Al mercato del territorio: contrattazioni col cappio al collo
Luca Bettinelli
Tutto sembra oramai pronto. Me ne accorgo da un servizio fotografico a ripresa aerea pubblicato sul giornale locale di Bergamo, dal fermento urbanistico di varianti e ambiti di trasformazione, con i miei occhi, attraversando in auto la cosiddetta bassa bergamasca. La nuova sinuosa connessione autostradale Brescia – Bergamo – Milano è ormai tracciata e tra qualche mese diventerà una lingua di asfalto in mezzo al verde dei campi agricoli a sud appunto delle provincie, operose e sempre più in crisi di Bergamo, Milano e Brescia, e a nord della provincia meno industrializzata e più agricola di Cremona.

Le discussioni sui dubbi dell’utilità di questa infrastruttura sono stati oramai sorpassati dalle discussioni sulle compensazioni che il territorio attraversato necessita e che le società TAV (pronta ad affiancare al sinuoso biscione autostradale un siluro dritto di binari per l’alta velocità) e BreBeMi stanno “regalando” ai comuni interessati dall’opera. Ed è proprio su queste compensazioni che si accendono le mie perplessità.

Dal dizionario italiano la compensazione è “in generale, l’atto di compensare, di ristabilire un equilibrio”. L’equilibrio da ristabilire è senza dubbio quello della naturalità che il territorio a vocazione agricola sta perdendo a favore delle infrastrutture di cui stiamo parlando. Quello che è stato proposto invece è soltanto un insieme di opere di mitigazione, che “nascondono” l’infrastruttura e una serie di tangenziali, viste come conquiste a costo zero dalle amministrazioni locali, il più delle volte però, disegnate e costruite con l’unica logica del risparmio, a discapito ancora una volta del territorio.

Un esempio su tutti è la variante alla ex Strada Statale soncinese n. 498 all’altezza di Romano di Lombardia: una elegante silhouette attraversa da sud a nord le aree agricole del comune bergamasco e, all’altezza del tracciato ferroviario Milano-Venezia, si stacca dal suolo con un viadotto modello Autostrada dei Fiori, alto 12 metri e lungo 700. Motivazioni? gli elevati costi per creare un sottopasso in un territorio dove la falda è molto alta; perlomeno sono stati sinceri.

Quello che ci si aspettava, e che (viva la speranza) ci si aspetta ancora, è un vero piano di compensazione, che rilanci lo sviluppo di un territorio agricolo oggettivamente ferito, promuovendo la protezione della sua vocazione funzionale e la produzione di qualità, che incentivi il recupero delle grandi cascine, un tempo veri e propri borghi residenziali, oggi abbandonati e preferiti a ambiti di trasformazione che sottraggono suolo agricolo, che ingrandiscono le città e i paesi in una logica consumistica in contrapposizione alla più sensata concentrazione e riqualificazione dell’esistente.

Gli strumenti ci sono, sto pensando all’ottimo progetto di compensazione ambientale della Pedemontana, redatto dal Politecnico di Milano sotto la supervisione del prof. Arturo Lanzani, sto pensando ai vari parchi agricoli lombardi, da quello a sud di Milano a quello a sud di Bergamo. A quanto pare però, sta vincendo la logica delle varianti di piano, embrioni di poli logistici (veri o fittizi?!) e di poli commerciali. Calcio, Treviglio, Chiari sono già in via di definizione dei parametri di trasformazione, le amministrazioni si celano dietro alla scusa della creazione di posti di lavoro (forse un mare di padroncini extracomunitari sfruttati e una decina di dipendenti).

É comunque sbagliato additare le amministrazioni locali che si trovano col cappio al collo, inserite in un gioco sporco contro i comuni a loro limitrofi per accaparrarsi un polo logistico o un mega centro commerciale e poter offrire, per qualche anno, servizi ai propri cittadini (e, forse essere rieletti). La colpa sta alla mancata regolamentazione sovra locale, alla mancata guerra alle speculazioni edilizie che nei periodi di crisi sembrano ossigeno (sembrano). Bisogna ripensare a tutto, forse partendo anche dalle nuove infrastrutture, leggendole come contropartita per qualificare il territorio che abitiamo, con una logica di risparmio, di energie, soldi, e soprattutto suolo, perché quest’ultimo finisce, e non torna più!

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