Un nuovo commissario e vecchi problemi
Piero Giovanni Guzzo
Nella quiete di una domenica mattina piovosa leggo due interventi sulla querelle del commissariamento dell’archeologia romana: visto il clamore suscitato dal recente annuncio di un provvedimento al riguardo, non potevano mancare le riflessioni di personaggi di lunga esperienza e di indiscussa autorità coinvolti nelle circostanze. Guido Bertolaso (sul Corriere della Sera, edizione romana) mostra il suo candido stupore di fronte alle contestazioni elevate, non solo dai funzionari archeologi, ma anche da qualche migliaio di cittadini, fra i quali mi annovero. Il Commissario Bertolaso rivendica il necessario ed istituzionale ruolo della Protezione Civile: nell’identificare la natura delle criticità, nell’elaborare le contromisure, nel porle in realizzazione, nel riconsegnare la situazione sanata a chi di competenza. Adriano La Regina (su La Repubblica, edizione romana) evidenzia le, peraltro da tutti riconosciute, benemerenze della Soprintendenza Archeologica di Roma, lamenta la scarsità di risorse sia finanziarie sia professionali, illustra la complessità degli interventi di restauro, e quindi il loro protrarsi nel tempo.

Ambedue gli interventi esplicitano solo parzialmente quella che appare sia la natura del proposto Commissariamento, che segue quello di Pompei (luglio 2008), quello sull’impatto delle metropolitane di Roma e Napoli sulle preesistenze archeologiche (agosto 2008), ed altri precedenti, come ad esempio per la Domus Aurea di Roma. Questa lunga e ripetuta serie di interventi straordinari rivela che alle strutture tecniche responsabili della conservazione dei monumenti antichi il Governo imputa inefficienza: tanto da esautorarle con la nomina di Commissari. Altro è se l’imputata inefficienza sia reale oppure pretestuosa; se solamente Roma e Pompei si trovino in tali lamentate situazioni; se i provvedimenti nascondano scopi ulteriori ed altri rispetto al contrasto del “degrado”. La scelta politica di nominare Commissari là dove il Governo l’abbia ritenuto necessario (a prescindere, come anticipato, dalla serenità della valutazione) indica con chiarezza che il Governo ritiene non all’altezza del proprio compito istituzionale le strutture tecniche che fanno parte del Ministero per i Beni e le Attività Culturali. E, a questo proposito, l’intervento domenicale del Commissario Bertolaso è illuminante ed incontrovertibile: ma non risponde ad una domanda, alla quale invece il prof. La Regina dà ampia e documentata risposta. Così che i due interventi si completano vicendevolmente. A causa della cronica scarsità di risorse sia finanziarie sia professionali e della enorme vastità e fragilità del patrimonio costituito dai monumenti antichi, il loro stato di conservazione e di fruizione attuale è ancora lontano dall’essere soddisfacente.

A questo proposito non vale guardarsi indietro, paragonando l’oggi allo ieri o all’altro ieri: anche se la differenza, in meglio, si vede, tranne forse per quanto riguarda una più vigile attenzione alle esigenze di informazione e di servizio al pubblico, che ha ormai raggiunto vastità e varietà planetarie. Il Governo, non soddisfatto, nomina Commissari: ciò lo esime dal dotare di risorse finanziarie e professionali le Soprintendenze che sono ritenute le cause prime dell’insoddisfazione. Quale sia lo sviluppo futuro di un tale modo di agire non possiamo sapere: ma tristi, anche indistinti, timori, come quello della “privatizzazione” (qualsiasi cosa significhi questa parola), paiono giustificati. Tanto più di fronte al decremento verticale dei bilanci ministeriali, già in precedenza analizzato e denunciato da parte di Salvatore Settis, ed al fisiologico invecchiamento delle risorse professionali, non più adeguatamente rinnovate da anni. Sembra pertanto giustificato dedurre ulteriormente che, nelle possibili previsioni del Governo, le attività tecniche di conservazione dei monumenti antichi siano destinate a ridursi progressivamente ed ulteriormente: riciclandole, sotto la fascinosa etichetta della “tutela” (della quale troppo spesso ci si è fatto scudo, tralasciando il servizio al pubblico), in procedimenti non più metodologicamente giustificati e finalizzati all’intera filiera della conoscenza, della conservazione, della fruizione, ma solamente amministrativi che peraltro, mancando risorse finanziarie adeguate, si muteranno in burocrazia.

Diversa prospettiva sarebbe stata offerta se il Governo, insoddisfatto dello stato attuale di conservazione del patrimonio archeologico, avesse nominato come Commissari, con congrue e fresche dotazioni finanziarie e con straordinari poteri, funzionari tecnici dei ruoli del Ministero, altrettanto pubblici ufficiali e dirigenti dello Stato dei tecnici della Protezione Civile. Ma con la differenza di possedere formazione ed esperienza professionali ben più vicine alla natura degli oggetti, cioè gli antichi monumenti, delle proprie cure di quanto ne posseggano geologi, ingegneri e vigili del fuoco: il tutto allo scopo prioritario di assicurare lunga e decorosa conservazione alla nostra storia, non a quello di conservare un “potere” che non si capisce bene di che cosa si sostanzi. La tempestività e l’efficacia dei provvedimenti, da Pompei a Roma, sarebbero stati uguali; nessuno avrebbe protestato e sollevato interrogativi sul futuro; il Commissario Bertolaso avrebbe potuto occupare il proprio tempo nel rimediare a frane e straripamenti, anziché nel vergare il suo stupito domenicale intervento. Ma, ciò nonostante, gli dobbiamo essere grati: perché ha contribuito a farci vedere più a fondo nel momento attuale, nel quale si mescolano, a renderlo ancora più intricato, categorie di problemi assai varie fra loro, dal rapporto tra Stato ed Enti Locali a proposito della tutela e della valorizzazione alla conformazione futura della responsabilità (pubblica) sul patrimonio culturale del Paese.

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