Luciano Canfora: «È inaccettabile che si debbano cedere pezzi di sovranità»
Andrea Carugati
Democrazia e mercatiParole chiare, contro molte correnti, del grande stsudioso dell’antichità clssica e della storia della nostra civiltà. L’Unità, 4 novembre 2011
Questa Europa che detta legge ai governi mi ricorda tanto la Santa Alleanza del 1815, che interveniva in tutto il continente per sedare le rivolte, anche quelle dei patrioti italiani. Pensavano di avere l’Europa sotto i piedi, un po’ come oggi fanno i vertici della Ue e della Bce...». Luciano Canfora, ordinario di Filologia greca e latina all’Università di Bari, ha in cantiere un pamphlet sull’Europa, di cui anticipa alcuni contenuti, anche provocatori, a l’Unità. Non ha dubbi nel sostenere le ragioni del governo greco, che ha tentato di sottoporre a referendum il piano di austerità voluto dall’Ue. «Al premier Papandreou è stato persino imposto di riformulare il quesito, in modo da estenderlo alla permanenza stessa nell’euro. Un atteggiamento semi-coloniale, e la conclusione, cioè la rinuncia della Grecia alla consultazione, è uno scacco mortale alla democrazia. I capi dell’Europa si sono mossi come il brigante Mackie Messer dell’Opera da tre soldi di Brecht, con il coltello in mano».

Professore, che spazio c’è per la democrazia in questa crisi governata dai mercati?

«Il problema è la cessione di sovranità da parte degli stati nazionali verso delle strutture sovranazionali che non hanno una vera legittimazione democratica, perchè hanno una provenienza di tipo tecnico-burocratico e bancario-speculativo. In questo contesto la cessione di sovranità diventa un fenomeno inquietante».
Persino il Wall Street Journal aveva parlato di una “lezione di democrazia” da parte della Grecia.
«In effetti si può dire che la Grecia, che ha fondato la democrazia, ora ne rappresenta una sorta di ultima trincea».

Lei vede margini di democratizzazione della governance europea?
«Sinceramente no, e ricordo cosa disse il presidente della Banca centrale tedesca nel 1998, quando preconizzava la sostituzione del suffragio elettorale con quello dei mercati. Mi pare che il suo auspicio si sia ampiamente avverato».

Come si esce da questo impasse?
«Dopo oltre 50 anni dai trattati di Roma del 1957, non si è riusciti a costruire un governo, una politica estera e neppure un esercito unico. Mi pare che si possa parlare, storicamente, di un fallimento».

E come ci si salva?
«Oltre un anno fa le grandi banche tedesche si sono riunite a Davos per predisporre un piano di fuoriuscita dall’euro. Anche l’opinione pubblica tedesca ormai per oltre l’80% è contraria all’euro. La verità durissima è che l’Europa è un’invenzione astratta, un continente che contiene elementi distinti: il mondo anglosassone, quello francotedesco e mediterraneo. Va ripensato tutto».

Ritiene davvero possibile che l’Italia esca dall’euro?
«Si deve contrattare. I paesi del Mediterraneo, quelli più colpiti, dovrebbero alzare la voce per rinegoziare i parametri di Maastricht, ventilando anche l’ipotesi di costruire una propria area di scambio commerciale alternativa».

Con Berlusconi a Palazzo Chigi l’Italia è oggettivamente più esposta alla speculazione.

«Certo, ma quando sento dire dalle opposizioni che ci vuole un governo di emergenza per imporre i sacrifici ai cittadini, rabbrividisco. Il problema sono i sacrifici, non quale governo li impone. È un errore dare per scontati i sacrifici imposti dall’Europa, e non capisco perché l’opposizione si offra di partecipare».

Molti analisti sostengono che il “vincolo esterno” di Maastricht ci ha reso più virtuosi.

«Ci ha consentito non di essere meno spreconi, ma di mantenere i privilegi di chi già li aveva e di spremere ancora di più i lavoratori dipendenti, quelli che hanno un reddito visibile».
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