Quale futuro per le fonti rinnovabili
Giorgio Nebbia
Un mese o l’altro la crisi finirà: fin da ora non sarebbe male ...
Un mese o l’altro la crisi finirà: fin da ora non sarebbe male chiedersi che cosa faremo quando questo frenetico circolare di soldi finirà, quando i pochi arricchiti si troveranno a fare i conti con le falangi, cresciute di numero, di poveri nei paesi ricchi e in quelli già oggi poveri. Quando ci si renderà conto che il mondo va avanti non con i soldi, ma con il ferro e le patate, cioè con la produzione di merci reali, capaci di soddisfare bisogni umani. In tali merci reali quale ruolo avranno le fonti energetiche e i materiali “rinnovabili” ? Credo che, al di là del piagnucolare sul troppo lento flusso di soldi pubblici per pannelli fotovoltaici o motori eolici, sarebbe --- secondo il parere di un modesto osservatore che, in oltre mezzo secolo, ha assistito alla crescita, al declino e alla resurrezione delle passioni per l’energia solare --- il caso che tutti e tre i soggetti dell’economia, i fabbricanti, i lavoratori, i ”consumatori”, si proponessero di interrogarsi su un futuro vicino, diciamo dei prossimi due anni, e su quello più lontano, diciamo fra dieci o quindici anni.

Il futuro delle fonti energetiche rinnovabili dipenderà da vari fattori su cui si possono già oggi avere alcune informazioni: la disponibilità di fonti energetiche fossili, il prezzo delle fonti fossili, il “costo” delle nocività ambientali associate alla produzione di energia e, infine, ma più importante di tutto, la previsione di quanta energia e di quale forma di energia avranno bisogno l’Italia, l’Europa e l’intero mondo negli orizzonti di tempo prima indicati. La risposta a quest’ultima domanda, a sua volta, presuppone delle ragionevoli previsioni su quali merci e servizi saranno necessari per una popolazione che ha raggiunto (proprio in questi giorni) i sette miliardi di persone

“Rinnovabili” che non sono soltanto pannelli o pale eoliche, ma anche innovazione nel campo delle tecnologie agricole e forestali --- non dimentichiamo che la biomassa che si forma sui continenti (di cui quella alimentare ed economica è soltanto il cinque percento) ha un “contenuto energetico” di 10.000 exajoule all’anno, rispetto ai 500 esajoule all’anno “contenuti” nelle energie “commerciali”--- e nell’uso delle altre forme in cui l’energia del Sole si manifesta sulle terre emerse e negli oceani.

Di innovazione, parlo, e non di affrettate “novità”, troppo spesso presentate per attirare i titoli dei giornali promettendo mirabolanti successi, in cui qualche allocco spende soldi privati e più spesso pubblici con altrettanto rapide delusioni. Una innovazione, che nasce dal duro lavoro nei laboratori e nelle industrie e si traduce in “cose utili per l’uomo”, richiede uno scrutinio tecnico-scientifico per separare illusioni e realtà, il che a sua volta richiede una vera cultura tecnico-scientifico nei governanti e nel pubblico (che è poi quello che paga col proprio salario successi ed errori), e una cultura del “fare le cose utili”. Quante cose “occorrerebbero”!

Qualcuno dei lettori forse ricorderà il film “Pretty woman”; una prostituta, interpretata dalla bella e brava Julia Roberts, fa innamorare un grande finanziere di successo che si vanta di comprare imprese in difficoltà e di svenderle a pezzi, anche a costo di licenziare i lavoratori (proprio come avviene oggi nel mondo). Ad un certo punto la ragazza chiede al finanziere. “Ma tu non hai mai costruito niente ?”. La risposta è “no”. La favoletta vuole che, per amore, alla fine il finanziere compri un cantiere navale in crisi non per svenderlo, facendo soldi, ma per costruire anche lui ”molte belle e grandi navi”.

Forse anche noi abbiamo bisogno di rimetterci a costruire molte belle a grandi cose utili, nelle fabbriche e nei campi, e in questo processo le fonti energetiche e le materie “rinnovabili” sono destinate ad avere un ruolo centrale.

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