Una saggia iniziativa
Enrico Pugliese
La cittadinanza deve essere un recinto, o un diritto? Si sta parlando di libertà, oltre che di equità.Il manifesto, 23 novembre 2011
Poco meno di una decina di anni addietro il manifesto titolò la foto di copertina che presentava un gruppo di immigrati con un «Non ci posso credere!». Il titolo si riferiva alla imprevista dichiarazione dell'on. Gianfranco Fini sull'opportunità di concedere il voto agli immigrati. In effetti non si capiva bene cosa avesse in mente Fini e cosa intendesse proporre. Era da poco stato approvato quel pacchetto di emendamenti al Testo Unico delle leggi sull'immigrazione che va sotto il nome di legge Bossi-Fini e la dichiarazione risultò sorprendente anche e soprattutto perché contrastava con il carattere persecutorio di alcune delle norme presenti in quel testo.

La proposta fu salutata da noi - e da pochi altri - oltre che con sorpresa, anche con scetticismo. E infatti non se ne fece nulla. Diverso è il caso della proposta lanciata ieri dal presidente Napolitano di estendere la cittadinanza italiana ai bambini nati in Italia da famiglie di immigrati. Ciò sia per la figura di chi ha avanzato la richiesta, che per la sua urgenza e per il contesto nel quale cade. Il presidente è persona notoriamente cauta e moderata, gode di autorevolezza e fiducia con pochi precedenti. Inoltre in passato ha operato nell'ambito della politica migratoria in direzione dell'integrazione. Fu sua la legge di un solo articolo che, nel 1996, permise (con l'attivazione di una norma contenuta in un decreto decaduto) a 270 mila immigrati di non perdere la regolarizzazione appena ottenuta. Fu sua, giustappunto, la legge Turco-Napolitano del 1998 che - pur zeppa di norme repressive, a cominciare dall'istituzione dei Cpt (ora Cie, insomma i lager per immigrati) - era piuttosto avanzata sul piano delle politiche sociali.

Il secondo governo Berlusconi, nato dopo la sconfitta del centrosinistra nel 2001, già condizionato dagli orientamenti xenofobi della Lega Nord, non cancellò la legge: si limitò a peggiorarne gli aspetti di controllo e repressivi mentre, per quanto attiene alle politiche sociali, decise semplicemente di garantirne la non applicazione soprattutto non finanziandole. Ma qualcosa tuttavia rimase: penso all'art. 18 sulla protezione delle persone vittime della tratta di esseri umani, all'estensione - sulla base del principio universale del diritto alla salute - del godimento dell'assistenza sanitaria anche per gli immigrati non regolari. E penso ai ricongiungimenti familiari, che hanno permesso l'ingresso in Italia di centinaia di migliaia di bambini e di persone in età fertile.

Questi bambini ora vanno a scuola e, se sono cinesi nati in Toscana nel distretto del cuoio, si chiamano Vanni, Marzia o Chen. Se sono indiani si chiamano Simona come la figlia dei miei amici Metha di Piadena, i quali però hanno anche un figlio che si chiama Hani, dato che la multiculturalità è una cosa complessa. Per questo rimando allo splendido libro con le foto di Giuseppe Morandi (e testi, tra gli altri, di Peter Kammerer e Ivan della Mea). Comunque è certo che questi bambini vanno a scuola e parlano italiano: non anche italiano ma soprattutto italiano. Hanno tutti un forte accento e non un accento straniero, bensì quello del paese dove abitano e sono nati: strettamente partenopeo se nel distretto dell'abbigliamento nell'area vesuviana, romano se nell'area di Piazza Vittorio, dove Flavio, Tse e Tsiao sono tutti all'apparenza cinesi. Si vada a vedere alla scuola elementare Di Donato di via Bixio, per averne un esempio lampante.

Di questo mi pare che abbia preso saggiamente atto il presidente della Repubblica. Ha indicato che, in base alla nuova realtà dell'immigrazione, i processi di integrazione hanno bisogno di un'ulteriore iniziativa istituzionale, insomma che lo stato riconosca la nuova realtà multiculturale dell'Italia.

Qualche razzista del Pdl si è già unito al coro della Lega, lamentandosi del fatto che si passa dalla nostra tradizione di cittadinanza fondata sullo ius sanguinis a un modello fondato sullo ius soli. Ma siamo nel 2011: «diritto di sangue» (che pure ha caratterizzato alcune improvvide iniziative legislative recenti del repubblichino on. Tremaglia) non suona molto bene. Tanto è vero che nei paesi d'Europa più avanzati, che hanno questa stessa nostra eredità, si va verso un suo superamento, sia pure spesso parziale.

Infine, si sente spesso dire che in Italia cinque milioni di cittadini stranieri immigrati sono troppi. Sono assolutamente d'accordo: in molti paesi europei solo una parte di questi cinque milioni di immigrati sarebbero ancora «cittadini stranieri». Gli altri - un quarto o un quinto - sarebbero già cittadini nazionali. Un cauto adeguamento a una più civile situazione europea mi pare il senso dell'iniziativa del presidente Napolitano.
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