Senza agricoltura la montagna si vendica
Vittorio Emiliani
Amaro commento del dopo disastro: quando finirà l’elenco? L’Unità, 7 novembre 2011 (m.p.g.)
Il 4 ottobre 2010, il Ponente di Genova fu colpito da una grave alluvione. Da allora, cosa è successo? “Tredici mesi di testate contro il muro”, denuncia il presidente della Regione, Claudio Burlando, commissario. “Se tutto va bene, sta per concludersi il lungo iter per lo stanziamento dei primi 45 milioni di euro previsti per i danni dell’anno scorso” (ben 300 milioni). Il Wwf denuncia un bluff clamoroso: sparito lo stanziamento nazionale di 800 milioni (500 per la prevenzione del dissesto idrogeologico) promesso da Berlusconi e da Tremonti, con l'asta delle frequenze e con una quota dei FAS. V’è di più. Il ministro dell’Ambiente, Stefania Prestigiacomo, ammette: mai decollato il piano straordinario di manutenzione annunciato un anno fa per 2 miliardi.
E torna la minaccia di un condono degli abusi edilizi, il terzo promosso da Berlusconi. Che ha la faccia di bronzo di commentare la sciagura di Genova con un lapidario: “Si è costruito dove non si doveva”.

Dopo le tragiche inondazioni del 1966, i governi, per lo più di centrosinistra, hanno impiegato ventitre anni per approvare una legge, peraltro buona, per la difesa del suolo, la n. 183 del 1989, sul modello della Themes Authority londinese. Pochi anni, in compenso, ha impiegato il centrodestra.-con l’aiuto di Regioni e Comuni, anche di centrosinistra, s’intende - per smontarla, definanziarla, delegittimarla. A partire proprio dal 2001, quando le più importanti Autorità di Bacino avevano adottato i piani di riassetto. Del resto, l’alleato fedele del letale Berlusconi III, la Lega Nord, il Po lo vorrebbe gestito “a spezzatino”, un pezzo ciascuno Piemonte, Lombardia, Emilia e Veneto. E così pure l’Adige. Esiste politica più ridicola e insieme più criminale di questa?

A Genova l’allerta c’era stato, tempestivo. Non si è detto alla gente: restate a casa. Si è peccato di ottimismo in una città che ha subito, dopo quella paurosa del 1970 (mi ci trovai in mezzo) costata 44 vittime, tanti disastri, l’ultimo un anno fa. Fa bene il sindaco di Torino, Piero Fassino, a usare la massima prudenza. Il Po spaventa di nuovo. Le alluvioni cominciano in montagna. Genova è Comune di mare e di montagna, col Monte Reixa di ben 1.183 metri. Dall’alto precipitano a valle, oltre ai torrenti principali, 44 rii, molti dei quali arrivano in città “tombati” nel cemento e, per la pressione di una massa d’acqua sempre più ingente e veloce (grazie alla tante nuove strade asfaltate e ripide), “scoppiano”. In più, gli agricoltori sono spariti dalle alture e nessuno più ripulisce gli alvei da arbusti, ramaglie, tronchi di alberi caduti. Discorso che vale per gran parte della montagna italiana. Dove gli agricoltori superstiti vanno incentivati a rimanere con politiche mirate. Ma quando ci si convincerà che l’agricoltura, in specie quella di montagna, ha una precisa e preziosa funzione di salvaguardia dell’ambiente, dell’assetto idrogeologico montano essenziale per le grandi pianure?

Come ha ben spiegato ieri sul “l’Unità” l’urbanista Vezio De Lucia, bisogna darsi un diverso modello di sviluppo con piani scientificamente fondati: stop al consumo di suoli liberi, al cemento+asfalto, manutenzioni incessanti di boschi, alvei, sponde, affidate all’ “esercito del lavoro” giovanile, immaginato dal grande meridionalista Manlio Rossi Doria e ripreso dall’economista Paolo Sylos Labini. Non per stipendiare, beninteso, degli inoccupati, ma per “rinaturalizzare” fiumi e torrenti, a monte e a valle con piani seri puntualmente eseguiti. Siamo un Paese geologicamente giovane, sismico, con tante frane (e cave, molte abusive). Nel 105 d.C. Traiano nominò Plinio il Giovane “curator alvei Tiberis et riparum et cloacarum Urbis”, cioè soprintendente generale dell’Autorità di bacino del Tevere. Chi promuoverà quest’opera quotidiana e grandiosa, salverà l’Italia da immensi guasti e lutti (migliaia di morti, dal Polesine in qua) e “passerà alla storia”. Altro che Ponte sullo Stretto.

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