Progettare la città che si spopola
Vittorio Gregotti
Alcune metropoli riescono oggi a governare (o subire) processi di de-crescita: è possibile trasformare i casi in un modello? Corriere della Sera, 24 agosto 2011 (f.b.)
In una conferenza a Torino nel 1935 Edoardo Persico, il più illuminato dei critici di architettura italiana degli anni Trenta, terminava l'analisi delle ragioni critiche del razionalismo, non solo italiano, con l'identificazione dell'architettura della modernità come «Sostanza di cose sperate».
Cosa dire invece oggi dello stato di vorticosa produzione di ingombranti provvisorietà dell'architettura dei nostri anni, a confronto con quella luminosa identificazione di settantacinque anni or sono? Forse solo sostanza di cose disperate.

Si tratta di ingombranti provvisorietà che purtroppo diverranno molto al di là della loro intenzionalità (le opere di architettura, si sa, sono molto costose) soprattutto testimonianze dell'anticittà dei nostri anni, della negazione di ogni disegno urbano, rovine di una dimenticata competizione di offerte mercantili delle postmetropoli e delle loro architetture.

Se immaginiamo per un momento lo sguardo di un archeologo degli anni Tremila che vuole ricostruire il senso dell'architettura di questo ultimo trentennio o di un Vernant del quarto millennio che voglia cercare di immaginare la nostra società, i suoi valori e le sue regole, sarà per lui un compito assai difficile ricostruire le contraddittorie ragioni delle cose che in rapida successione politici, architetti e speculazione edilizia hanno prodotto. Soprattutto dopo le contraddittorie giravolte di principi e di forme prodotti dagli archistar dell'epoca nostra che, dopo aver dichiarato prima che i nemici dell'architettura erano la storia, il contesto e gli ideali tessendo le lodi della città generica del consumo, nei nostri anni astutamente si mostrano pentiti di fronte alle spinte ambientaliste ridotte a moda.

Potrebbe forse, a questo punto, venire in soccorso di quegli studi del quarto millennio il caso di Detroit (di recente descritto su un quotidiano in un testo di Federico Rampini), della gestione esemplare in chiave ambientalista, di una possibile ricostruzione di Detroit che ha più che dimezzato in cinquant'anni la sua popolazione (passando da 1.850.000 ai 713.000 di oggi). Il progetto propone di approfittare della attuale condizione per immaginare una formula di a-crescita (un-growth) da presentare come modello insediativo per le città importanti del duemila fondato sulla discontinuità delle parti, favorita dall'abbandono di altre parti urbane.

A che tipo di attività economiche sia affidata la sopravvivenza degli abitanti, che certo non può essere fondata sul reddito degli spazi abbandonati che si pensano dedicati all'agricoltura all'interno della città, questo non è ancora chiaro. Certo il restringimento di alcune città è un fenomeno diffuso ed è accentuato dalla deterritorializzazione delle industrie e dal loro declassamento da parte del capitalismo finanziario globalizzato trionfante che, insieme ad altri problemi come il costo dell'abitare nella grande città e l'aumento dei city users, ne hanno determinato talvolta il declino; specie nei Paesi cosiddetti avanzati. Un nobile caso storico di decrescita fu, come è ben noto, l'antica Roma: la diminuzione della sua popolazione da un milione a diciassettemila abitanti si operò nell'Alto Medioevo in poco più di un secolo. Anche nel modesto caso di Milano si è passati, per ragioni analoghe, in quarant'anni, da 1.700.000 a 1.200.000 abitanti: con buona pace del nuovo Pgt che ne pretende l'infondato aumento di 300.000 abitanti nei prossimi anni.

Naturalmente sembra difficile applicare oggi questa regola alle postmetropoli da 20/30 milioni di abitanti (da Tokyo a Mumbai, dal Cairo a Shanghai, da Istanbul a San Paolo o a Città del Messico o a Lagos) che devono invece seguitare (almeno per ora) a difendersi dall'aumento di popolazione e che però sono largamente incapaci di un'organizzazione spaziale riconoscibile, efficiente e adatta alla vita quotidiana. Per molte di queste città si tratta di un inurbamento spinto dall'estrema povertà delle campagne di quei Paesi e dal mito delle possibilità offerte dalla grande città. Certamente quello di affrontare il decremento relativo per mezzo della dispersione organizzata delle parti è un tentativo interessante, anche se si tratta di un'idea che ha più di una cinquantina d'anni di vita, predicata e mai pianificata nelle sue varie forme. O meglio tali forme organizzate sembrano essere considerate nemiche di ogni libertà (intesa come assenza di impedimenti anziché come progetto) a cui si deve applicare l'ideologia della «deregolazione», simbolo della rinuncia volontaria a qualsiasi ipotesi di futuro civile.

Tale ipotesi dovrebbe investire, oltre al costruito, le relazioni con l'intero paesaggio antropogeografico del territorio circostante, con un disegno della città e delle sue parti, che le loro architetture e gli spazi fra esse potrebbero proporre. Ciò che sarebbe necessario per utilizzare positivamente i processi della decrescita sarebbe però anzitutto riuscire a immaginare una società più equa e solidale (due cose che possono essere accusate di genericità ma che sono premesse indispensabili) e pensare a una nuova proposta di regolazione positiva di un paesaggio antropogeografico: urbano e naturale insieme. Rendere cioè conoscibile e organizzabile il paesaggio per mezzo dell'architettura.
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