Una esperienza di organizzazione. La Rete dei comitati veneti
Paolo Cacciari
Anticipiamo uno scritto del libro Piano casa e territori resistenti, a cura di Antonello Sotgia, in corso di stampa nelle edizioni di Carta
Incominciamo dalla fine. Sabato 30 gennaio a Mestre si è formalmente costituita una associazione regionale che ha lo scopo di mettere in rete comitati, associazioni, gruppi di cittadinanza attiva sorti a difesa del territorio e dell’ambiente. Per ora sono trentatré. Tra di essi vi fanno parte, a loro volta, dei coordinamenti territoriali (come il forte Cat che raggruppa una decina di comitati del Veneto centrale tra Venezia e Padova dove insistono enormi interventi speculativi e il Coordinamento del basso Polesine dove si concentrano tutte le possibili e immaginabili infrastrutture energetiche, dal rigasificatore off-shore alla centrale nucleare), il comitato Acqua bene comune che fa da capofila regionale della mobilitazione contro la privatizzazione, la assemblea permanente No-Mose, la rete dei comitati NO Autostrada Romea, la onlus Zone che edita Eddyburg, il dipartimento ambiente e territorio della Cgil regionale, una sezione della Lipu, il centro politico e culturale Carotti di Bassano, un circolo della Decrescita Felice e , soprattutto, tanti comitati locali che funzionano da “nodi territoriali” della rete (l’elenco completo lo si può trovare nel sito Estnord dei Cantieri Sociali che hanno fatto da “levatrice” alla nuova rete).

L’obiettivo dei promotori è di allargare il cerchio delle solidarietà, estendere la rete della mutualità, condividere informazioni, esperienze, saperi. Esigenze che appaiono ovvie di fronte alla sistematicità con cui procede la devastazione del territorio, ma per niente facili da concretizzare. Non è la prima volta che si sono tentati coordinamenti e reti tra le associazioni ambientaliste. Alcuni anni fa, sulla spinta delle perorazioni di Andrea Zanzotto (ricordo lo splendido: “In questo progresso scorsoio, conversazione con Marzio Breda, Garzanti, 2009) e degli studi di Francesco Vallerani e Mauro Varotto (Il grigio oltre la siepe. Geografie smarrite e racconti del disagio in Veneto, Nuovadimensione, 2005) Italia Nostra aveva tentato una sosta di sacra alleanza, ma è finita con qualche importante convegno. Prima ancora, già a fine degli anni novanta, quando era ormai evidente dove portava la deregolamentazione urbanistica con il capannonificio e lo svillettamento, nella città diffusa, infinita, “senza forma e senza anima” (Eugenio Turri), l’Osservatorio Veneto aveva avviato una mappatura dei conflitti e dei comitati (Difendere l’ambiente nel Veneto: conflitti e comitati locali, a cura di Antony Zamparutti, quaderno n.3 Osservatorio Veneto, 2000).

Ora si riparte sulla scorta di una straordinaria mobilitazione durata più di un anno contro il Piano Territoriale Regionale di Coordinamento, un “meta piano” che secondo il governatore Galan e la folta schiera di prestigiosi consulenti arruolati per l’occasione avrebbe dovuto rappresentare un nuovo Veneto, il “Terzo”, dopo quelli della pellagra e del miracolo economico, quello della qualità, dell’eccellenza, persino della bellezza. Miserrime mistificazioni. Odiose prese in giro. Persino trucchi e bugie da piazzisti, tra cui il tentativo di spacciare il Ptrc come nuovo Piano paesaggistico, senza avere ottenuto, però il consenso dei Beni ambientali. In realtà, come è stato possibile dimostrare durante una lunga serie di tavoli di lavoro avviati dai comitati e dalle associazioni ambientaliste, ospitati dall’Istituto Universiatrio di Architettura di Venezia, dall’Università Iuav di Venezia, l’operazione Ptrc non era altro che un lasciapassare a tutti i progetti di trasformazione territoriale presenti e futuri voluti dagli immobiliaristi: un delirio di autostrade, una costellazione di new-city (Veneto City, Marco Polo City, Città della Moda, Motor City… per alcune decine di milioni di metricubi), a cui si sono aggiunti il Piano case e l’Olimpiade. Un vasto lavoro di approfondimento dei contenuti del Ptrc e di controinformazione ha fatto capire a molti comitati locali e gruppi di cittadinanza attiva che i loro problemi non sono dovuti a particolari sfortune, a malsane mire di qualche costruttore e amministratore colluso, ma obbediscono ad una logica generale: la speculazione immobiliare/finanziaria e la subordinazione dei poteri pubblici.

Fare fronte comune, quindi è condizione indispensabile per tentare di contrastare la distruzione del territorio. Ad alcuni comitati nacque così l’idea di approfittare dello stretto pertugio lasciato dalla legislazione urbanistica tramite le “osservazioni” ai piani e di provare, con esse, a sommergere la Regione. Alla fine, dopo decine di incontri e assemblee, un “corso di urbanistica a cielo aperto” durato tre mesi, nel giorno pattuito della raccolta, il quattro luglio, intorno ad un pozzo di campo di Venezia, sotto la sede della Rai, sono arrivate 14.021 (quattordicimilaventuno) diverse osservazioni firmate in duplice copia da miglia di cittadini, raccolte in scatoloni, borse, faldoni, carretti e carrettini provenienti da tutte le parti del Veneto. Tanta la confusione e la festa per il successo dell’iniziativa che solerti poliziotti della Digos hanno ben pensato di denunciare gli organizzatori per “manifestazione non autorizzata” (procedimento giudiziario in corso). Straordinari garantiti per l’ufficio protocollo della Regione e ferie saltate per i consulenti degli uffici urbanistica. Ma ormai il velo era stato strappato e le controdeduzioni alle osservazioni preparate un tanto al chilo dagli uffici non sono riuscite a convincere nessuno. Nemmeno i consiglieri regionali della maggioranza di centro destra. Una serie di affollate audizioni richieste alla commissione urbanistica del Consiglio e un accordo tra il coordinamento dei comitati e i partiti di opposizione hanno spinto il Ptrc in un binario morto. Quello che doveva essere il fiore all’occhiello dell’ultimo governatorato di Galan si è appassito prima del tempo. Le ultime parole pronunciate dal suo assessore all’urbanistica Marangon

sono di quelle destinate a rimanere nella storia: “Le osservazioni al Ptrc non lo fermeranno” (Corriere del Veneto, 25 luglio 2009). Ed invece il megapiano non è stato approvato e rimane quindi solo un’eredità carica di ipoteche per la giunta che verrà.

Nel frattempo i comitati e le associazioni (centoventi, circa) che avevano dato vita all’opposizione al Ptrc hanno continuato a tenersi in contatto e hanno maturato l’idea della rete. Un meeting nello splendido scenario di Forte Marghera (un complesso militare austriaco ai bordi della laguna, sdemanializzato e già nelle mire della Impregilo) nell’ottobre dello scorso anno ha dato vita a nuovi tavoli di lavoro, questa volta su “Il Veneto che vogliamo”, tentando di passare dalla protesta alla proposta, per uscire dall’angolo della resistenza e tentare di anticipare i temi dell’agenda politica. Un ponderoso documento collettivo è disponibile in rete (sia nel sito di Estnord che in quello di Eddyburg), mentre una supersistesi in chiave elettorale è stata inviata ai candidati alle regionali. Tracce di buongoverno che difficilmente verranno seguite, ma che costituiranno comunque i punti di riferimento delle prossime mobilitazioni.

Il problema è che questa moltitudine di comitati e movimenti locali stenta a riconoscersi come una galassia legata da un disegno comune. A volte a causa di un localismo miope, altre volte a causa del doppio gioco della Lega Nord (e, in genere degli amministratori locali) che irretisce e illude. Altre volte ancora a causa di un malinteso senso di autonomia che condanna all’isolamento i singoli comitati e le singole associazioni. Per diversi motivi, insomma, le molte “comunità resistenti” e “insorgenti” (“minoranze organizzate”, le ha apostrofate con disprezzo il governatore Galan) non riescono ad autorappresentarsi e a interloquire direttamente con le controparti private e pubbliche che depredano, inquinano, svalorizzano il territorio. Superare diffidenze e preconcetti non è facile. Anche nel Veneto e nonostante la buona prova fornita con la lotta al Ptrc si scontrano scuole di pensiero diverse: le associazioni ambientaliste storiche che preferiscono muoversi senza troppe contaminazioni; i comitati e i presidi più combattivi che non tollerano limiti alla propria autonomia; i partiti che temono la formazione di liste civiche; altri gruppi che all’opposto sono attratti dalle competizioni elettorali.

L’associazione della Rete dei comitati del Veneto nasce esplicitamente con il temerario obiettivo di coniugare autonomia e auto-rappresentanza. Leggendo il suo statuto si capisce bene che la centralità è nella comunità di lotta che si forma attorno al comitato, al presidio, al circolo locale dell’organizzazione ambientalista, al gruppo spontaneo di cittadinanza attiva. E’ qui che si forma il soggetto sociale collettivo che prende in carico il problema, se lo studia, si dà le strategie d’azione. E’ solo a questo punto e nel momento in cui la “comunità insorgente” coglie la necessità di collegarsi ad altri per saperne di più, per comunicare al mondo esterno, per trovare solidarietà e alleanze che si fa trovare la Rete. Un sistema di relazioni e di comunanze; di saperi che si socializzano e di rapporti umani caldi.

La Rete veneta ha scelto quindi di essere una organizzazione di secondo grado, niente iscrizioni individuali, ma con un largo comitato scientifico cui sono chiamati a far parte tutti coloro che sanno qualcosa che può essere utile se messo a disposizione della rete. Una rete orizzontale, flessibile, non identitaria, priva di gerarchie, ma organizzata. Permanenza e stabilità per non disperdere in tanti fuochi di paglia le mille, faticose esperienze che gli abitanti sono costretti a sostenere a difesa della qualità del territorio, per sedimentare conoscenze, per moltiplicare la potenza comunicativa, per riuscire ad aprire interlocuzioni con le controparti più distanti e impermeabili. Una organizzazione necessaria per riuscire ad aprire vertenze le cui problematiche hanno scala territoriale regionale; pensiamo solo alle opere che la regione autorizza “in deroga” agli strumenti urbanistici locali, agli inceneritori decisi in assenza di piani regionali, alla privatizzazione delle reti idriche, alle cave, alle polveri sottili inalabili, alla pianificazione delle centrali elettriche, alle reti ecologiche e alle aree protette…

Ma le buone intenzioni non bastano ancora a fugare i dubbi: chi dice organizzazione evoca infatti immediatamente deleghe, oligarchie, separatezze. Ed è qui che ai veneti sono venuti in aiuto Gandhi, Aristotele e anche il Gran consiglio della Repubblica serenissima! Mentre l’assemblea della Rete è composta semplicemente dai delegati di ciascun comitato o associazione aderente (due per comitato, con la calda raccomandazione del rispetto dei generi), il “gruppo di coordinamento”, che deve rimane in carica sei mesi ed è l’organismo che di fatto guida la Rete, è stato nominato per sorteggio. Così, come da statuto, i delegati, riunitasi nella sede dell’Altra Economia di Mestre, hanno scritto il loro nome su tanti post-it, li hanno ripiegati e racchiusi in un’urna (in realtà era una caraffa di vetro) , quindi sono stati estratti i dodici nomi del comitato di coordinamento che lavorerà per sei mesi. Unica complicazione la accortezza di procedere alla estrazione di almeno un delegato per ognuna delle sette provincie del Veneto, per garantire la rappresentanza territoriale. Per la prima volta – a mia memoria – una “elezione” si conclude senza tensioni, con tanti sorrisi; un bel gioco di società.

Non c’è stato nemmeno bisogno di sorteggio per individuare il presidente, invocato a gran voce, in Edoardo Salzano. Mentre i portavoce sono stati scelti tra quelli sorteggiati: Valter Bonan, già presidente dell’ente parco delle Dolomiti bellunesi e Mirco Corato, giovane attivista del gruppo Partecipazione di Monteviale di Vicenza. Auguri a tutti.

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