Il mio "no" al pensiero unico
Giuseppe Boatti
«Perché mi dimetto dal Politecnico». Lettera aperta a la Repubblica Milano, 21 ottobre 2011, con postlla
Caro direttore, lascio l’insegnamento al Politecnico prima di quel che avrei voluto. In via Bonardi ho potuto esercitare la libertà d’insegnamento, ma il meccanismo decisivo, quello della selezione del corpo docente, è andato sempre più orientandosi, nel settore scientifico-disciplinare dell’urbanistica e della pianificazione territoriale, verso il dilagare del pensiero unico, fratello e socio del "modello Lombardia" in campo politico. È il modello secondo il quale esistono formalmente due schieramenti politici che talvolta si danno il cambio nel governo, ma che sostanzialmente vivono di un patto stabile di non aggressione, fondato sulla spartizione dei collegamenti con interi pezzi del sistema economico.

Alla maggior parte dei miei colleghi questo sistema di governance post liberale piace e lo considera come fattore di stabilità e addirittura di successo per la nostra regione. A me pare invece che esso configuri da un lato il tramonto sostanziale della democrazia, e dall’altro una vera jattura sotto il profilo del modello di società e di città che va costruendo. La Lombardia ha cancellato, con una legge senza pari in Italia, quasi ogni garanzia sulla qualità e sull’efficienza nelle trasformazioni del territorio, senza che né la minoranza in Consiglio regionale né le Province né i Comuni di diverso orientamento politico si siano opposti efficacemente.

Milano, dopo avere inaugurato negli anni 90 la stagione del "fai da te" dell’urbanistica, con effetti già abbastanza preoccupanti che sono sotto gli occhi di tutti (dall’Isola-Garibaldi-Repubblica a Fiera-CityLife), ha adottato, con la precedente giunta, un cosiddetto Piano di governo del territorio, anch’esso unico nel panorama italiano per l’elefantiasi delle previsioni insediative, per la brutalità della densificazione, per l’inefficacia delle scelte infrastrutturali e di quelle di tutela della qualità urbana e ambientale, per la mancanza di strategie di sviluppo economico e infine per miope municipalismo.

A entrambi i livelli, al di là di qualche distinguo di maniera, il nocciolo di potere accademico del settore scientifico di cui faccio parte, in passato diversificato per orientamenti culturali e ora invece uniformato, ha finto di ignorare, oppure ha sostenuto, o talvolta ha persino determinato questi processi. E soprattutto ha operato all’interno dell’università affinché l’insegnamento si adeguasse a queste idee e le voci di dissenso fossero progressivamente emarginate. L’amministrazione milanese ora è cambiata, ma quale sostegno può venire al grande cambiamento che è necessario, da un’università così orientata e conformata?

Sono persuaso che questa deriva faccia un gran male a Milano e al nostro Paese. Un’università che cancella il pensiero critico e diffonde il gas anestetico del pensiero unico, che forma organizzatori del consenso invece che progettisti capaci di ideazione e innovazione, è forse il peggior male che possa capitare a una società. Non si può far finta di niente, bisogna reagire rifiutando l’omologazione, con la mente rivolta soprattutto ai giovani. Per incoraggiarli a scegliere una strada diversa: quella di formarsi, di misurarsi, e se necessario di battersi come urbanisti che si considerano al servizio di tutta la società e non, solo e comunque, del potere in carica.

Postilla

E' ragionevole ritenere che sulla decisione di Giuseppe Boatti abbia pesato il silenzio con il quale la struttura universitaria alla quale appartiene ha reagito alla grave azione di intimidazione nei suoi confronti esercitata dal Giornale , come abbiamo denunciato su queste pagine raccontando «antefatto, fatto e brutto pensiero a proposito dell’urbanista Giuseppe Boatti “sbattuto in prima pagina”».
Se il "pensiero unico" pervade anche l'università allora davvero non è da lì che può venire speranza per il futuro. E' bene uscirne sbattendo la porta, e cercando altrove gli strumenti per sollecitare nei giovani lo spirito critico necessario per comprendere il mondo e cambiarlo. Grazie, Beppe, del tuo lavoro e del tuo gesto.

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