Baciare il rospo? Altro che opposti estremismi
Ida Dominijanni
Qualche utile precisazione «sullo stato della democrazia, il tramonto della politica e il feticismo dei mercati che fanno da sfondo al “passaggio Monti”». Il manifesto, 19 novembre 2011
È tipico delle fasi d'emergenza non andarci tanto per il sottile con le distinzioni. Ed è tipico delle fasi d'emergenza all'italiana, tutte all'insegna dell'unità nazionale, fare ricorso alla tesi sempreverde degli opposti estremismi, che provvede a procurare due ali di nemici alle convergenze centripete. Vorrei dunque rassicurare alcuni lettori perplessi, e con loro le cattedre mediatiche che equiparano gli argomenti del manifesto a quelli delle vedove di Berlusconi, o le ragioni dei movimenti anti-Bce alle urla di destra contro il complotto plutocratico-massonico-finanziario: non è affatto vero che diciamo tutti la stessa cosa.

È vero invece che sotto il cielo della fine del ventennio berlusconiano il disordine è grande, e la situazione non propriamente eccellente. Qualche precisazione, allora, sullo stato della democrazia, il tramonto della politica e il feticismo dei mercati che fanno da sfondo al «passaggio Monti».

È del tutto improprio o strumentale, intanto, gridare alla sospensione della democrazia o al golpe antidemocratico per fotografare la situazione. Non stupisce che queste grida provengano da una destra populista come quella berlusconiana, che ha sempre identificato l'esercizio della democrazia unicamente con l'appello al popolo, attribuendo alla conta elettorale il potere di decidere il governo. Questa investitura popolare diretta del governo, per quanto avallata dalle ultime leggi elettorali (e con l'aiuto dei settori più “bipolaristi” della sinistra), notoriamente non esiste nella nostra Costituzione: a norma di Costituzione, il governo non lo decide il popolo ma le maggioranze parlamentari. Dal punto di vista formale dunque non c'è nessun golpe e nessuna sospensione della democrazia nella soluzione della crisi perseguita da Napolitano: il presidente della Repubblica non aveva l'obbligo di indire le elezioni, l'incarico a Monti rientrava nelle sue prerogative, il nuovo governo ha ottenuto il consenso necessario in parlamento.

Tolto di mezzo il golpe formale, però, il problema resta. E a segnalarlo basta il fatto che sono proprio i più convinti sostenitori dell'operato del Presidente della Repubblica a difenderlo non in nome della norma e della normalità democratica, bensì dell'eccezione: mai Carl Schmitt, autore a lungo maledetto se non tabuizzato, è stato così gradito a sinistra. Ora non c'è nessun problema a riconoscere a Napolitano tempismo e abilità decisionista, e perfino (Carlo Galli, su Repubblica di qualche giorno fa) una sorta di “buon uso” dell'eccezione, di un'eccezione volta al ripristino della normalità costituzionale, contro l'eccezionalismo perpetuo e a vocazione eversiva di Berlusconi. Ma il punto, per stare al tema, è anche un altro, evocato ma a mio avviso non risolto nell'intervento di Marco Revelli sul manifesto dell'altro ieri: se, stando ai testi, sovrano è chi decide sullo, non nello stato d'eccezione, chi ha deciso sullo stato d'eccezione in cui ci troviamo? Qui la risposta non è: Napolitano, bensì: i mercati. Napolitano ha deciso nello stato d'eccezione, in uno stato d'eccezione decretato a sua volta dai mercati, dallo spread, dalla Bce e quant'altri. E ha deciso nel solo modo in cui a quel punto poteva decidere, cioè certificando, col ricorso al governo tecnico, l'impotenza della politica di fronte ai mercati, o in altri termini la fine dell'autonomia del politico dall'economico (alla faccia, per inciso, di Carl Schmitt). Altra questione sulla quale nulla ha da rivendicare il fronte berlusconiano in disfatta, che di questa resa della politica dell'economia è stato fino a ieri il principale e nefasto fautore: cos'altro era se non in primo luogo questo, e non solo una rottura di legalità, il famoso conflitto di interessi?

Non sono glosse a margine, perché ne va di una valutazione realistica dello stato delle cose. Senza nulla togliere all'operato del Presidente della Repubblica, né alla sua efficacia nella liquidazione dell'anomalia del Cavaliere, quello che esso ci consegna non è una riaffermazione di sovranità nazionale sui giochi sovranazionali, né un colpo d'ala della buona politica sulla cattiva politica del ventennio berlusconiano: è una democrazia dimezzata, come tutte le democrazie occidentali, di fronte ai poteri sovranazionali che contano davvero, e una politica impotente di fronte al primato dell'economia. Conviene mantenere, rispetto a questi processi, lo sguardo lungo di quella che un tempo si chiamava analisi di fase, e non quello corto della nota politica quotidiana o settimanale: qui infatti non è in questione il sollievo che tutti proviamo per l'archiviazione di Berlusconi, né tantomeno l'illusione che la rinascita della politica potesse venire da un lavacro elettorale dello stesso ceto politico, di destra e anche di sinistra, che ne ha accompagnato e interpretato lo spegnimento. È in questione, al contrario, il fondato timore che dietro la discontinuità di stile rispetto al ventennio berlusconiano si faccia strada una continuità dei processi di fondo: dei quali l'asservimento della politica all'economia non è certo l'ultimo.

C'erano altre strade? Probabilmente no, a quel punto. A quel punto, con lo spread impazzito e i risparmi delle famiglie a rischio, pure le elezioni erano irrealistiche. Però nessuno, ma proprio nessuno, ci esenta dal chiederci come e perché ci si sia arrivati, a quel punto. Come e perché, ad esempio, un'intera estate sia passata senza che da sinistra si smettesse di attribuire solo alla mancanza di credibilità di Berlusconi, e non anche alla mano invisibile del mercato, il precipitare della situazione. O che è lo stesso, come e perché il metro dei mercati sia diventato, per la sinistra istituzionale, il criterio di misura del vero e del falso. Senza mettere in discussione il quale, va detto e ripetuto, non ci sarà nessuna possibilità né di egemonizzare né di condizionare il governo dei professori con i buoni propositi sull'equità e la crescita.

Come pure non sarà possibile uscire dallo spegnimento della politica senza volgere decisamente lo sguardo dalla politica ufficiale alla politica sorgiva. Gian Carlo Marchesini (vedi lettera a fianco) e altri lettori come lui hanno ragione a esprimere le loro riserve su un ricorso alle urne con questo ceto politico e questa legge elettorale, ma hanno torto a dimenticare il cambiamento che si è espresso nelle urne amministrative e referendarie solo pochi mesi fa, o che si esprime oggi nei movimenti contro l'uso politico del debito.

Quel cambiamento è già in atto, e aveva già archiviato Berlusconi e la sua corte dei miracoli prima dell'intervento dello spread e ha bisogno di essere ratificato prima o poi, e più prima che poi, da un voto che sancisca l'uscita dal ventennio. Seppellirlo sotto la coltre e lo stile del governo Monti sarebbe un grave difetto di miopia, lo stesso che da sempre «calmiera» il cambiamento in Italia, spuntandolo di qualunque carica creativa e riportandolo alla sensatezza di un'etica moderata, conservatrice e perbenista. Eppure, se un futuro c'è per la politica, oggi è da lì che passa, ed è lì che trova ricette sensate, parole innovative, pratiche di ricostruzione e di reinvenzione sovranazionali
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