Il cambiamento climatico è di sinistra, e non parla inglese
Fabrizio Bottini
Almeno come lettori di giornali, noi non anglo-sassoni abbiamo una fortuna: a quanto pare non siamo sommersi dalle opinabili opinioni di chi nega l’evidenza. Sarà vero?
Credo sia capitato a chiunque di saltare sulla sedia, e poi probabilmente di incazzarsi di brutto, leggendo o ascoltando da qualche parte il tizio che dava la colpa del terremoto abruzzese ai peccatori locali, che si sarebbero attirati questo brusco ammonimento divino. E poi di incazzarsi ancor di più dopo aver scoperto che non solo il tizio con le sue sparate (questa non era neppure l’unica) aveva trovato posto sui media, ma un posto assai più stabile e prestigioso lo occupava, inopinatamente, presiedendo il principale ente di ricerca italiano. Beh, adesso si scopre anche che siamo fortunati, fortunatissimi, almeno rispetto ad altre sciagurate popolazioni, che certi pericolosi idioti se li devono sorbire molto, ma molto di più.

A certificare l’invasione degli ultracorpi antiscientifici, ci ha pensato abbastanza curiosamente proprio il metodo scientifico, con cui l’Istituto Reuters per gli Studi sul Giornalismo dell’Università di Oxford ha sistematicamente analizzato in modo comparativo, su un arco di diversi anni, un campione significativo della stampa internazionale, alla ricerca dei contributi sul cambiamento climatico. Scoprendo tra l’altro almeno due cose piuttosto significative: la stampa anglosassone è molto più permeabile di quella che parla altre lingue, quando si tratta di ospitare opinioni “scettiche” rispetto ai vari aspetti e manifestazioni del cambiamento climatico, e in generale sono i giornali di orientamento conservatore e di destra i più accoglienti ai tanti “se” e vari “ma” sollevati pur davanti all’evidenza scientifica. Soprattutto, osservano documentatamente i ricercatori, le strampalate opinioni di persone che nulla sanno, ovvero i politici.

Resterebbe da capire perché, succede questo, e vengono in mente due assai poco scientifiche spiegazioni. La prima è che la tradizionale stampa anglosassone, come ci raccontano tutti da secoli, coerente col suo ruolo democratico e aperto, non possa non accogliere quella che in un modo o nell’altro deve essere una vox populi vox dei: anche le sciocchezze più inverosimili (e spesso fuorvianti e pericolose) sparate da un politicante qualunque del tipo tea party o dintorni continuano a ricordarci che scienza e tecnica non sono una specie di religione, si evolvono e a volte ribaltano i propri presupposti. La seconda un pochino più cattivella è che la stampa internazionale letta dalla classe dominante di tutto il pianeta, guarda caso, è proprio quella che parla inglese, chi decide si forma quotidianamente su quelle letture, e proprio per questo motivo si moltiplica la pressione per comparire da parte degli “scettici”, in buona o più probabile mala fede.

Un’altra osservazione, stavolta autarchica, riguarda il nostro paese, che ufficialmente non compare nell’analisi comparata dell’Istituto Reuters. A parte le sciocchezze del pio antiscientifico governatore delle scienze citato in apertura, va detto che uno dei motivi per cui, molto probabilmente, non si verifica una vistosa presenza di “scettici”, è che a seminare sia scetticismo che atteggiamenti fideistici ci pensa il tono generale dei contributi giornalistici ai temi legati alla scienza. In cui si oscilla da certe prediche tracimanti onnipotenza, alla Veronesi per intenderci, a un certo cinismo sospettoso con poco tempo e voglia per dati certi, a un ottimismo della volontà magari in buona fede ma campato per aria a dir poco. E anche gli articoli scientificamente schierati, raramente si meritano poi risposte puntuali, come ad esempio nelle recenti polemiche sulle alluvioni. Insomma, un po’ ce la meritiamo la gentile ironia con cui sul Guardian di venerdì scorso Leo Hickman fa partire proprio dall’Italia, pur esclusa dalla ricerca, il suo articolo di presentazione del rapporto.

(di seguito scaricabile il Sommario della ricerca)

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