essa è figlia della paura. Paura del fallimento della nazione, resa universalmente visibile dalla tragedia sociale della Grecia. Quella paura che alla fine ha avuto ragione della protervia di Berlusconi. Quello stato di necessità che svuota o limita gravemente gli spazi della democrazia e che sembra essere ormai una linea strategica dei gruppi dirigenti del capitalismo del nostro tempo.

Ebbene, bisogna dirlo subito e col giusto allarme. La paura non gioca a favore della sinistra. Corriamo il rischio, in questo anno e mezzo che ci separa dalle elezioni – se l'esecutivo Monti riesce a durare – di perdere per strada un bel po' dello slancio e dell'entusiasmo che si sono espressi nelle elezioni della primavera e nel successo dei referendum. Sotto l'assedio della paura è il centro moderato che può calamitare consensi, raccogliendo anche l'ondata di delusione che la caduta del governo e le divisioni interne al PDL e alla Lega provocherà nell'elettorato del centro-destra.
Tale pericolo imporrebbe una condotta politica del centro- sinistra e della sinistra extraparlamentare all'altezza della sfida. Non sappiamo, infatti, quanto e se l'esecutivo Monti riuscirà a farci uscire dall'emergenza finanziaria legata dal nostro debito pubblico. Quello che è facilmente prevedibile è che esso non riuscirà a contenere la divaricazione dei redditi e l'emarginazione sociale di una parte crescente della popolazione per effetto della crisi e delle decisioni di politica economica decise in Italia e in Europa. Il dato secondo cui il 10% delle famiglie italiane detiene quasi la metà del reddito nazionale – fornito non dall'ufficio studi della Fiom, ma dalla Banca d'Italia di Draghi – non verrà certamente modificato dal programma di governo che ci è stato illustrato. L'idea di una patrimoniale, che sarebbe un atto di sacrosanta giustizia sociale, prima ancora che una saggia scelta di politica economica, è scomparsa dall' orizzonte. E l'ICI sulla prima casa probabilmente aggraverà lo squilibrio.

Con ogni evidenza , dunque, il disagio sociale è destinato a crescere man mano che si faranno sentire – come già accade – l'aumento di prezzi e tariffe per l'aumento dell'IVA e gli effetti degli innumerevoli tagli imposti dal precedente esecutivo. E' a questo scenario sociale che occorrerà prestare la massima attenzione, ma intervenendo con proposte credibili, da far sentire con voce forte a tutto il Paese. Ci sono milioni di giovani senza lavoro oggi in Italia, migliaia di questi hanno lauree, dottorati, master. Quale prospettiva diamo loro? Li esortiamo a pazientare finché arriva la crescita? Draghi ci ha appena comunicato che non è alle viste. Proponiamo loro di attendere - come ha fatto il neo ministro della Pubblica istruzione – l'applicazione della legge Gelmini? Perché tanta timidezza, da parte della sinistra, nel proporre un reddito di cittadinanza per lo meno a una fascia ampia della nostra gioventù? Posti di ricercatore nell'Università, nel CNR, borse di studio per i tanti studenti meritevoli e bisognosi? Non basterebbe stornare la spesa prevista per la costruzione dei 131 cacciabombardieri F35 per finanziarlo? Non possiamo introdurre una tassa di scopo? Ricordo che la disoccupazione, presente e futura della nostra gioventù, riguarda la quasi totalità delle famiglie italiane. Essa rischia di diventare esplosiva se si aggiunge alla riduzione dei redditi familiari, alla disoccupazione dei capifamiglia. E' anche per questo che in esse si localizza una potenzialità di consenso di vasta portata. Costeggiare la sovranità della paura con una politica priva di profilo classista, moderata, incapace d'azione e di proposte coraggiose, potrebbe non rendere certa, nel 2013, una vittoria elettorale del centro sinistra che oggi invece appare alla portata.

www.amigi.it. Questo articolo è stato spedito contemporaneamente al manifesto

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