2011: Fuga verso New York?
Fabrizio Bottini
Dopo il passato allarme dell’uragano Irene pare ci siano schiere di turisti, giornalisti scandalistici e Repubblicani incazzati. Hanno ovviamente torto marcio, marcissimo, perché …
In un articolo di fondo pubblicato recentemente dal New York Times, il premio Nobel Paul Krugman dà elegantemente dell’imbecille a uno, anzi due, dei candidati Repubblicani di punta alle prossime elezioni presidenziali. E con ottime ragioni, visto che sia l’ex governatore del Texas Rick Perry, sia quello del Massachusetts Mitt Romney, paiono sostenere posizioni a dir poco oscurantiste nei confronti della scienza, in particolare per quanto riguarda cambiamento climatico e evoluzione. I temi sono quelli classici della destra (non solo americana, ricordiamoci che anche da noi pullulano decerebrati del genere, pure in posizioni di potere). Ovvero l’uomo mica discende dalla scimmia che è brutta e pelosa, ma l’ha creato Dio con l’argilla. E poi il riscaldamento del pianeta non c’entra niente col bruciare petrolio, ma è solo un complotto mondiale degli scienziati. Unica differenza tra i due, è che il rude texano Perry alle sciocchezze pare crederci sul serio, mentre l’ex furbo imprenditore Romney lo fa per ingraziarsi un elettorato che dà già per scontato di essere pura creazione divina (al 75%) e che chi studia e fa ricerca sia per sua natura un comunista da eliminare (all’89%).

Rischiano, entrambi, di diventare Presidente degli Stati Uniti d’America. E poi di invitare un altro scrittore di fantascienza – come faceva Bush – a discutere il global warming nella prospettiva del complotto, o magari accogliere Borghezio che parla al popolo della superiorità ariana, per via dell’argilla più pura usata da Dio nell’atto creativo. C’è poco da ridere, di fronte a questa ottusa pervicacia nel negare l’evidenza, perché in fondo si tratta solo della punta dell’iceberg di un atteggiamento molto, ma molto, più diffuso, che rallenta oltre ogni misura la nostra capacità collettiva di adattarci a un mondo che cambia. E per forza, ci risponderebbero gli antievoluzionisti: l’evoluzione non esiste, a cosa volete adeguarvi? Prendiamo le città.

Verso la metà del XX secolo (quando senza saperlo già stavamo scaldando il pianeta con gli scarichi delle auto) raggiungeva il massimo impulso l’idea, cullata da Henry Ford prima, restituita in affascinanti immagini poi da Frank Lloyd Wright e altri, dell’estinzione dell’uomo urbano così come era esistito sino a quel momento. Giù giù sino al nostro Domenico Modugno che non molto tempo dopo dal palco di San Remo dava il suo Calcio alla Città, aggiungendosi alle falangi di chi considerava ormai l’ambiente urbano alla stregua di una specie di obbligatoria valle di lacrime, da attraversare part-time giusto per guadagnarsi il sacrosanti diritto alla villetta immersa nel verde, alla privacy del giardino di proprietà eccetera. In fondo era lo sbocco logico del concetto di città macchina intuitivamente criticato dalla Metropolis di Lang ai Tempi Moderni di Chaplin: un puro apparato di potere economico finalizzato alla produzione di ricchezza, che nulla concedeva se non la pura sopravvivenza di chi la rendeva possibile. La vita era altrove.

Contemporaneamente stava prendendo piede un percorso opposto di riflessione, ben riassunto dagli studi empirici di Jane Jacobs, e soprattutto dall’approccio comprensivo e sistematico del suo primo mentore, William H. Whyte. La differenza sostanziale fra queste riflessioni e quelle tradizionali antiurbane che le avevano precedute, non sta tanto nel merito, ma nel metodo. Certo la critica della città industriale, dagli utopisti alla città giardino cooperativa di Howard alle ipotesi urbanistiche del primo ‘900 deriva da analisti statistiche, sanitarie, sociologiche, ma nell’epoca in cui nascono gli studi sulla città moderna ormai impera il luogo comune della spinta conformista verso la divaricazione fra città luogo della produzione, e gli spazi dispersi come nuovo habitat umano privilegiato. Il che fa comodo a un complesso intreccio di interessi. Si capisce così, forse, l’incredibile successo interdisciplinare e giornalistico della cosiddetta teoria Behavioral Sink dell’etologo John B. Calhoun. Il fatto è che, impostazione scientifica a parte, dava ancora una bella spintarella alla villettopoli universale.

In breve, Calhoun aveva costruito una colonia chiusa di topi, dove al crescere della densità per aumento di popolazione in uno spazio definito si raggiungeva un picco corrispondente a un crollo senza rimedio di tutta la struttura sociale. Niente più riproduzione, niente più famiglie, solo conflitti senza sbocco, solitudine, attesa della morte per vecchiaia. Un boccone troppo ghiotto per chi sognava di vendere a ogni cittadino una fettina individuale di ogni cosa, prodotto, servizio, identità, anziché contare in tutto o in parte sulla costruzione metropolitana collettiva. Non a caso vennero abbastanza messi in sordina (basta relegarli nelle cosiddette polverose riviste di settore) gli studi successivi che spiegavano come i ratti sono ratti e gli umani sono umani, o che confondere una grossa tana chiusa con una metropoli moderna non tiene conto di cose enormi, a partire dalla possibilità di spostarsi tanto per dire la prima che viene in mente. Macché, come con Bush, anche qui spuntò l’utile innocente scrittore di fantascienza, si chiamava John Brunner e il romanzo Tutti a Zanzibar! L’ho visto ancora negli anni ’80, questo romanzo di fantascienza sulla sovrappopolazione, il controllo delle nascite ecc., in una bibliografia di corso appesa a un bacheca del Politecnico di Milano, presumibilmente per parlare di densità urbane, di forma del quartiere eccetera.

William H. Whyte nel suo City (1988) ricorda quanta fatica gli ci volle negli anni ’60 per trovare finanziatori al progetto di ricerca sui comportamenti sociali negli spazi urbani, in un mondo scientifico evidentemente egemonizzato dalla comoda teoria antiurbana del Behavioral Sink. Che era da un lato sicuramente scientifica nei metodi, e assai poco invece nell’estensione a un ambito diverso, esattamente come l’ingegneria applicata massicciamente e acriticamente agli organismi urbani dal XIX secolo. Ma per fortuna arrivò la National Geographical Society, col medesimo fondo che di solito finanzia quelle spedizioni di entusiasti dottorandi nella jungla nera alla ricerca di popolazioni sperdute e comportamenti ancestrali. E Whyte riuscì a iniziare quel progetto ancora in corso di evoluzione oggi, sostanzialmente dedicato alla promozione dell’ambito pubblico, che vede fra i suoi più noti esegeti e specialisti l’architetto danese Jan Gehl. Cosa c’è, alla base di queste ricerche sulla qualità urbana in rapporto all’uso concreto quotidiano da parte di abitanti e utenti? L’osservazione sistematica, e poi l’uso di categorie generali per trasformare tale osservazione in ipotesi interpretative.

Non è sicuramente un caso se oggi, in una città dove pare impossibile immaginare gli scenari dipinti solo trent’anni fa nel film di John Carpenter Fuga da New York, le osservazioni di Whyte si traducono in realtà nei progetti del Planning Department diretto dalla sua allieva Amanda Burden, o in quelli della responsabile ai Trasporti Janette Sadik-Kahn che vedono al centro la consulenza di Jan Gehl, gli spazi pedonali, la permeabilità, la possibilità di esprimere comportamenti sociali, l’esatto contrario della diffidenza contadina che domina sia il suburbio delle gated communities (Repubblicane creazioniste) che la densità coatta dei ghetti topaia socio-urbanistici residui dell’era modernista. E non è sicuramente un caso se la città densa, compatta, ricca di relazioni ed occasioni di socialità, interazione, conflitti ricomposti, si è rivelata anche l’ambiente più reattivo alla calamità naturale, a uno degli eventi climatici estremi che, ci ripete la scienza, diventeranno sempre meno eccezionali negli anni a venire.

Perché, se osserviamo con una minima attenzione quanto accaduto con l’uragano Irene, si dimostra inequivocabilmente la superiorità del contesto insediativo urbano moderno rispetto agli altri. La grande metropoli ha naturalmente saputo esprimere, come abbastanza ovvio, il classico ruolo delle strutture tecnologiche pensate anche per proteggere l’uomo dai rigori della natura, con tutti i limiti emersi non molto tempo fa per esempio a New Orleans di fronte a Katrina. Ma c’è qualcosa di meglio e di più, che ha funzionato egregiamente: la capacità di convivenza consapevole e organizzata, ben dimostrata dalla gestione dell’emergenza: altro che Behavioral Sink da eccesso di densità, e soprattutto altro che superiorità implicita del pioniere-capofamiglia, che nella sua casetta suburbana fa da baluardo alle tenebre che avanzano! Emergenza dichiarata, piano di evacuazione e cautela in atto, sinergia fra sistema edificato, impianti tecnologici, comportamenti collettivi. Pare casuale, ma dove ci sono stati i danni più gravi? Nelle zone suburbane a bassa densità, Staten Island per esempio.

E per forza i Repubblicani adesso si sbracciano in sgangherate critiche sull’eccesso di allarmismo, sulla sopravvalutazione del pericolo e compagnia bella. Basta guardare i risultati di un evento che poteva essere una catastrofe. Il programma strategico PLANYC2030 per la sostenibilità urbana promosso dal sindaco Bloomberg (Repubblicano anomalo che alla scienza ci crede quanto ai soldi) vorrebbe spingere ancor di più in questa direzione, ovvero far dipendere sempre meno il funzionamento tecnologico, economico e sociale della città dai grandi impianti e interventi hard di emergenza, e sempre più da una fitta rete di prevenzione e adattamento, fatta insieme di natura, attività diffuse, comportamenti, spazi integrati, ambiti pubblici. Dove si attenui sempre più la separazione netta fra spazio/tempo del lavoro e altre attività, dove non esista più la specializzazione segregata indotta dallo zoning un secolo fa. Ma, vorremmo dire noi, dove tutte queste cose comprendano anche chi non è milionario: in fondo sta qui la distinzione fra destra e sinistra. O ameno dovrebbe stare.

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