Pagata con una vita una rata della mala urbanistica
Paola de Jesus
E’ arrivata la rata in scadenza da pagare, quello della mala urbanistica degli ultimi 20 anni. L’ha pagata l’Infernetto, un quartiere residenziale di 1.000 ettari della Capitale d’Italia, con la morte in un seminterrato di un giovane uomo di 32 anni (pare che sia importante dire che era cingalese). Lascia la moglie con una bimba di 3 mesi. Dopo due giorni lavorano ancora le pompe per togliere i 3 metri d’acqua, fango e liquami dai seminterrati di villini tutti uguali, comprati con sacrifici e mutui pesanti.

Una rata in scadenza del lontano (e mai risolto), contratto tra la classe politica romana e i costruttori, che consentiva di costruire praticamente ovunque, anche in zone a rischio idrogeologico, come l’Infernetto, dove le norme su carta stabiliscono che su tre piani una famiglia media di quatto persone abiti in 25 mq (!), così di contenere il carico antropico. Tutto nella legalità perché riportato sulle pubblicità delle riviste patinate della agenzie immobiliari, controllato dagli uffici tecnici, validato dagli studi notarili, ignorato dalla polizia municipale e per ultimo consentito implicitamente dal Comune di Roma. Villini tutti uguali costituiti da seminterrato, piano terra e mansarda, venduti dai costruttori con i bagni nei seminterrati, dove ogni metro calpestabile, a prescindere dall’abitabilità, costa dai 3.000 ai 3.500 euro al mq. Dal notaio si dichiara solo una parte del prezzo, convenendo a nero la restante e con 500 euro gli uffici tecnici rilasciano l’abitabilità.

Un Comune, come quello di Roma, la Capitale d’Italia, che sa perfettamente quanti sono i residenti in un’area che dovrebbe averne la metà, così come sa che gli abitanti sono il quadruplo. Infernetto (nomen est omen?), 1.000 ettari che fino al 1994 erano agricoli e serviti da un reticolo di canali di bonifica, su cui è intervenuta la mala urbanistica, che ha dotato la metà degli ettari di un piano particolareggiato, mai attuato dopo 18 anni, che prevedeva anche la sistemazione di strade, canali e fogne, e ha consentito negli altri 500 ettari lottizzazioni, convenzioni, accordi di programma, edifici pubblici, demolizioni di casali storici, toponimi, programmi intergrati, densificazioni di piani di zona e compensazioni edificatorie. 40 mila abitanti, ad oggi, sulle infrastrutture di quel piano particolareggiato mai attuato. Il risultato finale è che il reticolo dei canali è scomparso, alcuni sono stati tombati e di altri se ne è ridotta la sezione, senza che le strade, tutte private e senza manutenzione, venissero dotate di caditoie o canalette di raccolta di acque meteoriche. Parlare oggi di eventi inattesi, nubifragi eccezionali o calamità naturali, significa nascondersi dietro ad un dito, ignorando (non so più dire se per incapacità o malafede) problematiche quotidiane che il territorio soffre. A guadagnarci solo la rendita fondiaria, il cui ultimo esempio più eclatante è l’impianto privato sorto per i Mondiali di Nuoto sempre all’Infernetto, a ridosso di un fosso che in questi giorni di pioggia ne ha causato l’allagamento e la chiusura temporanea.

Non esistono soluzioni straordinarie da adottare, servirebbe soltanto l’applicazione delle leggi e delle norme esistenti che nessuno fa più rispettare. Cose che si invocano solo dopo la disgrazia, per dimenticarsene subito dopo.

In nome della rendita fondiara muore un uomo a pochi metri da casa mia. Un cingalese, pare he faccia la differenza.
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