King of My Castle (Padroni a Casa Nostra)
Fabrizio Bottini
Se ne stanno accorgendo in tanti, che la cosiddetta riforma della pianificazione urbanistica britannica è un salto indietro di qualche secolo, trionfo del privilegio
Accusare i tories al governo di essere degli ipocriti in fondo è una specie di complimento, almeno per chi pare convinto di essere infinitamente più brillante, intelligente e dalla parte giusta rispetto al popolino credulone da cui ha ricevuto mandato e fiducia incondizionata. Ma, appunto, in questi giorni la stampa accusa alcuni politici di ipocrisia, di predicare bene e razzolare male in una materia delicata come quella delle trasformazioni urbanistiche, di cui si sta discutendo una radicale riforma attesa come la manna dai soliti costruttori graniticamente convinti (lo sono in tutto il mondo da diversi secoli) che se non ci fossero tutte queste inutili limitazioni alla loro attività diventeremmo ricchi e felici nell’arco di un paio di mesi al massimo.

Perché i politici della maggioranza britannica sarebbero degli ipocriti? Ma perché da un lato stanno facendo circolare un Planning Policy Framework dove si afferma solennemente che “la risposta alle proposte di trasformazione è SI”, dall’altro come riferisce documentatamente Damian Carrington sul Guardian del 10 settembre si scopre che uno degli sport preferiti di questi campioni del fare, almeno quando sono a casa loro nel cuore del collegio elettorale, è l’opposizione ai progetti. Proprio così, a partire dal mastino responsabile per le aree urbane Eric Pickles, che solo cinque o sei anni fa le sparava grosse (udite udite) contro lo sprawl metropolitano che si mangia preziose fette di territorio agricolo degradando ambiente e paesaggio. Peccato che lo facesse solo ed esclusivamente contro la realizzazione di case popolari, secondo lui imposte dall’alto da una pianificazione centralizzata di stampo sovietico (Gordon Brown: figuriamoci).

A quella del massimo responsabile ministeriale per la riforma urbanistica si aggiungono poi le ipocrisie del suo sottosegretario alla casa, che le case fortissimamente non le ha proprio volute, quando erano popolari e avrebbero sconciato con le loro proletarie forme il sacro suolo del suo collegio elettorale e idilliaco luogo di residenza a Welwyn (zona un tempo famosa per la città giardino equa e solidale). E ce ne sono tante altre, di queste apparenti variazioni sul tema predicare bene ma razzolare male, promuovere la cosiddetta crescita di mercato sulla testa degli altri, ma starsene rigorosamente su terreni protetti dall’alluvione prodotta dalle proprie decisioni. Però viene da chiedersi: è davvero ipocrisia, questo comportamento della ineffabile casta politica, o si tratta a guardare meglio della più coerente interpretazione dei nuovi tempi? Cosa stanno proteggendo, con le unghie e coi denti, questi influenti personaggi, se non la propria, sacrosanta e intoccabile così come ribadito in infiniti discorsi, privata proprietà? Naturalmente allargata a quel po’ di sfondo urbano/rurale che, come ci insegnano gli agenti, è indispensabile a contestualizzare e valutare l’immobile.

Fra i passaggi più innovativi del nuovo Planning Policy Framework (si scarica anche direttamente da questo sito, allegato all’articolo di John Vidal sulla riforma) c’è l’introduzione dei Piani di Zona o di Quartiere, pensati coerentemente all’idea di società e spazio locale del governo di coalizione, per “ conferire alle comunità poteri diretti per decidere sulle proprie aree. … sviluppare un’idea di quartiere condivisa, fissare norme per le trasformazioni e l’organizzazione spaziale, rilasciare concessioni tramite ordinanza”.
Chi vuole riformare così il sistema urbanistico ritiene che si tratti di un modo per far sì che gli abitanti autodeterminino il proprio spazio, anche se certo coerentemente a un’idea più vasta, e quindi a partire dalle specifiche indicazioni del piano comunale, che può essere ad esempio anche incrementato nelle previsioni insediative.

Più costruzioni di quante non ne preveda il piano comunale? E chi mai le accetterebbe? Qui casca l’asino: le accetta chi è costretto ad accettarle, chi si vede promessi i classici posti di lavoro in cambio di metri cubi, e di quei posti di lavoro (o posti letto) ne ha un disperato bisogno, perché i ragazzi stanno tutto il giorno per le strade, magari pronti a una replica delle rivolte dell’estate 2011. Ci si può permettere di fare gli schizzinosi nimbies, via via sempre un po’ più refrattari alle trasformazioni, man mano cresce il potere della specifica community che quella zona occupa: potere economico di solito, meglio ancora se puntellato dall’influenza politica del ministro, sottosegretario, presidente di ente pubblico, che abitano al civico tal dei tali. In fondo, i cosiddetti tories “ipocriti” non lo erano affatto, limitandosi semplicemente ad anticipare nei fatti la loro riforma, che sancisce il privilegio come prassi comune.

Pochi anni fa, la studiosa Anna Minton nel suo Ground Control (Penguin 2009) aveva indicato la pericolosa direzione in cui si stavano incamminando i programmi di riqualificazione urbana pubblico-privati, sempre più tesi a una privatizzazione dello spazio pubblico, a realizzare sacche di esclusione sempre più ricche e impenetrabili, dequalificandone parallelamente altre inesorabilmente e specularmente povere. Non era affatto una distorsione, ma solo un piccolo sintomo di qualcosa di più profondo, che prova a quanto pare a riprodurre nel nostro sistema metropolitano occidentale certi squilibri, certe differenze di potenziale, che già il mitico mercato ci mostra normalmente ad esempio con le delocalizzazioni produttive. Che meraviglia, poter vendere a carissimo prezzo, a chi se lo può permettere, un bel quartiere fortificato, guardato giorno e notte, circondato da un ambiente reso ancora più minaccioso proprio dalla privazione/privatizzazione che quel quartiere ha determinato!

Adesso l’urbanistica del privilegio diventa legge: le grandi trasformazioni, le opere strategiche, saldamente in mano agli organismi decisionali centrali. Il localismo nelle mani di organi frammentati, strutturalmente egoisti, con potere contrattuale differenziato a seconda del reddito medio. È un enorme salto indietro, che con la scusa ideologica dell’individuo sovrano, del cittadino proprietario, declina una sorta di ciclopico Padroni a Casa Nostra!.
Peccato che, per soprannumero, oltre ad essere falso lo slogan suoni anche incompleto. Prima di diventare Padroni a Casa Propria, come vi spiegheranno ancora quelli dell’agenzia immobiliare, tocca finire di pagare le rate. Altrimenti siete (siamo) fuori dai giochi. Nessuna ipocrisia, a saperlo leggere.

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