Il regalo finale agli immobiliaristi, una «chicca» in stile Tremonti
Paolo Berdini
Tremonti perde il pelo, ma non il vizio: la farsesca storia della svendita del patrimonio pubblico. Su il manifesto, 1° ottobre 2011 (m.p.g.)
Neppure il documento della Bce del 5 agosto era arrivato a imporre la svendita delle proprietà pubbliche. A questo misfatto ci pensa Giulio Tremonti senza suggeritori. Forse perché è molto esperto in materia. Sono infatti anni che tenta di svendere il patrimonio dello Stato, prima con le cartolarizzazioni, poi con le alienazioni e con la “valorizzazione immobiliare”. Sarà ora di fare un po’ di conti in tasca ad un simile genio, perché tutto il suo ragionamento fa presa perché sottintende che la collettività guadagna qualcosa dalla svendita mentre è vero il contrario. Il caso dell’alienazione della sede del Ministero dell’Economia dell’Eur è esemplare.

La vicenda parte nel 2001. Già in quell’epoca in tutta Roma esistevano numerose sedi distaccate che non trovavano collocazione negli edifici di proprietà. Il ministro doveva dunque sapere che ogni anni lui stesso pagava centinaia di migliaia di euro per affitti alla proprietà immobiliare.
Invece di pianificare un acquisto sufficiente a far risparmiare soldi, vende la sede dell’Eur per consentire una squallida operazione immobiliare. Così le tre torri vengono avviate alla demolizione. Fecero in tempo ad abbattere tutte le murature perimetrali, perché le proteste bloccarono lo scempio ed ora sono ancora in piedi le strutture di cemento armato.

C’era un piccolo problema che il geniale staff del geniale ministro non aveva calcolato. Gli edifici erano pieni di fannulloni che lavoravano. Ed ecco la soluzione: un bel regalo alla proprietà immobiliare. Vengono presi in affitto due edifici nella zona della Cristoforo Colombo, duemila metri quadrati circa ciascuno, tra loro distanti altre un chilometro (con le disfunzioni operative che si possono immaginare!). Fatti i conti paghiamo da molti anni oltre due milioni di euro all’anno.
E questo sarebbe Quintino Sella! Ha ragione Mattei sul Manifesto di ieri: questo governo non può vendere nulla perché le proprietà appartengono ai cittadini. Certo ci vorrebbe un sistema di informazione e una forza nel Parlamento in grado di lanciare l’allarme. Per la stampa è presto detto. Un grande proprietario immobiliare, Francesco Gaetano Caltagirone, possiede anche il quotidiano Messaggero. Il Tempo è di proprietà di un altro immobiliarista. La stampa romana plaude dunque entusiasta alla vendita. E in Italia siamo pieni di Gazzette di Parma che hanno fatto il tifo per una cricca come quella appena andata a casa.

Più difficile fornire una spiegazione sull’atteggiamento dell’opposizione. Forse qualche motivazione si può rintracciare nel fatto che alcuni anni fa l’amministrazione di “centrosinistra” della provincia di Roma ha svenduto tutti i gioielli di famiglia. Così fan tutti.

Ci accorgiamo solo ora di aver commesso un errore. Non è completamente vero che Tremonti opera in piena autonomia. Qualche disinteressato suggerimento arriva. Quella stessa Confindustria che ha fatto trionfare il berlusconismo, alza la voce nelle sue ultime ore di vita per riuscire a portare a casa l’argenteria. Il documento per salvare l’Italia (si chiama così) mette le mani sul piatto: bisogna vendere. Anzi con una prosa vagamente risorgimentale afferma che occorre limitare “l’enorme perimetro della manomorta pubblica sull’economia italiana”.

Manomorta? Quando mai. E’ molto vispa quella mano e ci vuol rubare il futuro.

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