Sgomberare le aree a rischio dove non si doveva costruire
Alessandra Arachi
Si discute di emergenza. Speriamo che prima o poi qualcuno “inventi” anche la pianificazione, la partecipazione, e cose un po’ così. Corriere della Sera, 24 novembre 2011 (f.b.)
ROMA — Corrado Clini, il nuovo ministro dell'Ambiente, ha parlato di «svuotamento». Ha detto ieri, prima di volare a Messina: «Bisogna cominciare ad agire sui territori svuotando le zone dove non si sarebbe mai dovuto costruire». E in tanti hanno applaudito, gli ambientalisti per primi, loro che da anni quello svuotamento lo chiamano «delocalizzazione» e che, da anni, professano la libertà dei fiumi oggi imbrigliati dal cemento.

Eppure la proposta del ministro Clini è costellata di «ma». Gabriele Scarascia Mugnozza, capo dipartimento di Scienza della Terra dell'università La Sapienza di Roma, li riassume con due domande: «Clini dice cose giustissime: ma dove trova i soldi per fare questo? E anche: dove trova le persone che hanno la forza di spostare i cittadini dal proprio territorio?».

Già: chi li sposta i cittadini dalle loro case? Raffaele Lombardo, governatore della Sicilia, pensa che non ci siano persone così. Pensa che: «La teoria delle nuove case che costerebbero molto molto meno che rimettere in sicurezza le case crollate trova la resistenza imbattibile dei cittadini». E non è un pensiero solo del meridione profondo.

Basta fare un salto fra i paesini della Toscana ferita: «Cosa pensa Clini? Di cancellare i piccoli comuni con un colpo di spugna?». Sandro Donati è il sindaco di Mulazzo, il comune che custodisce Montereggio, il paesino dei librai analfabeti. «Ci sono la storia, la cultura, le tradizioni con cui fare i conti», ribadisce il primo cittadino eletto in una lista civica di centrosinistra. E le sue parole incontrano l'esperienza tecnica di Paola Pagliara, capo del settore rischio idrogeologico della Protezione civile.

Dice Pagliara: «Di fronte al rischio idrogeologico non ci sono che due approcci possibili: o si svuotano gli abitati o si rimettono in sesto. Storicamente come Protezione civile abbiamo sempre avuto problemi con lo svuotamento. Il primo che facemmo, a Cavallerizzo di Cerzeto, nel cosentino, ci fece combattere con una resistenza strenua degli abitanti della comunità che lo abitava».

Ma non è soltanto un problema di cittadini. Franco Orsi, sindaco (e senatore) pdl di Albisola, Liguria, dice di non aver problemi a «delocalizzare» i propri cittadini al momento dell'allerta meteo. «Il problema della proposta del ministro Clini è un altro: d'accordo svuotare, dunque abbattere le case. E gli ambientalisti applaudono. Ma poi? Quando si tratta di ricostruire? Ha un'idea il ministro di quanto sia problematico far passare le varianti ad un piano regolatore? E quante resistenze oppongono gli ambientalisti?».

Oggi queste resistenze gli ambientalisti le hanno lasciate da parte. Applaudono alla proposta di Corrado Clini che vede coronare il loro sogno di liberare i fiumi. E le obiezioni, semmai sono di altro genere. Come quelle economiche avanzate da Francesco Ferrante, senatore ecodem del Pd: «Sacrosanta la proposta del ministro. Ma siamo sicuri di trovare ovunque le sostenibilità logiche ed economiche?».

Paure condivise anche da Maria Grazia Midulla, responsabile clima ed energia del Wwf, e da Giorgio Zampetti, dell'ufficio scientifico di Legambiente che, però, sostiene la proposta come una panacea: «La delocalizzazione è una proposta che noi facciamo da sempre. Delocalizzare una struttura è un intervento risolutivo, la messa in sicurezza è invece infinitamente più onerosa».

Gian Vito Graziano, presidente del consiglio nazionale dei geologi, esordisce entusiasta: «Penso che quella del ministro Clini sia una scelta molto coraggiosa». Il «ma» arriva subito dopo: «Come pensa di riuscire ad attuarlo? In Italia manca una legge che supporti la difesa del sottosuolo, adesso affidata soltanto ad un capitolo della legge 152 del 2006. Ed è ben poca cosa: io in Italia non ho mai visto buttare giù una villetta, ma nemmeno una casetta abusiva».

Francesco Chiocci, ordinario di Geologia alla Sapienza di Roma, propone il «ma» più articolato di tutti. Dice, infatti: «La delocalizzazione è sicuramente un'opzione. Ma la verità è che non esiste una risposta univoca ad un problema tentacolare come questo. Penso, ad esempio, ai paesini costieri della Liguria: sono spesso costruiti su fondali dove non esistono alternative. Non ha senso dire che vengono svuotati, bisognerebbe dire che vengono chiusi per sempre. E ricostruiti altrove».

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