Latte, salumi e birra cruda le cascine diventano negozi
Anna Cirillo
Da la Repubblica ed. Milano 10 agosto 2011 un’altra iniziativa che va in direzione di un rapporto più diretto fra consumi società e territorio, e però manca sempre qualcosa … postilla , (f.b.)
Non solo i farmers market, i mercati degli agricoltori dove acquistare prodotti a chilometro zero direttamente da chi li produce (in Lombardia sono già un centinaio, di cui quarantacinque tra Milano e provincia) ma anche gli spacci nelle cascine sono molto apprezzati dai consumatori, sempre più convinti, con la spesa sul campo, di portare in tavola cibo buono e sano spendendo meno. La vendita diretta nelle aziende agricole ha avuto un vero e proprio boom, e gli spacci aziendali sono passati da 73 a 372 in poco più di un anno, fa sapere la Coldiretti Lombardia: un incremento del 500 per cento.

Che si inserisce dentro il progetto Campagna Amica, la struttura su cui Coldiretti sta costruendo la filiera agricola italiana con il sistema della vendita senza intermediari. E che si serve, per raggiungere lo scopo, della espansione dei mercati dei contadini, degli spacci all’interno dei luoghi di produzione e delle "botteghe di Campagna Amica" (per ora solo quattro in Lombardia, a Legnano, Parabiago, Cremona e Biassono), negozi in cui gruppi di produttori si mettono insieme in modo da offrire ai clienti più scelta e ottimizzare i tempi di acquisto.

Un successo dovuto anche «alla nostra sensibilizzazione per spingere i coltivatori a vendere in maniera diretta, in modo da arrivare più vicino al consumatore e tagliare la filiera - spiega Andrea Repossini, responsabile di Campagna Amica della Coldiretti di Milano e Lodi - . A chi compera si cerca di dare un prodotto di qualità al prezzo giusto, a chi vende di aumentare la redditività di ciò che produce, senza che questa venga decurtata da tutti i passaggi interni alla filiera, che lasciano nelle tasche dei coltivatori solo briciole. La forte espansione è iniziata due anni fa e oggi la rete, sia dei mercati che degli spacci, sta diventando sempre più capillare».

Carne, latte, formaggi, salumi, miele, vino, pollame, uova, marmellate, riso, frutta e verdura - fino a cose molto particolari come la birra cruda o le lumache - sono, per esempio, i prodotti offerti negli spacci di Milano e provincia, ora una quarantina (l’elenco sul sito lombardia.coldiretti.it). Ma centodieci spacci sono in attesa di essere accreditati. Per ottenere il logo Campagna Amica è necessario essere una vera azienda agricola, che coltiva e tratta ciò che poi vende e «accettare una serie di controlli da parte nostra - dice ancora Repossini - che accertino la provenienza locale e la corretta produzione del prodotto».

Ferdinando Cornalba, di Cascina Nesporedo a Locate Triulzi, è un veterano della vendita diretta, oggi così diffusa, e naturalmente è stato il primo ad entrare nella rete Campagna Amica. «Abbiamo cominciato nel 1985 con la carne e il riso, venticinque anni fa» racconta. E ci tiene a dire che «dalla fiala di fecondazione alla bistecca tutto viene rigorosamente fatto all’interno dell’azienda, compresa la macellazione, la trasformazione, la vendita. Siamo stati i primi a mettere il self service per il latte fresco, appena munto. Ma visto che i miei clienti mi chiedevano altri prodotti oltre a carne, riso, latte e miele, e che io certo non posso produrre tutto, ho organizzato un sistema di collaborazione infraziendale, un interscambio tra aziende. Io ti do la carne, tu mi dai la birra o il vino o l’olio. Vendo il prodotto di un’altra azienda che fa filiera corta come me, e loro vendono il mio».

La sua inventiva è andata anche oltre. Ha messo delle videocamere nelle stalle e ha pianificato l’adozione a distanza. «Con minimo 50 euro - spiega - si può avere il certificato di adozione. Su Internet il cliente può seguire ciò che accade nelle stalle, come vengono trattati gli animali. Un mese dopo può fare i suoi acquisti. L’importo viene scalato, ma con un 10 per cento in più».

postilla

Naturalmente tutto è bene ciò che finisce bene, e dunque pare assai positiva qualunque mossa in direzione di un rapporto più diretto e consapevole fra territorio, consumi, società. In fondo è proprio questo il senso dello slogan chilometro zero, oltre il fattore essenziale del contenimento di consumi energetici da taglio delle distanze di trasporto derrate. Però pare proprio che il percorso iniziato coi mercati contadini, invece di evolversi in una direzione – diciamo così – di massa, si stia orientando invece a crearsi una specie di altra nicchia segregata. E val la pena chiedersi: è un obiettivo intelligente, la pura individuazione di nuovi segmenti specifici di mercato, o magari in questo modo non si va molto oltre il ghetto di lusso di alcuni privilegiati, vuoi sul versante economico che culturale?

Il rapporto positivo che si instaura fra territorio e società locale con la “riscoperta” delle attività agricole anche per il consumo diretto dovrebbe andare un po’ oltre, magari coinvolgere direttamente la grande distribuzione, ideare un “marchio” riconoscibile sul modello di quelli della denominazione di origine, entrare visibilmente nei servizi alimentari di scuole e altre istituzioni locali.

Altrimenti, con le cascine e le aziende agricole che le circondano ridotte al ruolo di boutique territoriale per signore eleganti in cerca di autenticità sottovuoto, si va al massimo verso una replica di quanto già avvenuto nella seconda metà del ‘900 coi centri storici: prima il declino della funzione residenziale e popolare con tutte le attività connesse, poi la riscoperta e valorizzazione a uso e consumo di chi può permetterselo. E non pare una gran scoperta progressista, per la società, l’ambiente, la metropoli, pensare a una greenbelt futura dove al sabato fanno shopping le sciùre del centro, mentre i poveracci le guardano da dietro i cancelli. Anche per la gestione intergrata del territorio insomma cerchiamo di fare qualcosa un pochino di sinistra, o almeno provarci (f.b.)

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