Di cosa parliamo quando parliamo di città?
David Pilling
La transustanziazione dello spazio urbano con la declinazione globale del modello occidentale. Financial Times, 4 novembre 2011 (f.b.)
Titolo originale: The Rise of the Megacity – Scelto e tradotto da Fabrizio Bottini

Nelle giornate di festa tradizionali gli abitanti indossano sandali e tuniche di cotone grezzo per portare a spalle la divinità nelle strade su un decoratissimo baldacchino. Al raccolto, si radunano a scambiarsi torte di riso. Anche quando non è festa, c’è comunque un forte senso della comunità. I commercianti chiamano la clientele con nenie tradizionali verso le piccolo botteghe, dove offrono pesce fresco, tofu fatto in casa, miso o i dolci della tradizione. Però non siamo proprio in un remoto villaggio rurale o di pescatori, ma un una normalissima via residenziale di Tokyo, la città più grande del mondo: megacittà a tutti gli effetti con una popolazione di 36 milioni di persone.

É la natura stessa delle città – e delle loro sorelle maggiori le megacittà – ad essere un velocissima trasformazione. Non possiamo più guardarle solo coi nostri occhi europei o americani. Il grandioso esperimento portato avanti dalle economie avanzate con la propria urbanizzazione fra XIX e XX secolo oggi si sposta nei paesi in via di sviluppo, soprattutto in Asia. Dove le città più grandi, da Pechino a Jakarta, da Mumbai a Manila, paiono totalmente diverse da Tokyo. In gran parte più povere, grigie, senza il favoloso sistema di trasporti pubblici che vanta Tokyo. Però hanno qualcosa in comune con la capitale giapponese, o altre grandi conurbazioni di altri continenti, come Lagos o São Paulo, stanno tutte insieme cambiando i significato della parola città.

“Le città di fatto non sono più riconoscibili” commenta David d’Heilly, che sta scrivendo un libro su Tokyo diventata megacittà. “Un tempo si trattava di nuclei di popolazione attorno a istituzioni religiose o al potere politico. Oggi basta qualunque tipo di infrastrutture a determinarle”. Molti di coloro che fuggono dalle campagne – a ritmi di 45 milioni di persone l’anno solo in Asia – sono attirati verso le cosiddette megacittà, che significa più o meno con più di dieci milioni di persone. Edward Glaeser, professore di economia a Harvard, le chiama “città agli steroidi”. Il concetto discende da “megalopoli”, termine peggiorativo coniato nel 1918 dallo storico tedesco Oswald Spengler. Si riferiva a città cresciute troppo e che così si avviavano verso il declino. Jean Gottmann, geografo francese, usò invece il termine in positive a fine anni ’50 per il corridoio metropolitano americano sulla costa orientale. Ora il concetto si trasforma di nuovo, a significare enormi agglomerazioni, soprattutto nei paesi in via di sviluppo.

In realtà, la gran parte della popolazione mondiale si sta spostando verso città di seconda fascia, non megacittà. Però l’idea della conurbazione enorme è simbolicamente evocativa. Secondo alcuni, si tratta dell’alba di un mondo nuovo dove cinesi, indiani, brasiliani e tanti altri vedranno finalmente la fine della povertà. Secondo altri, la megacittà è semplicemente un incubo. Il processo di progressive urbanizzazione umana, e abbiamo complessivamente superato i sette miliardi in ottobre, pare inesorabile. Dal 2008, per la prima volta nella storia, ci sono più esseri umani che abitano in città che in campagna. Da questo punto di vista l’Asia, che ha solo un 40% di popolazione urbana, è indietro. Quindi la costruzione di città per l’Asia è il futuro.

Nel 1975, second oil National Geographic, le megacittà erano solo tre. New York, capitale economica della maggiore potenza mondiale. Città del Messico, simbolo del degrado del terzo mondo, con la gente ammucchiata dentro a sporchi tuguri soffocati dall’inquinamento, dalla violenza, dalle malattie. E poi Tokyo, già una delle città più grandi del mondo a fine XVIII secolo con un milione di abitanti, quando si chiamava Edo. La popolazione di Tokyo però è esplosa dopo l’ultima guerra col Giappone che si avviava a un livello di consumi occidentale. Per trasformarla in un tipo di città totalmente nuova, non occidentale, non povera: la New York dell’Asia.

Trentacinque anni dopo, a quelle tre città si sono aggiunte circa venti megacittà. Le definizioni sono vaghe e contraddittorie. Tokyo nei suoi 23 distretti è abitata da 12 milioni di persone. Ma al conglomerazione allargata di Tokyo, che ingloba Kawasaki e Yokohama, contiene 36 milioni di anime.E la popolazione da sola non deve essere calcolata sempre in modo uguale. Chongqing nella Cina occidentale ha ufficialmente 30 milioni di abitanti, ma anche perché le campagne abitate attorno sono calcolate come parte della città. L’istituto McKinsey rileva una megacittà per l’Europa (Londra), tre in Africa (Kinshasa, Lagos e il Cairo), cinque nelle Americhe (São Paulo, Città del Messico, New York, Los Angeles e Buenos Aires). Ne restano 11 in Asia, sette delle quali (Tokyo, Mumbai, Shanghai, Pechino, Delhi, Kolkata e Dacca) occupano le prime sette posizioni globali.

Difficile fare statistiche sulle megacittà. Difficile anche classificarle. Prendiamo ad esempio Shanghai e Mumbai, le capitali economiche di Cina e India. Se non si fa caso all’inquinamento e non ci si allontana troppo dalle vie principali, Shanghai potrebbe anche ricordare New York. E per certi versi la grande città Americana l’ha già anche sorpassata. Nel 1980, a Shanghai c’erano soltanto 121 edifici con più di otto piani, secondo i calcoli di D’Heilly. Nel 2005, erano più di 10.000. Shanghai vanta 91 grattacieli oltre i 200 metri, travolgendo New York con soli 82. Dal 1995, ha realizzato il più esteso sistema di metropolitana del mondo, e prevede di raddoppiarlo entro il 2020.

Paragoniamo Shanghai – pianificata, verticale e (ogni tanto) scintillante – con Mumbai, spontanea, edifici bassi, piuttosto sporca. E però la “Maximum City” indiana, secondo la famosissima definizione di Suketu Mehta, riesce in qualche modo a mantenere un proprio fascino. Per milioni di indiani rappresenta la speranza di una vita migliore lontano dalla miseria delle campagne. A Mumbai i grattacieli non ci sono per via delle norme edilizie. Invece di abitare in torri, tutti si affollano nel poco spazio degli slum come a Dharavi. Mumbai è priva di un sistema di metropolitana, anche se lo si sta costruendo. La ferrovia, che ogni giorno fa muovere l’equivalente di tutta la popolazione di Israele, è così pericolosa che muoiono a centinaia ogni anno. Ma la città, in qualche modo, funziona. Facciamo solo un piccolo esempio, i suoi dabbawalas consegnano milioni di pasti pronti – per musulmani, indù, vegetariani o carnivori – con un tipo di organizzazione complessa che fa strabuzzare gli occhi agli studiosi del settore.

Gil-Hong Kim, esperto di infrastrutture dell’Asian Development Bank, spiega che per riuscire le città devono avere esponenti in gradi di esprimere una visione lungimirante e poi metterla in pratica. Nel 1970, circa un terzo della popolazione di Seul abitava in quartieri informali. Grazie ad attente scelte urbanistiche – e al massiccio brutale uso delle ruspe – la città si è trasformata. Oggi con una popolazione di 24,5 milioni di abitanti, è un luogo gradevole, ricco, col terzo sistema di metropolitana del mondo per numero di passeggeri. Ma è un’eccezione. Di solito le amministrazioni non sono affatto all’altezza. Secondo l’istituto McKinsey, più di un quinto della popolazione mondiale abita in sole 600 città, da cui si produce la metà di tutto. Ma in tantissimi casi le amministrazioni possono poco per bilanci risicati, poteri decisionali, strategie. Fauzi Bowo, governatore di Jakarta, a una recente conferenza organizzata dal nostro giornale e dalla Banca Mondiale a Singapore, lamentava di dover costantemente implorare il governo centrale per finanziamenti. “Nel 2025, il 60% degli indonesiani abiterà nelle città, ma come possiamo amministrarle senza poteri adeguati e risorse?”

In Asia spesso non si possono imporre tasse cittadine, o gestire le reti idriche ed elettriche, non parliamo poi di fogne, strade e trasporti pubblici che tanto migliorerebbero la vita. Continuiamo a ragionare in termini di stati nazione. Ma il mondo si sposta verso le città, dove non esiste alcun potere vero e proprio. Mentre esistono enormi problemi legati al vivere urbano, non ultimo l’impatto ambientale. Un abitante di ceto medio di Shanghai consuma molte più risorse e produce più gas serra di un contadino della provincia di Anhui. Ma come sostiene decisamente Glaeser nel suo Triumph of the City, le città sono l’apice della realizzazione umana. I nuclei ad alta densità sono luoghi di innovazione, stimolo, molto meno impattanti ambientalmente del suburbio disperso automobilistico tipico dell’America. Le città sono il salvacondotto per uscire dalla povertà. Attirano poveri, non li creano certamente. É lì che l’essere umano diventa più creativo, vuoi dal punto di vista artistico che tecnologico.

Che ci piaccia o no, non è più possibile tenere la gran parte dell’umanità incatenata alla terra. Nel 2050, sarà urbana tre quarti della popolazione. Ovvero ci saranno più città, e più megacittà. “Ci sono le megacittà nel futuro dell’uomo una prospettiva al tempo stesso esaltante e terrificante” scrive Glaeser. Gli esempi di Tokyo, Seul e Shanghai dimostrano che non deve trattarsi per forza di mostruosità. La megacittà per molti di noi è il destino. Obiettivo dell’umanità sarà quello di costruirselo, questo destino, non subirlo.

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