La «città proibita» sul porto che Trieste sogna di riavere
Giusy Fasano
Quando gli slogan un po’ scontati e faciloni sul postindustriale, la globalizzazione, addirittura il dopo-muro, si scontrano con la concreta realtà urbana. Corriere della Sera, 7 agosto 2011 (f.b.)
Nella città proibita la natura si riprende i suoi spazi. Avanza l’edera, la Bora semina fiori di campo che crescono fra le crepe dei balconi, sui muri, sui tetti. Le erbacce si moltiplicano lungo i binari che non portano più da nessuna parte. Strano, però. Non c’è nulla di cupo in tutto questo. Nessun senso di desolazione. Piuttosto una sensazione di quiete come quella che assale quando si entra in una chiesa. Silenzio e contemplazione. Eccolo, il Porto vecchio di Trieste, un luogo a parte. Unico, decadente eppure magnifico. Una città nascosta e vietata da sempre, con i suoi settecentomila metri quadrati di archeologia industriale, ruggine e storia, con le sue mille e mille finestre che sembrano occhi pronti a seguirti.

«Che posto fantastico» si dicono l’un l’altra due vecchie signore che camminano lente in direzione del Magazzino 26. E non hanno visto niente... Chissà che direbbero davanti all’incanto della vecchia locanda dal tetto ormai d’erba, chissà che facce estasiate di fronte all’hangar numero 6, fra il blu del cielo e del mare che si confondono e la gigantesca gru idraulica corrosa dal tempo ma ugualmente bella. Facile immaginare il loro stupore se potessero passeggiare lungo il boulevard principale di questa città latente, nata, cresciuta e abbandonata fra le braccia di una Trieste che l’ha sempre custodita senza conoscerla. Il boulevard e, in fondo, colle San Giusto. Ma non accadrà niente di tutto ciò. Non a breve, quantomeno. Le due vecchie signore dovranno accontentarsi di aver visto il maestoso Magazzino 26, ristrutturato e aperto al pubblico in via del tutto eccezionale per la Biennale diffusa.

Se proprio volessero potrebbero sbirciare un po’ fra le fessure dei container che delimitano la parte accessibile da quella no. Un’occhiata attraverso la rete, ecco: quella sì. Ma vuoi mettere? Entrare nella zona off-limits, osservare da vicino i vecchi edifici, arrivare fino ai moli, fermarsi sui dettagli delle colonne in ghisa, costeggiare gli abbeveratoi degli animali che un tempo partivano da queste banchine per paesi lontani... Non si può. Proibito. Perché siamo in un territorio di porto franco e le regole che valgono al di là del muro, cioè nella città di tutti, nel Porto vecchio diventano carta straccia. Entrano soltanto gli addetti ai lavori, in pratica. E da quando c’è il nuovo scalo sono sempre meno gli spedizionieri che si servono di quello vecchio. O meglio: della minima parte che ancora funziona.

«La maggioranza dei triestini non è mai entrata qui dentro» conferma Corrado De Francisco, direttore sviluppo di Portocittà, la società che ha ottenuto la concessione per rinnovare 45 ettari su 70. A dire il vero, qualche visita è stata possibile nel 2001 quando, con uno strappo alle regole, per poche occasioni fu aperto al pubblico e raggiungibile con le locomotive. «Ma è arrivato il momento di restituire questo posto bellissimo a Trieste e al mondo» , annuncia ora De Francisco. Facile a dirsi, complicatissimo a farsi. Soprattutto per le difficoltà giuridiche legate, appunto, al regime di porto franco. C’è voluta la famosa pazienza di Giobbe, prima ancora che i finanziamenti e i lavori, per far rinascere il Magazzino 26 e consegnarlo a triestini e turisti. Una sospensione delle regole possibile finché la mostra resterà aperta. E dopo?

L’intenzione è «resistere, resistere, resistere» , come direbbe l’ex procuratore capo di Milano Francesco Saverio Borrelli. Resistere con i cancelli aperti e nuovi eventi anche dopo la Biennale diffusa. Resistere perché la processione incessante di gente che arriva anche solo per dare un’occhiata ai Magazzini da lontano dimostra un interesse che nemmeno i più ottimisti avevano messo in conto. Resistere per fare di quest’apertura straordinaria un punto di partenza, non d’arrivo. E poi «perché è un peccato mortale avere edifici unici al mondo e tenerli nascosti e inutilizzati» , considera l’architetto Antonella Caroli, ex presidente di Italia Nostra di Trieste e da trent’anni a questa parte cresciuta a pane e Porto vecchio. Lei e questa città sconosciuta sono più o meno la stessa cosa e non c’è nulla che le sfugga: particolari, aneddoti, progetti, macchinari, planimetrie, riferimenti storici e architettonici.

«Qui si scaricavano cotone, noccioline, botti di vino, uva, qui il legname» descrive passando davanti a questo o quel fabbricato. «Le merci più leggere ai piani superiori, le altre e gli animali al piano terra» . Al Magazzino 26 c’erano sacchi e sacchi di caffè in transito, per esempio. La dottoressa Caroli dice che «i vecchi triestini che hanno lavorato qui raccontano che su quei sacchi si faceva anche all’amore, qualche volta» . La storia della città proibita è legata all’imperatore Carlo VI che nell’anno 1719 dichiarò la citta di Trieste porto franco. Nel 1891, mentre il Porto vecchio era in fase avanzata di costruzione, il territorio del porto franco venne ridotto: da quel punto in poi sarebbe stato delimitato da un muro di cinta e da varchi doganali. Ed ecco: la superficie coincise esattamente con l’area portuale vietata di oggi. All’inizio del Novecento il Porto vecchio era affollato di merci e gente.

E a passare davanti a questi edifici dove il tempo è rimasto immobile, quasi sembra di vederli, i portuali al lavoro. Quasi si sentono le voci, il rumore della centrale idrodinamica, delle gru, i treni e i carri che affiancano i «perron» , marciapiedi alti al punto giusto per facilitare le operazioni di carico-scarico. Si può immaginare la vita scorrere in queste strade ora deserte. Basta dare un’occhiata al Giornale edile, diario di bordo, diciamo così, di imprese e squadre di lavoro: sono annotati attività, particolari tecnici e condizioni del tempo. Prendi il 1901, per esempio. Dice la nota del 14 gennaio: «stato dell’atmosfera sfavorevole, causa mare agitato e alta marea non si può lavorare...» .

E l’immagine di quel giorno prende forma. Nel 1926, quando si chiudono le relazioni con i porti del Nord Europa (in particolare con Amburgo) comincia il declino. Nel 1929 la crisi mondiale e la riduzione degli scambi commerciali aggravano la situazione, bisognerà aspettare il dopoguerra per rivedere miglioramenti ma anche un’insidia: il nuovo porto, studiato per movimentare i container che invece nel vecchio scalo sono difficili da gestire. Il risultato è che negli anni Settanta gran parte del traffico portuale finisce sulla struttura nuova e la vecchia città proibita viene quasi del tutto abbandonata. Nei Magazzini 24 e 25 hanno resistito gli animali fino al 2007: mucche, capre, pecore, qualche maiale. Aspettavano l’imbarco nei locali-stalla del pian terreno e ancora adesso c’è del fieno stipato negli stanzoni del primo piano. Nel fabbricato 19 c’è un museo involontario: sono mobili, vettovaglie, soprammobili, oggetti di vita quotidiana appartenuti a istriani e dalmati che alla fine della guerra furono costretti ad abbandonare le loro terre per andare chissà dove.

Il Porto vecchio doveva essere un deposito temporaneo, «invece nessuno è più tornato a riprendere armadi, sedie, pentole... E su ogni cosa c’è ancora il cartoncino con nomi, cognomi e provenienza» spiega l’architetto Rossella Gerbini, progettista di Portocittà. Dentro, i fabbricati abbandonati sono uno spettacolo: gli occhi planano su archi e colonne in fila, sui colori delicati di pietre e mattoni, sulle nervature metalliche che dividono un piano dall’altro, sui raggi di sole che disegnano simmetrie di luce. Un po’ di tutto questo si può vedere nei film C’era una volta in America di Sergio Leone e Il Padrino, di Francis Ford Coppola, che per girare alcune scene hanno scelto come location proprio l’interno dei Magazzini del Porto vecchio. Chissà se lo sanno, le due vecchie signore...

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