D'Alema in versione toscana
Paolo Baldeschi
L'articolo di Guido Martinotti…
L'articolo di Guido Martinotti ( il manifesto,12 luglio) che a sua volta riprendeva un articolo di Umberto Eco ( Repubblica, 2 luglio), entrambi riportati in eddyburg, su vincitori e sconfitti nelle ultime elezioni comunali, inquadra lucidamente le ragioni della subalternità della sinistra rispetto al governo Berlusconi; subalternità che ha come corrispettivo il rafforzamento consociativo della casta, guidata nel PD da D'Alema, massimo (con la m minuscola) stratega delle sconfitte politiche del partito.

La concezione di D'Alema della politica, come ramo specialistico delle professioni intellettuali (ipse dixit), ha qualcosa in comune con la Repubblica dei filosofi di Platone (in cui Bertrand Russel individuava già i germi del totalitarismo), del leninismo e, del togliattismo. In una versione 'nobile' la politica professionale è al servizio di un'idea strategica forte di cambiamento della società, come poteva essere la conquista del potere da parte della classe operaia, ma in un certo senso anche il 'compromesso storico'; inoltre necessita di un apparato partitico fedele alle direttive e intrinsecamente onesto, vale a dire scevro da mire e interessi personali che contrastino con il 'bene comune'.

Nell'Italia della seconda Repubblica sono entrati in crisi tutti questi presupposti. I cambiamenti economici e sociali del paese, la scomparsa della classe operaia intesa in senso tradizionale, il prevalere delle articolazioni 'verticali' della società (v. Lega) rispetto alle stratificazioni orizzontali, di classe, vanificano l'idea stessa di una gestione dall'alto della politica: non solo perché è venuto meno l'apparato, quei funzionari di partito improntati a una morale rigorosa (v. articolo di Mario Pirani su Repubblica del 20 luglio), ma perché è venuta meno anche la società, almeno nelle forme tradizionali cui la versione 'nobile' del dalemismo avrebbe potuto far riferimento. Perciò la tattica politica professionale ha come unico orizzonte la conservazione consociativa del potere. E nel discendere dall'alto verso il basso, dal nazionale al locale, la politica tende inevitabilmente a rendersi autonoma rispetto a ogni direzione che non sia quella di creare e consolidare e associarsi ai poteri economici esistenti.

Nella versione del governo toscano, ciò ha significato durante legislatura di Claudio Martini e di Riccardo Conti il via libera ai sindaci e ai Comuni: ognuno faccia quel che gli pare dietro il paravento ideologico dello sviluppo. Ciò che forse gli apprendisti stregoni al governo della Regione non prevedevano era una vera e propria deflagrazione di illegalità che ha percorso buona parte urbanistica toscana, dove molti Comuni non solo si sono fatti beffa di leggi e piani, ma, indipendentemente dal colore politico, sono diventati subalterni ai poteri economici: grandi (Domenici, ex sindaco di Firenze rispetto a Ligresti), e meno grandi: i suoi colleghi rispetto a cooperative, costruttori edili, proprietari fondiari.

La nuova legislatura, con Enrico Rossi presidente, mostra segnali contrastanti; buoni orientamenti e iniziative nell'urbanistica guidata da Anna Marson, vecchie logiche nel settore infrastrutture, dove prevale ancora una sviluppistica dura, come se fossero le piattaforme logistiche e le infrastrutture pesanti a creare posti lavoro e a favorire la modernizzazione. Esemplare (in negativo) a questo proposito il silenzio della Regione sul sottoattraversamento della Tav nel nodo fiorentino o l'indecisione fra scelte a favore del parco o dell'aeroporto di Peretola nella piana fiorentina, dove si dovrebbe avere il coraggio di dire che la pista parallela non solo è devastante ma non è fattibile, né tecnicamente, né finanziariamente.

La conclusione è quindi esattamente opposta a quanto teorizzato da D'Alema: solo riportando la politica all'interno della società civile, facendo propri quelli che sono molto più che segnali e volontà di cambiamento, aprendosi al confronto con comitati e cittadini, favorendone la partecipazione, si può governare una società 'liquida' in uno scenario dove il 'deficit' ambientale, e le crisi economiche e finanziarie costituiscono le grandi sfide da affrontare, prima che diventino vere e proprie catastrofi. Con buona pace dei professionisti della politica.

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