Lo sciopero generale per svegliare l'Europa
Bonaventura de Sousa Santos
Ieri, la lotta era per diritti negati. Oggi, è contro l’ingiusta perdita di diritti conquistati e che parevano irreversibili. Il manifesto, 25 novembre 2011
Gli scioperi generali erano molto comuni in Europa e Stati uniti sul finire del diciannovesimo secolo e all’inizio del ventesimo. Essi provocarono intensi dibattiti nei sindacati e nei partiti e movimenti rivoluzionari (anarchici, comunisti, socialisti). L’oggetto del dibattito era l’importanza dello sciopero generale per le lotte politiche e sociali, le condizioni per il loro successo, il ruolo delle forze politiche nella loro organizzazione. Rosa Luxemburg (1871-1919) fu una delle presenze più importanti in quei dibattiti. Ora lo sciopero generale è tornato. In Europa, dopo quelli in Grecia, Spagna e Italia, ieri era la volta del Portogallo. Perché lo sciopero generale è tornato? Che analogie ci sono con le condizioni e le lotte sociali del passato?

Nei loro distinti ambiti (comunità, città, regione, paese), lo sciopero generale è sempre stato la manifestazione della resistenza contro situazioni ingiuste e dannose, ossia, situazioni che peggioravano le classi lavoratrici o perfino la società nel suo complesso, anche se specifici settori sociali o professionali potevano essere quelli più direttamente colpiti. Il rifiuto di diritti civili e politici, le repressioni violente contro le proteste sociali, le sconfitte dei sindacati nella loro lotta per il welfare sociale o contro la dislocazione di fabbriche con il relativo impatto diretto sulla vita di intere comunità, i «tradimenti parlamentari» (come le scelte della guerra o del militarismo), queste furono alcune delle condizioni che nel passato portarono allo sciopero generale.

All’inizio del ventunesimo secolo noi viviamo in un tempo diverso; le condizioni ingiuste e dannose non sono le stesse di prima. Tuttavia, rispetto alle rispettive logiche sociali, ci sono inquietanti similitudini. Ieri, la lotta era per quei diritti di cui le classi popolari sentivano di essere ingiustamente privati; oggi, la lotta è contro l’ingiusta perdita di diritti per cui tante generazioni di lavoratori hanno combattuto e che parevano essere conquiste irreversibili. Ieri, la lotta era per una più equa distribuzione dell’immensa ricchezza creata dal capitale e dal lavoro; oggi, la lotta è contro una distribuzione della ricchezza sempre più iniqua (la confisca di salari e pensioni, l’aumento dello ore di lavoro e l’accelerazione dei ritmi lavorativi; imposizioni fiscali e salvataggi finanziari che favoriscono i ricchi - l’1% secondo quelli che vogliono occupare Wall Street - e condannano l’altro 99% a una vita quotidiana fatta di ansie e incertezze, di attese frustrate, dignità e speranze perdute).

Ieri, la lotta era per una democrazia che doveva rappresentare gli interessi della maggioranza emancipata; oggi, la lotta è per una democrazia che, una volta conquistata, è stata svuotata dalla corruzione, mediocrità e dalla avidità di leader e di tecnocrati non eletti che servono il capitale finanziario come hanno sempre fatto. Ieri, la lotta era per alternative (il socialismo) che le classi dirigenti sapevano esistere e quindi, chiunque le sostenesse, doveva essere represso brutalmente; oggi, la lotta è contro il senso comune neo-liberista, doviziosamente riprodotto dai media, che non c’è alternativa al crescente impoverimento delle maggioranze o allo svuotamento delle opzioni democratiche.

Alla luce di tutto questo, lo sciopero generale di ieri in Portogallo vuole lanciare i seguenti messaggi. Primo, le misure di austerità approvate dal governo per il prossimo budget sono controproducenti in quanto è tanto vero per i governi quanto per la gente comune che nessuno paga i suoi conti producendo e lavorando di meno; quelle misure d’austerità porteranno ad altre misure dello stesso tipo con l’ulteriore impoverimento di milioni di persone (guardate la Grecia); i sacrifici chiesti ai portoghesi non saranno mai compensati dai mercati perché questi prosperano chiedendone sempre di più (guardate all’Irlanda). Secondo, la soluzione meno dannosa è una soluzione europea.

Però federalizzare il debito senza federalizzare la democrazia (la soluzione favorita dalla Germania: gli eurobonds in cambio della resa totale al controllo finanziario di Berlino) significherà la fine della democrazia in Europa, e la Germania dovrebbe essere il paese meno interessato a una tale prospettiva. Come alternativa la Ue dovrebbe lavorare in tempi rapidi per andare alla federalizzazione del debito insieme alla federalizzazione della democrazia (più poteri all’euro-parlamento, elezione diretta della Commissione europea, un nuovo mandato per la Banca centrale). Dal momento che questo richiede tempo e per i mercati il lungo termine sono i prossimi dieci minuti, la Banca centrale europea dovrebbe cominciare a intervenire subito e in modo tale da mandare un segnale inequivoco della fattibilità e credibilità dei futuri cambi politici. Con un nuovo presidente e una diversa interpretazione del mandato corrente, questo è nelle possibilità della Bce.

* Sociologo, professore alla facoltà di economia dell’università di Coimbra (Portogallo) e docente di diritto alla università del Wisconsin-Madison (Usa). E’ uno dei fondatori del Forum sociale mondiale

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