Quando la politica in crisi si rivolge agli "esperti"
Carlo Galli
Politici, tecnici. Ma la politica è anche un mestiere. Si può farlo bene o male. Molto è stato scritto, e molto andrebbe letto. La Repubblica, 16 novembre 2011
La distinzione fra tecnica e politica si è affievolita in tutta l´età moderna, in un inesauribile scambio di ruolo e di funzioni - Se lo Stato si sforza di pianificare i settori della produzione economica, si penserà che sia giusto affidare il potere ai manager - La nascita del governo Monti mette in primo piano il complesso rapporto tra la democrazia e la necessità di ricorrere ad una élite di specialisti per il governo

Nasce un governo "tecnico", figlio della debolezza (ma anche della residua capacità di condizionamento) della politica di oggi, e della sciagurata insipienza della politica di ieri. È un governo di tecnici che saranno chiamati a realizzare nel modo più efficiente decisioni in parte già prese (anche e soprattutto fuori del nostro Paese) ma che dovranno nondimeno fare anche delle scelte; il che renderà evidente che sono chiamati non solo a supplire da tecnici la politica, ma anche a svolgere un ruolo propriamente politico.

Questo intrecciarsi di tecnica e politica va dipanato, nei limiti del possibile. Ma è una linea davvero sottile quella che separa la tecnica dalla politica. All´apparenza, la prima è un potere che dall´uomo va verso le cose, per produrle e modificarle, mentre l´altra è un potere che dall´uomo va verso gli uomini, perché esprimano un ordine a loro adatto. È questa la tesi di Platone, nella sua polemica contro i sofisti che riducevano la politica a una tecnica, a un´arte di persuasione e di comando, e non coglievano che l´ordine politico ha a che fare con la Giustizia (e questa con le Idee, col Bene, e con l´Essere); e anche Aristotele ha distinto fra poiesis, la produzione strumentale, che ha il proprio fine nelle cose prodotte, e praxis, l´agire che ha come fine la stessa bontà dell´azione.

Ma il progressivo venir meno del riferimento al Bene ha avvicinato le due nozioni ancora di più: un antropologo del XX secolo, Gehlen, ha sostenuto che la tecnica è l´azione dinamica che elabora l´ambiente e lo rende adatto all´uomo, mentre la politica è l´azione stabilizzatrice, che cerca di ordinare e integrare in un ordine i diversi saperi e le diverse azioni della tecnica.

In realtà, la distinzione fra tecnica e politica si è affievolita in tutta l´età moderna, in un inesorabile scambio di ruolo e di funzioni: benché pretenda di essere il custode di un sapere non specialistico ma universale, e di avere, rispetto alla tecnica, obiettivi più alti – non l´efficienza in questo o in quell´ambito ma la gloria, la nazione, l´Idea, la libertà, la democrazia –, lo Stato è intrinsecamente tecnico, poiché ha bisogno delle competenze di tecnici e scienziati, di statistici e di ingegneri, di amministratori e di militari, di giuristi e di professori; la tecnica conferisce allo Stato la potenza, che è ciò per cui lo Stato vive. E, specularmente, è ineluttabile che la tecnica manifesti la tendenza a produrre un proprio ordine, che esibisca una propria intrinseca capacità di generare forme; che sia, oltre che dinamica, anche stabilizzatrice; e che, oltre che servire, oltre che essere utile, pretenda anche di governare; che pretenda che l´intera società sia a disposizione di chi detiene i saperi neutri e oggettivi con i quali ogni problema sarà infallibilmente risolto.

Così, se lo Stato dipende dalla tecnica per la propria potenza (anche lo Stato sociale ha bisogno di efficienza tecnica), se si sforza di pianificare settori della produzione economica (nel XX secolo lo hanno fatto sia le democrazie sia i totalitarismi), allora si penserà che sia giusto e opportuno che il potere sia nelle mani dei competenti, dei tecnici, o di chi ha il know how dell´organizzazione: i manager, i tecnocrati. Come già sosteneva Weber, la tecnica fatalmente si presenterà allora come la "gabbia d´acciaio" che ha imprigionato la politica; oppure si potrà dire, con Heidegger, che la tecnica è l´essenza e il destino della civiltà occidentale, l´espressione adeguata (tanto più potente in quanto precisa, oggettiva, impersonale, neutrale) della volontà di potenza occidentale.

Contro queste prospettive di un mondo amministrato – in cui la tecnica, nata per servire l´uomo e liberarlo, lo comanda e lo piega alle proprie esigenze –, la politica a volte tenta di recuperare il comando nell´orientamento della vita sociale: questa è stata la rivoluzione culturale di Mao, che ha lanciato le Guardie Rosse contro le tecnostrutture della Cina; questo fanno i populismi, contestando le élites tecnocratiche. Ma più in generale, contro la politica asservita alla tecnica si gioca l´autonomia della politica; al prestigio distaccato dei tecnocrati si contrappone la passione e la partecipazione della politica democratica.

Ma, benché seducenti, tecnocrazia e autonomia della politica sono in realtà due ipotesi insoddisfacenti. La verità non sta né nell´identificazione della tecnica con la politica (la tecnocrazia) né nella loro contrapposizione frontale. Non separate né coincidenti, tecnica e politica si coappartengono: hanno entrambe a che fare con l´incompletezza e l´instabilità della vita associata degli uomini, e con il potere come sforzo di ordinare questo mondo. Ma, paradossalmente, è la politica a essere più aderente alla realtà, e quindi più potente: infatti, la tecnica non sa che il suo ordine impersonale e oggettivo, e i suoi fini universali e neutrali, sono anch´essi decisioni, sono il frutto di scelte già fatte, e mai messe in discussione. Mentre invece la politica sa che non c´è una sola soluzione (che appunto sarebbe ‘tecnica´) ai problemi reali di una società, ma sempre più di una (e di solito in conflitto). E nella scelta fra queste consiste appunto la politica. Se i tecnici vogliono fare politica, dovranno perciò rinunciare a credere nell´univocità e nell´assolutezza dei propri saperi, e addestrarsi al confronto dialettico.

Lo sforzo politico e culturale in cui vale la pena di impegnarsi è quindi quello di politicizzare la tecnica, cioè di fare emergere la contingenza dei suoi imperativi categorici; ma, al tempo stesso, di tecnicizzare la politica, ovvero di evitarne le derive illusionistiche e di renderla consapevole che la sua responsabilità è di decidere mezzi e scopi della potenza tecnica, senza sottrarsi alla durezza delle sue sfide. Alla politica spetta insomma il compito di entrare nell´universo della tecnica senza tributare un culto idolatrico alla sua potenza, nella consapevolezza che non è il Bene ma la percezione della complessità e della contraddittorietà della vita umana il vero discrimine fra tecnica e politica.
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