Americani statalisti! Piano Territoriale del Maryland
Fabrizio Bottini
Sono passati quasi quarant'anni da quando una legge del Maryland riconosceva la necessità di combattere il degrado ambientale dello sprawl. Ma finalmente arriva il Piano Territoriale Statale (sic) - allegato
Già negli anni ’30 del primo automobilismo diffuso negli Usa, qualche urbanista notava come il mito della suburbanizzazione a bassa densità stesse ampiamente sbandando dal modello originale di Ebenezer Howard, anche reintepretato dalla Resettlement Administration rooseveltiana con le sue cittadine modello a bassa densità. Una sensazione di disagio confermata nel dopoguerra, quando nonostante tutti i trionfi di immagine e non del cosiddetto mito di suburbia qualche autore più attento iniziava ad esempio a notarne alcuni strascichi di ordine ambientale e sociale. La fede nel modello fortemente decentrato, anche da parte pubblica e col supporto della comunità scientifica, continuava però almeno fino ad anni ’60 inoltrati, sia sul versante dell’intervento privato che nel quadro di grandi piani regionali come quello per l’area della Capitale con le new towns, sponsorizzato da Lewis Mumford.

È dagli anni ’70 (quelli delle grandi crisi urbane, della fuga delle imprese dalle downtown ecc.) che in qualche modo inizia una inversione di rotta, ad esempio nello stato del Maryland quando si riconosce da un lato una perversa tendenza di questo tipo di crescita socioeconomico-insediativa a mangiarsi risorse insostituibili, naturali e non solo, dall’altro la necessità di rimettere in discussione lo stesso impianto dell’intervento pubblico, che in un modo o nell’altro con le sue modalità di spesa e strategie di settore aveva promosso la dispersione. Sono i primi vagiti della cosiddetta smart growth, quella che forse conosciamo meglio nella versione professionale divulgativa e un po’ interessata della cultura new urbanism, in cui se ne enunciano i soli portati spaziali diretti. Spesso dando per scontate, quando non lo sono affatto, anzi, le grandi scelte a monte di investimento infrastrutturale, politiche e norme ambientali, fiscali, sulle imprese ecc. ecc.

Beh, ci sono voluti quasi quarant’anni perché gli organismi creati ad hoc dal governo statale del Maryland arrivassero alla stesura semi-definitiva del Piano Territoriale Statale (uso questo termine perché mi pare il più adeguato a chiarire il concetto). Ma adesso a quanto pare ci siamo.
Il modello del piano territoriale, oltre che per caratteri specifici di particolare trasversalità rispetto alle varie agenzie di settore, è anche molto diverso da altri pur avanzati interventi sulla forma insediativa come ad esempio il recente Senate Bill 375 della California voluto dall’ex governatore Schwarzenegger. Lì – come del resto in altre politiche, prima fra tutte quella molto discussa federale per la ripresa economica – si parte da un singolo elemento, nel caso specifico le emissioni con effetti climatici, per arrivare a cascata ad effetti sulla pianificazione regionale e di conseguenza locale. Quella del Maryland è invece una scelta direttamente territoriale, ovvero che a partire da esigenze complessive e trasversali costruisce una cornice di azione (il piano) e una di garanzia (un sottosegretariato speciale) perché tutti gli investimenti, singolarmente e nei rapporti reciproci, tengano sempre presenti alcuni obiettivi di assetto spaziale. Va anche sottolineato che i due Stati sono analoghi in pratica solo in quanto tali: gigantesca e geograficamente articolatissima la California, con 37 milioni di abitanti, relativamente piccolo il Maryland, marginale alla megalopoli della costa orientale Bos-Wash con l’area metropolitana di Baltimora (meno di tre milioni di abitanti a insediamento parecchio sparso) e una popolazione complessiva che supera di poco i 6 milioni.

Nei 37 anni trascorsi da quando la prima legge sullo sviluppo urbano sostenibile individuava la necessità del Piano, i modi di urbanizzazione del territorio statale si sono caratterizzati ad esempio per una crescita esponenziale degli spazi privati (il lotto edificabile) e di conseguenza si sono occupate fasce sempre più esterne ai nuclei cittadini e metropolitano, con ritmi assai più rapidi rispetto all’aumento di popolazione e del numero di nuclei familiari. Risultano urbanizzati complessivamente 688.000 ettari, pari al 27% della superficie statale. E di queste aree circa il 60% risulta trasformato dopo il riconoscimento della necessità di far qualcosa con un Piano, nel 1973. In altre parole, se ci sono voluti tre secoli per urbanizzare 263.000 ettari di territorio, negli ultimi 37 anni se ne sono mangiati più di 400.000.
Di questo passo se non si cambia strada, secondo i calcoli del Planning Department statale nel 2035 si saranno urbanizzati altri 163.000 ettari, e il Maryland avrà perduto oltre 91.000 ettari di superfici agricole e 71.000 a boschi. Oltre l’87% di tutte queste superfici sarebbe occupato da insediamenti residenziali a bassa o bassissima densità.

Questa inesorabile marcia dello sprawl è spinta da un ciclo perverso e insaziabile: man mano si edificano nuove aree più esterne, che richiedono nuovi servizi, generano necessità di spostamenti pendolari più lunghi, fanno aumentare spesa pubblica e prezzi dei terreni, per trovare terreni meno cari allora ci si sposta ancora più lontano … Mentre invece al centro di queste onde concentriche ci sono infrastrutture sottoutilizzate e complessivo degrado.
Il Piano Territoriale del Maryland ha come obiettivo di massima la rivitalizzazione e la crescita delle e nelle città e cittadine esistenti, stimolandone e sostenendone lo sviluppo economico. Con tre azioni parallele:
Concentrare trasformazioni e densificazioni nei nuclei e aree consolidate e già dotati di infrastrutture.
Tutelare le superfici rurali, le aree naturali e risorse rispetto alla trasformazione urbana.
Promuovere una migliore qualità della vita in tutto il Maryland in una prospettiva di sostenibilità.

Più specificamente il Piano promuove:

Qualità della vita e sostenibilità: appare evidente come una migliore tutela del territorio, dell’aria, dell’acqua, una politica per le città sostenibili, possa se adeguatamente governata e promossa facilmente tradursi in qualità della vita per i residenti;

Partecipazione dei cittadini: gli abitanti devono diventare interlocutori attivi nelle iniziative di programmazione ed essere resi consapevoli dei propri diritti e doveri negli obiettivi per il territorio;

Poli privilegiati di sviluppo e forma urbana: la crescita dovrà privilegiare gli ambiti di insediamento residenziale e di attività economiche esistenti, ed eventualmente altri nuovi adeguatamente pianificati; la forma di questi insediamenti sarà compatta, spazi più fruibili a piedi e coi mezzi pubblici, per utilizzare nel modo migliore le risorse del territorio e salvaguardare spazi aperti, sistemi naturali, beni culturali e altre risorse;

Infrastrutture e Trasporti: i poli privilegiati per lo sviluppo saranno quelli meglio collocate dal punto di vista geografico, delle infrastrutture, in grado di garantire impatti ambientali più contenuti anche in una logica di crescita. Per i trasporti ci si orienta verso un sistema multimodale che consenta una grande mobilità della popolazione per fruire di prodotti e servizi e spostarsi da e verso i posti di lavoro;

Abitazioni: si vuole offrire un’ampia possibilità di scelta della casa sia dal punto di vista delle densità abitative, che delle tipologie, dimensioni, fasce di reddito ed età.

Sviluppo economico: le attività più auspicabili sono quelle che sappiano sommare offerta di posti di lavoro, produzione di ricchezza, uso accorto di risorse naturali, rivolte a tutte le fasce di popolazione e coordinate coi servizi pubblici e infrastrutture.

Tutela dell’ambiente e delle risorse naturali: territorio e acque, come quelle della baia di Chesapeake o delle altre zone costiere, sono adeguatamente tutelati e gestiti per l’indispensabile ruolo nel sistema ambientale. Allo stesso modo è promossa tutela e valorizzazione di boschi, zone agricole, spazi aperti e paesaggi.

Garanzia di continuità e attuazione del Piano: la responsabilità di costruire un sistema insediativo adeguato è del governo statale, ma anche di imprese e cittadini, che collaborano ad equilibrare le esigenze dello sviluppo con quelle della sostenibilità e tutela. Per attuare il Piano con le sue scelte e strategie è essenziale procedure in modo integrato e trasversale nei vari settori e ai vari livelli dell’amministrazione, centrale e locale.

Un aspetto importante riguardo all’ultimo punto, dell’attuazione del Piano, è il suo basarsi su leggi e norme esistenti, salvo eventuali aggiustamenti e modifiche suggeriti dai singoli uffici statali per quanto di loro competenza settoriale, e proprio per garantire il massimo coordinamento e trasversalità. Nel caso un’agenzia dello Stato individuasse l’esigenza di modifiche a leggi o norme, si procederà comunque per vie ordinarie.

Resta aperta la questione del rapporto con le amministrazioni locali e la loro autonomia nelle decisioni riguardanti il proprio territorio. Il Piano è soprattutto di indirizzo e coordinamento dell’azione statale, e quindi della spesa e investimenti nei vari settori di competenza diretta: non può e non vuole scavalcare le autonomie locali e non chiede norme diverse in questo senso. Si capisce però che è proprio nella somma delle trasformazioni locali che si sostanziano poi gli effetti di qualunque politica territoriale, e quindi si richiede una partecipazione attiva delle amministrazioni.

Uno dei compiti del Sottosegretariato alla Smart Growth responsabile per l’attuazione e il monitoraggio del Piano sarà appunto quello di tenere costantemente aperti i canali di comunicazione e concertazione, ad esempio perché i programmi locali possano adeguarsi e trarre il massimo vantaggio dai progetti statali (es. infrastrutture e trasporti, tutela ambientale, sviluppo rurale, risparmio energetico).

Fra gli altri obiettivi del Sottosegretariato:
Informare puntualmente tutti i soggetti coinvolti ai vari livelli e competenze.
Promuovere e divulgare conoscenze specifiche nelle materie del Piano presso agenzie statali e amministrazioni locali, perché possano essere inserite nei loro strumenti operativi.
Progettare migliori meccanismi istituzionali di collaborazione trasversale per la realizzazione del Piano
Facilitare il percorso di norme e altri interventi per rendere più agevole l’attuazione.

Per chi voglia leggersi tutto il PlanMaryland, un centinaio di pagine che comprendono anche la parte analitica e istituzionale qui necessariamente quasi sorvolate, allego di seguito il pdf della bozza in corso di discussione finale. Altre informazioni sul sito dedicato http://plan.maryland.gov/
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