Il lavoro nell'era -senza Cristo
Alberto Asor Rosa
Una domanda cruciale: come difendere il lavoro in attesa (e per) cambiare il sistema economico-sociale nel quale nuota Marchionne? Il manifesto, 14 ottobre 2010
La vicenda Marchionne-Pomigliano è stata analizzata da par suo, fin dal suo primo manifestarsi, da Eugenio Scalfari, in due articoli su la Repubblica (20 giugno e 29 agosto 2010). La sua tesi di fondo è che, per la teoria dei vasi comunicanti, la globalizzazione impone all'industria una linea di condotta non molto dissimile da quella di Marchionne, con la quale perciò è inutile polemizzare. Scalfari cita anche direttamente Marchionne, con una frase diventata da allora famosa: «Io vivo nell'epoca dopo Cristo; tutto ciò che è avvenuto prima di Cristo non mi riguarda e non mi interessa» (ci tornerò sopra più avanti).
E però Scalfari aggiunge che la teoria dei vasi comunicanti, per funzionare senza sfracelli, dovrebbe valere in qualsiasi caso. E cioè: onde evitare che si creino nell'area dell'ex-benessere mondiale insostenibili perdite di diritti (libertà ed eguaglianza), bisognerebbe provocare pressoché contestualmente «analoghi trasferimenti di benessere sociale all'interno dell'area opulenta tra ceti ricchi e ceti poveri», questi ultimi, oggi, già di per sé fortemente svantaggiati, e per giunta molto, molto più esposti ai rischi della ventilata trasformazione marchionniana. Potremmo definire, quella di Scalfari, la risposta solidaristica e riformistica alla perdita di potere delle classi subalterne. Comporterebbe, per realizzarsi, un ampio e solido schieramento di forze politiche nazionali e sopranazionali a suo favore. Ci sono? Dove sono? Per restare ai casi nostri, ci sono in Italia? Qualcuno ha risposto, pubblicamente consentendo, al saggio appello di Scalfari? E nel frattempo?
In questi mesi ha pubblicato una serie di articoli sul manifesto (per quanto mi consta, ma potrebbero essercene degli altri, il 16 giugno, il 1 luglio e il 15 settembre) Guido Viale, con il quale è difficile non consentire pressoché integralmente. Anche secondo lui al piano A di Marchionne, preso in sé, non c'è alternativa: perché l'alternativa va cercata altrove. L'alternativa, infatti, per essere efficace, non può essere parziale: dev'essere globale e radicale, almeno quanto la linea cui si oppone. Essa consiste nella «conversione ambientale del sistema produttivo - e dei nostri consumi - a partire dagli stabilimenti in crisi e dalle fabbriche di prodotti obsoleti e nocivi, tra i quali l'automobile occupa il secondo posto, dopo gli armamenti...». Come potrei non essere d'accordo con questa limpida prospettiva strategica (la quale anch'essa, peraltro, gode per ora di adesioni e perfino entusiasmi assai limitati nelle popolazioni interessate, e quasi nessuno nei ceti politici conseguenti)? Sì, va bene, anzi benissimo, ma nel frattempo?
Riprendo ora il ragionamento, imboccando però tutt'altra strada. Uno degli aspetti più immediatamente positivi delle scelte operate recentemente dal dottor Marchionne è di aver consentito nella maniera più facile e rapida un ritorno (persino estremizzato) all'obliato Marx (altro che Machiavelli, altro che Hegel).
Ricordate? «Se occorre soltanto mezza giornata lavorativa per mantenere in vita un operaio per un'intera giornata lavorativa, allora il plusvalore del prodotto risulta automaticamente, perché il capitalista ha pagato soltanto il prezzo di mezza giornata lavorativa, mentre ne ottiene una intera oggettiva nel prodotto; dunque, per la seconda metà della giornata lavorativa egli non ha scambiato nulla. Ciò che solo può fare di lui un capitalista non è dunque lo scambio, ma un processo in cui egli senza scambio riceve tempo di lavoro oggettivato, ossia valore» (Grundrisse, III, 1). Solo che, andando in estrema sintesi, e quindi rischiando mostruose (ma anche, forse, utilmente semplificanti) approssimazioni, il dottor Marchionne vorrebbe oggi ridurre il prezzo dell'intera giornata lavorativa, che paga all'operaio, non più alla mezza giornata dell'esempio marxiano, ma a due ore, un'ora e mezza, un'ora, forse in prospettiva dieci minuti. E cioè: in cambio della promessa della conservazione del posto di lavoro (tutt'altro che certa, Viale), la riduzione dell'operaio italiano, anzi in prospettiva occidentale, al paria indiano, al coolie cinese.
Non è polemica, anche questo è un dato di fatto. Si riscopre cioè oggi - e anche questo è un dato storico ricorrente - che in tutti quei momenti in cui si tratta di superare un passaggio epocale (e questo, certo è uno di essi), sotto la maglietta negligentemente sbottonata del padrone più disinvolto e à la page, batte il cuore eterno dell'accumulazione primitiva, quella che, quando non se la può più prendere con nessun altro, se la prende con il lavoro. Si sa che il sogno del capitalista moderno, da che mondo è mondo, e finché esisterà il mondo, è: macchine che producono macchine, la soppressione della fastidiosa, intollerabile, ribelle riluttante, forza lavoro umana (non mi soffermo, ma si potrebbe, sugli effetti sistemici castrofici che tale prospettiva comunque produrrebbe, magari ne parliamo un'altra volta). Fin quando, però, sussiste forza lavoro umana, la compressione finale avviene lì, è lì che deve avvenire.
Uno potrebbe dire e/o pensare (e molti, oggi, moltissimi dicono e/o pensano): ma in fondo chi se ne frega degli operai, se, purché il sistema regga? Dubito che il sistema regga, se ce ne freghiamo degli operai. Alcune considerazioni nel merito del valore generale di tali ragionamenti.
Checché se ne dica, e checché se ne pensi, è proprio la leggendaria «condizione operaia» che è tornata in questi mesi (pur sempre faticosamente, e in mezzo a clamori assordanti d'interdizione) al centro dell'attenzione. La domanda è: è proprio vero che la «condizione operaia», il modo d'essere operaio, il «punto di vista» di classe, il suo rapporto non solo economico ma anche «sociale» con il resto del mondo, sono estranei alla «condizione generale», «sociale» e «civile», «politica» e «istituzionale», del nostro paese, dell'Europa, del mondo? Si direbbe, - anzi, questo con sicurezza si può dire, - che, per stare al gioco, gli operai dovrebbero rinunciare alla contrattazione; al diritto di sciopero; ai diritti di cittadinanza; al diritto di mangiare, cagare e pisciare in fabbrica. Più che di un'«epoca dopo Cristo», come dice Marchionne, sarebbe giusto parlare di «un'era senza Cristo»: un'era in cui l'unica legge torna ad essere, appunto, quella feroce dell'accumulazione primitiva, e le altre leggi, giuridiche, politiche e civili, e persino, sullo sfondo, quelle religiose, si dissolvono come neve al sole.
(Domanda: e gli Stati uniti? Non me ne intendo per parlarne, ma a naso mi pare che Ron Getterlfinger non abbia la stoffa dei nostri Giuda e Barabba: in ogni caso la Uaw lì possiede la maggioranza delle azioni Chrysler e due colossi finanziari come i fondi pensione e quello sanitario, e dunque, comunque la si voglia giudicare strategicamente, forse la situazione è diversa. Se mai sarebbe interessante approfondire in questo contesto quel che scrive Giulio Sapelli sul Corriere della sera, 18 giugno u.s., in un articolo rimasto anch'esso ingiustamente defilato. L'operaio cinese alza (finalmente) la testa: descrivendo il movimento esattamente opposto a quello che Marchionne vorrebbe imprimere agli operai italiani, e cioè i coolies cinesi che diventano operai coscienti, operai all'occidentale, e dunque, anche, cittadini diversi da come il regime vorrebbe che fossero. Questa è la terza strada da battere, l'Internazionale operaia, che risorge proprio dalle ceneri infeconde e avvelenate del comunismo-capitalismo di Stato, più utopica, certo, delle altre due, ma in compenso più seducente).
Facciamo a questo punto, e una volta tanto, «mente locale». La contrattazione significa che due soggetti siedono al medesimo tavolo con le medesime, potenziali opzioni (e possibilità) di partenza (almeno fino a quando, cosa di cui per ora, giustamente, non c'è quaestio, non si potrà pensare ad un capitale senza lavoro o a un lavoro senza capitale). La civiltà giuridica europea, la civiltà europea tout court sono fondate su questo presupposto (non a caso garantito esplicitamente dalla nostra Costituzione). La mia tesi è che se si mette in discussione questo caposaldo, vien giù tutto il resto. Forse è ancora vero (M. Tronti, La fabbrica e la società: 1962, ahimé) che quel che si verifica e si modella nel lavoro produttivo allargato (forse oggi più allargato e differenziato che allora: diciamo più genericamente, e provvisoriamente, il mondo del lavoro oggi, all'interno del quale, tuttavia, il lavoro operaio continua a occupare una posizione centrale e decisiva), il giorno dopo lo ritrovi nei rapporti sociali, nelle forme e nei programmi della politica, nei valori da perseguire o da rigettare e, alla fine, nelle nuove regolamentazioni giuridiche del sociale. Ci vorrebbe, insomma, una società diversa, e molto, molto peggiore, nonostante tutto, di questa, una società di due o tre secoli fa (e infatti c'è già chi ci pensa), perché il dottor Marchionne possa fare tranquillamente il suo lavoro.
Tutto, insomma, alla fine si tiene (come sempre, nei momenti decisivi). Se passa la prospettiva Marchionne, non sola la «condizione operaia» peggiorerà intollerabilmente, - il che, forse, qualche considerazione «umanitaria» dovrebbe sollevarla, o no?, - ma scompariranno dalla scena sia l'ipotesi solidaristica e riformistica (la ridistribuzione politico-sociale della ricchezza) sia l'ipotesi ecologista (la conversione ambientale del sistema produttivo), per non parlare, ovviamente, di quella internazionalistico-operaia (quella, cioè, dell'operaio cinese che comincia a ragionare e comportarsi come l'operaio occidentale a patto che intanto l'operaio occidentale non sia stato ridotto nelle condizioni dell'operaio cinese).
Nel frattempo,dunque, difendere i diritti operai, impedire la loro completa mortificazione, sforzarsi al contrario di fare della loro lotta una battaglia generale, significa difendere i diritti di tutti, i nostri diritti, la prospettiva di una società sostanzialmente (e non solo formalmente) più libera ed eguale. Per una volta tanto diciamo, rischiando l'enfasi, che la «condizione operaia» è anche la nostra condizione, ne è anzi il presupposto, politico e civile. Dopo si potrà ragionare più ordinatamente sul «che fare». Ora si tratta di dire con chiarezza e con forza ciò che non si può fare, e che dunque non si deve fare.

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