Città: non è tutto oro ciò che luccica
Andrea Alcalini
Una premessa è d’obbligo. Questo piccolo testo non si prefigge l’obiettivo di, confutare, smantellare, negare, trasformare o coprire in modo assoluto, articoli , teorie e pensieri scritti da scienziati sapienti; non ha la faccia tosta di credere che quanto scritto possa essere messo in discussione su un piano scientifico. D’altra parte, il mio pensiero, può e forse deve, essere inteso come un semplice approfondimento critico, sugli articoli pubblicati nel numero di novembre (2011) di Le Scienze dal titolo “Il futuro delle città”.

In generale credo sia un po’ fuorviante tessere le lodi, in modo quasi assolutamente limpido, della città moderna, delle megalopoli e in generale dei “mostri” urbani. Infatti, nelle pubblicazioni comparse sulla rivista Le Scienze, uscita questo mese e specificatamente nell’articolo, dal titolo “La rete sociale“ della coppia formata da Carlo Ratti e Antonhy Townsend e in quello scritto da Edward Glaser, “Motori di innovazione”, si approfondiscono i possibili futuri sviluppi delle grandi città.

I quali avverranno, secondo gli autori, in termini prettamente tecnologici. In entrambi i testi è possibile riscontrare giudizi professionali sulle possibili trasformazioni future delle interazioni urbane; se però in un’ottica scientifica i dati scritti risultano efficaci, sotto un’ ottica più urbanistica e territoriale rischiano di apparire un po’ troppo tendenziosi. Professare la certezza che negli agglomerati urbani, sempre più grandi e sempre più densi si creino spunti per nuove socialità, nuove idee di comunità e nuove spinte verso sviluppi imprenditoriali e salariali, potrebbe portare il lettore in una direzione sbagliata di comprensione del problema.

Penso sia importante leggere tutto in modo critico (anche questo articolo), ogni informazione, anche quella più squisitamente scientifica può mostrare come da buone intenzioni e da buone ricerche possano scaturire regole e teoremi controversi e opinabili.

Nei contributi a Le Scienze si descrive, tra l’altro, come Il futuro dell’umanità, o forse dovremo dire il presente dell’umanità, sarà quasi totalmente urbano. Le città raccolgono sempre più popolazione, crescono, soprattutto quelle del terzo mondo. Ma il dato che va sottolineato, secondo me, è invece questo: è vero che questi grandi agglomerati crescono, ma lo fanno a discapito di zone agricole e in complesso, di interi territori non urbani che risultano sempre più abbandonati e degradati. Ad esempio, è importante comprendere la possibilità di tirare un filo conduttore tra il fatto che sempre più persone siano coinvolte e muoiano (in maggior parte nei paesi sotto sviluppati, ma non solo) a causa delle calamità naturali e l’ammassamento di persone in mega città formate a loro volta da mega slum.

La concentrazione delle popolazioni attorno ai grandi centri avviene sempre in maniera caotica, non rispettando nessuna regola di pianificazione. E’ possibile che « … in sostanza, le città collegano i paesi poveri ai mercati più ricchi »[1], ma a che prezzo ? Di casi se ne possono citare molti: lo tsunami del 2004 che colpì particolarmente l’isola di Sumatra, i danni maggiori furono proprio percepiti nelle grandi aree urbane della costa, Haiti nel 2010 perse 220.000 isolani proprio nella capitale Port-au-Prince, lo tsunami in Giappone a marzo di quest’anno. Anche il terremoto all’Aquila nel 2009, il Veneto e le Marche dell’anno scorso, Liguria e Toscana di quest’anno però sono disastri collegati alla troppa urbanizzazione del territorio e all’abbandono dell’agricoltura. Per comprendere il binomio città-disastro naturale va capito il contesto in cui questo si pone, sia per le città del sud del mondo che per quelle italiane, attraverso due punti:

Per quanto riguarda le metropoli del terzo mondo, bisogna constatare sia la grande crescita che queste popolazioni stanno vivendo, la povertà in cui questi popoli vivono e il fatto che le metropoli stanno mangiando sempre di più territori pericolosi. Nel caso invece delle urbanizzazioni italiane è ormai palese come il mal governo del territorio e delle città, senza distinzione tra grandi e piccole, sia il colpevole più grande dei disastri e delle morti. Quando poi nell’articolo « La rete sociale » si parla di « … alcuni grandi progetti di grande sviluppo urbano che si contendono la corona di modello di città intelligente del futuro. Al primo posto c’è Masdar, negli Emirati Arabi Uniti, progettata per 50.000 residenti nel deserto fuori Abu Dhabi … » [2] sento la necessità di contraddire l’entusiasmo celebrato.

In tempi passati è vero grandi teorici dell’urbanistica pianificata e politologi , come Howard con la garden city, Le Courbusier con Chandigarh in India, Fourier con il Falansterio, ecc …, si dedicarono alla realizzazione di nuove città e di nuovi progetti urbani, alcuni andati a buon fine altri meno. Va sottolineato però che i due periodi, quello moderno e quello di fine ‘800, siano paralleli ma non coincidenti; i grandi del passato esprimevano un concetto di innovazione basato sulla trasformazione urbana e in qualche caso sul miglioramento delle condizioni di vita delle popolazioni coinvolte; oggi invece vedo solo una ricerca fittizia di benessere per persone ricche, un club chiuso per pochi eletti e un immenso consumo di risorse e di territorio. Inoltre anche i tempi sono cambiati, nei secoli scorsi c’era l’intenzione di innovare e di scoprire, oggi invece si dovrebbe recuperare e riterritorializzare.

Una domanda sorge spontanea quando si parla di Masdar: ma come è possibile immaginare una città in mezzo al deserto e considerarla « città intelligente » ? A chi serve una nuova Las Vegas ? Indagando un po’ in Internet, ma neanche tanto, si scopre che tra i maggiori finanziatori del progetto brillano insieme ad altre: BP, Royal Dutch Shell e Total S.A. Compagnie petrolifere in primo piano per la realizzazione di una città in pieno deserto, compatibile, almeno così è scritto, con gli standard di massimizzazione dell’energia. Certamente, nel progetto, i buoni propositi saranno anche presenti, ma come detto sopra, tutto va guardato in un’ottica critica e in alcuni casi in maniera molto critica.

É importante puntare sulla tecnologia urbana, sostengono gli autori « … Con strutture di supporto adeguate, i cittadini possono affrontare problemi come il consumo energetico, il traffico, l’assistenza sanitaria e l’istruzione in modo più efficace di quanto farebbero con norme centralizzate … »[3] ma credo, soprattutto nel caso italiano, che questo dovrebbe essere un passo successivo. Mi spiego, per prima cosa dovrebbe accadere che le nostre amministrazioni imparino a risparmiare, a reinvestire e a produrre benessere, attraverso servizi per la cittadinanza; ma soprattutto che imparino a rispettare il territorio e a rispettare le leggi che lo salvaguardano. Questo si, sarebbe veramente un bel proposito per il futuro prossimo. Successivamente ben vengano le tecnologie urbane, le innovazioni come « … una scultura pubblica i cui muri sono fatti di getti d’acqua che reagiscono alla presenza di persone. Quando i pedoni camminano nell’area, i getti si attivano e si disattivano consentendo di passare senza bagnarsi … »[4] ( Padiglione d’acqua digitale, Saragozza, Spagna ).

Non ho la certezza che gli autori degli articoli volessero in qualche modo, creare spunti con le loro proposte, per una nuova pianificazione italiana, però se un mensile scientifico e di approfondimento viene distribuito in Italia è comprensibile che le nozioni apprese vengano assimilate dai lettori e rielaborate da ciascuno, sotto forma di propositi e intenzioni per un ipotetico miglioramento della vita quotidiana. E’ plausibile pensare “ ecco delle buone intenzioni per cominciare un nuovo ciclo di trasformazioni urbane”. Ma guardando con attenzione la situazione odierna della pianificazione italiana, siamo certi che sono questi i propositi, cioè innovazione tecnologica ed espansione urbana, in primis, per cui vale la pena lottare, protestare e dannarsi l’anima ?

Ad esempio, colgo una frase scritta nel pezzo di Ratti e Townsend « … ottenere informazioni sulla situazione stradale in tempo reale può ridurre il traffico e migliorare la qualità dell’aria. … »[5]. Vorrei adesso descrivere una ipotetica situazione di “quotidiana follia” italiana: Sono un pendolare di una media città della penisola, o, in alternativa, di una piccola città vicino ad un qualsiasi capoluogo di provincia, da Ancona a Perugia, da Modena a Pescara; vado al lavoro tutti i giorni e tutti i giorni percorro la stessa grigia e triste strada, per farlo sono costretto a prendere l’auto privata, perché il sistema del trasporto pubblico della mia città fa acqua da tutte le parti, i treni o non ci sono o quando ci sono eccoli in ritardo, i pullman si imbottigliano come le auto nel traffico e due volte su tre sono strapieni. Non ho alternativa sulla strada da prendere, non perché non ami l’avventura, ma perché ogni strada è copia dell’altra, d’ovunque cerchi di andare il traffico ti stringe fino a soffocarti, e non ti lascia scampo.

Bene, siamo sicuri che sapendo notizie sul traffico migliorerei la mia situazione ?, o forse, mi azzardo a dire, sarei ancora più frustrato nel farmi ricordare tutte le mattine, dal mio “oroscopo” sulle previsioni del traffico che fuori mi aspetta una giungla, della quale conosco già l’esistenza e soprattutto sulla quale non posso farci proprio niente. Ergo, il problema è di struttura non di superficie, bisogna cambiare la mentalità con cui si concepisce il trasporto, sia pubblico che privato, in Italia, e solo successivamente introdurre sistemi di informazione urbana diretta. Sempre Ratti e Townsend plaudono ipotetiche applicazioni di assistenza urbana « … Un altro modo di mettere i cittadini al posto di guida è munire edifici, piazze e perfino sculture di sensori e attuatori integrati. Questi apparecchi permetteranno ai passanti di determinare il comportamento della città … … Usando l’applicazione 311 di Boston, per esempio, un cittadino ha risposto alla richiesta di aiuto di spostare un opossum finito nel bidone della spazzatura di un altro bostoniano … »[6].

Ora, sarebbe bello che queste tecniche elettroniche potessero veramente aiutarci a collaborare fra noi, fra cittadini, unirci in un sistema complesso di relazioni e tecnologie e sicuramente in tempi più maturi lo faranno di certo; ma è altrettanto vero che prima di questo è auspicabile, almeno in Italia, vedere un comportamento responsabile da parte dei nostri sindaci e dei nostri governatori regionali. Sono loro che per primi dovrebbero accendere la luce della collaborazione tra cittadini e istituzioni per il territorio e per le città. Questo dovrebbe avvenire attraverso l’attuazione degli strumenti di governo del territorio e di pianificazione che già esistono.

É banale ricordare che impostare una Governance sana e funzionale sia il primo passo, precedente alle ipotesi di utilizzo di tecnologie urbane, per attuare in maniera decisa strumenti e proposte vincenti, su tutte sottolineo la partecipazione attiva della cittadinanza ai processi di pianificazione, metodologia non sempre di facile applicazione ma comunque pur sempre un atto di profonda democrazia. Tra gli strumenti più usuali ricordiamo:

Per quanto riguarda il traffico a livello statale abbiamo il Piano della Mobilità e dei Trasporti, ogni città di media grandezza è dotata di un Piano del Traffico, non sempre efficace, ma esistente. Per la pianificazione ai vari livelli istituzionali, Comuni, Provincie, Regioni abbiamo i vari piani comunali ( PS, PRG, ecc … ), i Piani Territoriali di Coordinamento Provinciale e gli ormai consolidati Piani Paesaggistici Regionali. Per valutare l’inserimento di un progetto o di un piano in un dato ambiente abbiamo: V.A.S., V.I. e V.I.A. ottimi procedimenti di controllo e di miglioramento delle intenzioni di realizzazione delle opere. Certamente questi processi vanno, rispettati e applicati, fatto non del tutto scontato in Italia: basta vedere l’utilizzo che le amministrazioni ( regionali e provinciali ) fanno della V.A.S., nata come buon contributo per piani e progetti, per i loro rapporti con l’ambiente e per un loro inserimento sostenibile, che oggi si ritrova ad essere una mera giustificazione delle azioni bipartisan di una classe politica mediocre e superficiale.

Alla base di questi atti, c’è l’intenzione di portare nel territorio italiano un momento di vera pianificazione e di vero raffronto con il territorio e con le comunità locali. Sono sicuro che la tecnologia svolge e svolgerà sempre di più un ruolo fondamentale per quanto riguarda il miglioramento delle nostre città; ma prima è fondamentale preparare la base politica, civica e sociale, che ancora in Italia non c’è, per un vero cambiamento. Infine, tornando sul tema delle lodi alla città moderna, credo che in Italia oggi si debba fare proprio il contrario: tessere le lodi dell’agricoltura (di un certo tipo di agricoltura!) che dovrebbe stare alla base di qualsiasi intenzione pianificatoria, usare come prassi comune il suo ripristino e la sua cura, perché come la Liguria e come la Toscana ci hanno dimostrano, freschi delle tragedie umane e ambientali che hanno investito quei bellissimi luoghi, ogni città ha bisogno del suo territorio non urbanizzato, agricolo o naturale che sia, senza esso l’organismo urbano non vive.

[1] Le Scienze, Il futuro delle città, n. 519 novembre 2011, p. 60

[2] Ivi, p. 50

[3] Ivi, p. 50 - 52

[4] Ivi, p. 54

[5] Ivi, p. 52

[6] Ivi, p. 54

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