La Politica, la Finanza, il Paesaggio
Eddyburg
La svolta (in retromarcia) dei campi
di Giuseppe Sarcina

BRUXELLES — Le organizzazioni degli agricoltori stanno calcolando le perdite. «Siamo nell'ordine di 240-280 milioni in meno, ogni anno a partire dal 2014», comunica Pietro Sandri, responsabile economico di Coldiretti. Stime e tabelle girano anche negli uffici della Cia (Confederazione italiana agricoltori) e Confagricoltura. «Per l'Italia è in arrivo un taglio complessivo del 25% delle risorse», dichiara il presidente Cia, Giuseppe Politi. A Bruxelles, intanto, si prepara la grande macchina delle lobby agricole, le più antiche, le più rodate alla lunga trattativa che si aprirà sulla proposta presentata due giorni fa dal Commissario europeo Dacian Ciolos. Il Trattato di Lisbona ha introdotto la procedura della «codecisione» anche per l'agricoltura. Il progetto, quindi, dovrà essere approvato dall'Europarlamento e dal Consiglio dei ministri (i 27 Stati).

Ci sono da dividere 1.040 miliardi di fondi in sette anni per il periodo 2014-2020, con 972 miliardi di «pagamenti diretti», cioè di sussidi passati direttamente agli agricoltori. Il problema è che la nuova Pac (Politica agricola comune) d'ora in avanti deve fare i conti non più con 15 Paesi, ma con 27. In prima fila i partner dell'Est europeo. Da dove partire? Ciolos fissa un parametro base, la «Sau» (superficie agricola utilizzabile), come dire: consideriamo la terra effettivamente coltivata. Risultato: i grandi Stati, compresa l'Italia, si collocano sopra la media dell'Europa allargata e dunque, secondo il ragionamento di Ciolos, sono loro che devono ridurre le pretese per fare spazio ai nuovi arrivati. Detto in cifre e prendendo come riferimento il 2013, l'Italia, secondo la simulazione realizzata da Coldiretti, dovrebbe rinunciare al 6% circa di finanziamenti all'anno (tra i 240 e i 280 milioni di euro).

E qui scatta la reazione di Sandri (Coldiretti): «La scelta del parametro della superficie agricola utilizzabile è del tutto arbitrario. Per l'Italia il danno è doppio. In termini assoluti, per il taglio secco di fondi. E in termini relativi se guardiamo al nostro concorrente più agguerrito, la Francia che perde solo il 3%». Anche Germania e Spagna, però, dovrebbero cedere più o meno il 6%. La Gran Bretagna idem, ma, come sempre, fa capitolo a parte, poiché ha diritto a un rimborso dai tempi di Margaret Thatcher.

Le organizzazioni di categoria stanno valutando l'impatto sul mercato italiano. «Saremo fortemente penalizzati, migliaia di imprese sono in grave pericolo», osserva Politi della Cia. Coldiretti stima che i danni maggiori saranno a carico soprattutto dei grandi allevamenti del Nord Italia e dei coltivatori di olive. Conseguenze pesanti anche per il settore degli agrumi e del tabacco. Ma non piacciono neanche le altre scelte compiute dal Commissario Ciolos. Un solo esempio: la definizione troppo larga e generosa di «agricoltore attivo».

È sufficiente dimostrare di aver ricevuto sussidi per un ammontare superiore al 5% del proprio reddito globale (comprese quindi altre attività di «diversificazione») per essere ammessi alla nuova distribuzione di finanziamenti. In serata arriva anche la lunga nota del ministro dell'Agricoltura Saverio Romano. Questo il passaggio chiave: «Le proposte della Commissione appaiono complessivamente insoddisfacenti. Tutto l'impianto è caratterizzato da una forte complessità burocratica e da un'eccessiva rigidità. Sarà necessario un forte impegno del governo italiano, delle Regioni e dei rappresentanti italiani nel Parlamento europeo per correggere l'impostazione».

Interessante, però, registrare anche un punto di vista esterno, come quello di Franz Fischler, austriaco, ex commissario all'Agricoltura, oggi presidente di «Ecosocial forum», organizzazione non governativa. «Certo, sulla carta l'Italia perde qualcosa, ma con l'allargamento della Ue era inevitabile. La proposta della Commissione prevede però la possibilità di passare da un sistema di finanziamento diretto ai singoli agricoltori a una distribuzione delle risorse su scala omogenea, magari regionale. Per l'Italia può essere l'occasione per razionalizzare l'utilizzo dei fondi».

«La riforma degli aiuti? Cambierà il paesaggio nelle nostre campagne»
Intervista a Federico Radice Fossati, di Claudio Del Frate

MILANO — «Fosse solo la questione del 6 o 7% in meno degli aiuti, si potrebbe anche sopportare. Ma il cambio di passo nella politica agricola comunitaria deciso a Bruxelles è una svolta perché rivoluziona il criterio con cui essi vengono decisi; e quello nuovo è destinato a modificare, soprattutto in Italia e soprattutto in alcune regioni, non solo l'economia, non solo l'agricoltura ma addirittura il paesaggio». Il tono della voce è pacato ma lo scenario che Federico Radice Fossati, imprenditore della terra con storiche radici in uno dei «cuori verdi» dell'Italia, la Lomellina, va tratteggiando dice che niente, a partire dal 2014 sarà più come prima.

Perché dunque quanto deciso dalla Ue stavolta è così importante?
«Per capirlo occorre dare rapidamente uno sguardo al passato; la politica agricola comunitaria fondata sugli incentivi nasce col trattato di Roma per scongiurare all'Europa penuria di cibo. Ma ben presto la nostra agricoltura diventa la migliore del pianeta fino a creare le famose eccedenze di produzione, fino all'assurdo del '92, quando la Comunità vara gli incentivi per non produrre».

E arriviamo a grandi passi ai giorni nostri: cosa cambierà nel concreto a partire dal 2014?
«Storicamente gli aiuti erano concessi in base ai quintali per ettaro, un meccanismo che premiava la produttività dei suoli. Adesso subentra invece un calcolo fondato meramente sull'estensione dei terreni. È come se l'Europa avesse concesso a tutti gli agricoltori una sorta di pensione, indipendente dalla qualità e dall'efficienza del loro lavoro, rinunciando di fatto a ogni politica agricola. Purtroppo è un cambiamento che era nell'aria, largamente annunciato».

Come impatterà questo cambiamento sull'agricoltura italiana? Proviamo a immaginare degli scenari...
«Faccio l'esempio che ho sotto gli occhi della Lomellina, territorio vocato alla coltivazione del riso. Quest'ultima è una coltura che proprio per il particolare valore assegnato al prodotto riceveva dall'Europa incentivi pari all'incirca a mille euro l'ettaro. Con la nuova Pac il contributo scenderà a duecento euro. Questo significa che molti imprenditori saranno spinti a seminare non più riso ma ad esempio mais per produrre biogas, che a quel punto sarà molto più redditizio. Ecco perché la nuova Pac potrebbe cambiare addirittura il paesaggio di territori come la Lombardia o il Piemonte».

Il mondo agricolo contesta poi che la «torta» viene divisa senza grandi distinzioni tra tutti i 27 Paesi dell'Unione...
«Anche in questo caso il guaio vero è che non viene introdotta alcuna distinzione di qualità. Ma la stortura riguarda non solo singoli Paesi ma anche singole regioni. In Italia, ad esempio, la Lombardia vedrà ridotti i contributi Ue del 42% mentre quelli della Valle d'Aosta saliranno del 540%».

Accennava poco fa al fatto che questa svolta era ampiamente annunciata: come mai non è stata fermata?
«Perché adesso a Bruxelles votano 27 Paesi; sono i costi della democrazia, mi verrebbe banalmente da dire. Il nuovo meccanismo premia indubbiamente nazioni più arretrate, ad esempio la Romania, che tra l'altro esprime il commissario europeo all'agricoltura».

Adesso che spazi esistono, se esistono, per correggere la rotta?
«L'Italia dovrà imparare a contare di più su se stessa e meno sull'Europa. Gli aiuti dovranno essere concepiti in base a due pilastri; il primo è la qualità dei prodotti, il secondo è la tutela del paesaggio, il valore ambientale e turistico che sempre più è abbinato a quello della coltivazione della terra».

Ma il destino dell'agricoltura sarà sempre quello di essere sorretta dalla «stampella» degli aiuti pubblici?
«Di fatto stiamo andando verso il superamento di questo meccanismo. Almeno se vogliamo continuare a parlare di una politica produttiva nel settore agricolo e a patto di ricordare che il libero mercato comporterà un aumento sensibile del prezzo di molti prodotti alimentari».

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