A prima vista sembrerebbe una città
Greg Lindsay
A parte gli scontati entusiasmi dei progettisti, le nuove città asiatiche sono davvero una risposta all’urbanizzazione del pianeta? Slate, 26 novembre 2011 (f.b.)
Titolo originale: City-in-a-Box – Scelto e tradotto da Fabrizio Bottini

Due anni fa, una cinquantina di chilometri a sud-ovest di Seul, il costruttore Stan Gale tagliava il nastro dell’ultimissima città del mondo: un istmo artificiale nel Mar Giallo battezzato Songdo International Business District. Nel 2001, a New York il presidente della Gale International si era impegnato a trovare 35 miliardi di dollari per realizzare una città delle dimensioni del centro di Boston, ispirata a Parigi, Venezia, Manhattan, dotata di un “Central Park” da cinquanta ettari. Songdo non sarà finite almeno fino al 2016, ma Gale non sta ad aspettare con le mani in mano. Propio in questi giorni sta promuovendo presso i sindaci cinesi la sua “città in scatola di montaggio”: un metodo per costruirsi una nuova città del futuro intelligente, verde, e nel giro di soli tre anni.

Ci si può costruire una città così dal nulla, e farne anche un posto davvero abitabile? Potrebbe davvero rappresentare la sfida finale. La popolazione urbana del pianeta raddoppierà quasi nel 2050, e sarà necessario costruire centinaia di nuove città. I Cina già oggi si realizza un equivalente di Roma ogni poche settimane, ad assorbire i 400 milioni di migranti che fluiscono dalle campagne. Quindi la questione che abbiamo di fronte non è tanto se costruire le città a partire da una tabula rasa, ma come farlo. E il problema si pone più pressante che mai in Asia.

L’archetipo della città asiatica non è certo la Shanghai Art Deco o la Tokyo de dopoguerra, piuttosto la “metropoli istantanea” di Shenzhen, solo un villaggio di pescatori quando trent’anni fa fu dichiarata enclave capitalistica in Cina. E oggi è una metropoli da quasi 14 milioni di abitanti, con una selva di grattacieli che spunta da un impenetrabile sottobosco di sopraelevate e fabbriche. Spontanei e incontrollabili, Shenzhen e i suoi satelliti sono il simbolo dell’urbanizzazione del XX secolo: brutta, iniqua, insostenibile. Possiamo far di meglio nel XXI secolo?

I progetti di città ideali risalgono al Rinascimento, fino a Brasília, capitale progettata su ordinazione da Oscar Niemeyer e freneticamente costruita in quarantuno mesi negli anni ‘50. Seguendo l’esempio brasiliano, negli anni ’90 la Malesia ha intrapreso la realizzazione della propria capitale amministrativa. Tagliate le piantagioni di gomma e palma da olio si è fatto spazio per le cupole e le guglie di Putrajaya e della città sorella, Cyberjaya, collegate a Kuala Lumpur, una quarantina di chilometri a nord, con un “corridoio multimediale” di fibre ottiche.

Cyberjaya doveva essere la risposta in sud-est asiatico alla Silicon Valley, ma non ha attirato gli imprenditori del paese. Putrajaya è finite per diventare una specie di sonnacchioso e curatissimo campus per tecnocrati. Sejong, in Corea, “città amministrativa multifunzionale” due ore in macchina a sud di Seul, probabilmente seguirà la medesima sorte una volta completata la prima zona residenziale in dicembre. Originariamente pensata per essere la nuova capitale, oggi è solo la sede per alcuni ministeri (‘anno scorso una disputa sul destino di Sejong ha rischiato di spaccare il Partito Nazionale governativo, e sono in pochi a pensare che lì si possano trasferire più di pochissimi politici o funzionari da Seul).

Più della politica è la sostenibilità il motore di queste città che sorgono da un momento all’altro. La metà urbana del genere umano di oggi consuma il 75% dell’energia totale, e dunque realizzare centri più ecologici è la chiave per la lotta al cambiamento climatico. Più ancora per la Cina, principale inquinatore mondiale. Quello che ancora manca per il tipo di città che hanno in mente gli ambientalisti, è un prototipo. Aspira a diventarlo ora la Eco-Valle di Mentougou, a ovest di Pechino, patria degli ingorghi eterni.

Progettata dallo studio di architettura Eriksson di Helsinki, da completarsi verso il 2016, Mentougou sarà dotata di cupole geodesiche fluttuanti e pannelli solari sparsi su tutte le colline, a nascondere le cicatrici delle vecchie miniere e cielo aperto. Nella valle, nove istituti di ricerca, ciascuno dedicato a uno specifico aspetto della sostenibilità urbana, dalla gestione e depurazione delle acque, al traffico, all’energia. I ventimila abitanti di Mentougou dovrebbero poi raddoppiare per allargare l’esperimento. “L’idea è di realizzare la città ecologicamente perfetta” spiega il fondatore dello studio Patrick Eriksson, ma in realtà chi costruisce si accontenta di tagliare le emissioni un terzo della media.

Fuori Pechino, la città storica di Langfang, che ha quasi raggiunto gli 800.000 abitanti, ha s incaricato lo studi internazionale HOK e il CW Group di San Francisco per modernizzarsi utilizzando la tecnica della cosiddetta biomimesi. L’Eco-Città Intelligente di Langfang vuole imitare la foresta che c’era un tempo utilizzando percorsi alberati e le “strade-blu” dei canali per spostarsi e sfruttare le acque, così come un tempo accadeva, con radici e zone umide. Una rete tranviaria collega all’elemento centrale: la stazione della nuova linea a alta velocità Pechino-Shanghai.

La più grande città verde cinese sta ancora a est, ai margini di Tianjin, la fuligginosa versione pechinese di Newark, New Jersey, o di Long Beach, California. Come spiega il nome scioglilingua, l’Eco-Città-Tianjin è una joint venture Cina-Singapore: audace progetto per una specie di Silicon Valley per le industrie ecologiche, e anche qui si usa la città come un laboratorio. Progettata per essere più grande di New Orleans, l’Eco-Città sorge da paludi salmastre mescolando natura e artificio, case alte e grattacieli, sagomati su tortuosi arabeschi.

L’obiettivo della Eco-Città e della sua corrispondente cugina sino-singaporeana a Guangzhou, Città della Conoscenza, prevista per 500.000 abitanti e da completarsi in Cina meridionale entro il 2014, è di fungere da manuale pratico di istruzioni per la città ecologica, utilizzabile e comprensibile anche a un burocrate. Nel caso della Città della Conoscenza, ciò si traduce in ossessione per il “software” urbano: non tanto i codici digitali che ronzano sotto gli schermi, ma pratiche, politiche, metodi di realizzazione e gestione.

Ma la più ambiziosa di queste città istantanee è Songdo. Originariamente commissionata dal governo coreano per attirare multinazionali da Singapore e Hong Kong, Songdo pare pochissimo una città coreana, e molto una occidentale galleggiante poco al largo di Seul. Evitando i trabocchetti fantascientifici di Tianjin o Mentougou, gli architetti di Songdo, dello studio internazionale Kohn Pedersen Fox Associati, hanno scelto i segni delle città più amate —i giardini di Savannah, i canali di Venezia — come elementi costitutivi (campo da golf gentilmente offerto da Jack Nicklaus). Un modello di successo straordinario per il ceto medio e la borghesia coreana, che si sono aggiudicati i primi 1.600 durate un trafelatissimo fine settimana del maggio 2005. Più di metà dei previsti 65.000 abitanti di Songdo già ci abita; il resto dovrebbe traslocare entro il 2016.

Anche Songdo viene proposta come città ultra ecologica, a elevata efficienza energetica. Gli edifici vantano pannelli solari e tetti ricoperti di terriccio, il 75% delle acque e dei rifiuti è riciclato. Gran parte della città è avvolta da sinapsi digitali, dalle linee principali sotto le vie, ai filamenti che si insinuano nelle pareti e fessure. Perché? Stan Gale e i suoi associati della Cisco Systems provano a immaginare una intera città che funziona come un iPhone, e a cui si potranno vendere apps per le cose di ogni giorno.

Che sia per avidità, voglia di prestigio, o pura necessità, i costruttori di città istantanee di ogni risma paiono convinti che ci si debba adeguare alla legge di Moore: bene, in fretta, spendendo poco. Una mentalità che per ora ha provocato il disastro ferroviario sulla linea dell’alta velocità cinese, scuotendo alla base la fede nel progresso, producendo anche una bolla di indebitamento delle città che tocca i trilioni di dollari. Riuscirà invece a produrre città perfette, e con loro la tempesta economica perfetta? Anche Songdo, con la sua diffusa immagine di progetto riuscito, fatica a sostenere il peso dal carico finanziario. “In questi progetti di solito ci guadagna la terza gestione” commenta Gale. “Io sto cercando di imboccare quella strada”.

Se mai qualcuna di queste città possa essere tanto verde o intelligente quanto si promette, è ancora tutto da vedere, ma progettisti e costruttori sono convinti che il mondo ne abbia bisogno, di modelli migliori del liberi tutti alla Shenzhen. “Meno suolo, meno energia, più riuso e riciclaggio” scandisce Ko Kheng Hwa, CEO di Singbridge, costruttore singaporese della Città della Conoscenza di Guangzhou. Certo costruire città istantanee è un bel problema, ma di sicuro meglio dell’alternativa.

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