Dal 25 aprile al 2 giugno. Quando le date sono dei simboli
Guido Crainz
Peggio delle Panzerdivisionen di Hitler i saccheggiatori dei nostri beni, materiali e morali. Quelle tre date (più l’8 marzo) ci ricordino come dobbiamo fermarli. La Repubblica, 25 agosto 2011
Lascia senza parole una discussione sui "tagli sostenibili" che infila fra la (mancata) riduzione degli sprechi della politica e le (mancate) misure contro gli evasori anche lo spostamento - e quindi l´appannamento, la perdita di rilievo - di festività che fondano la nostra identità collettiva: il 25 aprile, il I° maggio, il 2 giugno. Dovrebbe essere esattamente il contrario. È proprio la drammatica emergenza che viviamo, è proprio l´infuriare di venti che possono essere devastanti a imporre il mantenimento, e semmai il rafforzamento, di riferimenti solidi, di bussole decisive.

Per averne conferma non occorre spinger lo sguardo molto all´indietro, sino al I° maggio celebrato clandestinamente da piccolissimi gruppi di lavoratori anche durante il fascismo. Qualcuno li considerò con sufficienza degli irrimediabili nostalgici, non era così. Si lasci anche da parte quello straordinario passato, si rifletta però su quello che le tre date, nel loro stretto rapporto, hanno rappresentato nella storia della Repubblica: in primo luogo la pienezza della democrazia e il suo essere una conquista continua.

Si pensi alle celebrazioni del 25 aprile. Negli anni della "guerra fredda" furono in parte oscurate o ridotte a riti ufficiali senz´anima dai governi "centristi", restando segno distintivo della sola sinistra (con le conseguenze negative che questo ebbe). Si affermarono poi con forza - sia pur con qualche retorica - grazie al superamento di quel clima, dopo le grandi mobilitazioni antifasciste del luglio ‘60 e nel vivo di un "miracolo" che non fu solo economico ma anche civile. E si spogliarono anche della retorica fra la fine degli anni sessanta e l´inizio degli anni settanta, quando il riemergere di stragi e trame neofasciste sembrò evocare fantasmi lontani. Negli anni ottanta il rilievo pubblico del 25 aprile scemò di nuovo, anche per l´agire di potenti spinte alla cancellazione della memoria, alla "riappacificazione morbida" con il passato (e sin con il passato fascista), ma il suo valore non scomparve. Lo si vide il 25 aprile del 1994, quando una folla immensa accorse a Milano anche per indignazione e sdegno, all´indomani della vittoria elettorale di una coalizione che comprendeva anche gli epigoni - allora non pentiti - del neofascismo. A ben vedere, inoltre, dietro una ricorrente avversione al 25 aprile non vi è solo la "politica": quella data è lì a ricordare che ci fu un´Italia che seppe scegliere. Che seppe pagare di persona per le proprie idee e per il bene comune anche quando tutto sembrava perduto.

Allo stesso modo il 2 giugno ci ricorda che l´Italia lacerata e piagata del dopoguerra seppe trovare la forza morale e politica per risollevarsi. Per ricostruire non solo case e cose ma anche l´anima, la ragion d´essere della nazione. "Era un giorno bellissimo… Quando i sentimenti neri mi opprimono penso a quel giorno e spero" scriveva Anna Banti, evocando anche la conquista del voto alle donne. Così nacque la Repubblica: "senza eroici furori, senza deliri di grandezza", per dirla con Corrado Alvaro, ma capace di costruire il futuro. Fu "un miracolo della ragione", come scrisse Piero Calamandrei, che trovò continuazione e conferma nella Costituzione: quella Costituzione che periodicamente torna ad essere il bersaglio polemico di poco affidabili innovatori. "Congelata", negli anni della "guerra fredda", perché apriva troppo apertamente la via ad una piena democratizzazione: "rischia di diventare una trappola", disse un ministro ultraconservatore come Scelba. E "una trappola", un ostacolo da rimuovere appare oggi al populismo antidemocratico di Berlusconi.

Anche in questo caso non vi è solo il valore storico di una data, vi è il significato simbolico che essa ha assunto nelle diverse fasi della nostra storia. È diventata un essenziale baluardo di difesa, ad esempio, quando i venti della frantumazione hanno iniziato a spirare fra le macerie del Palazzo e fra le lacerazioni di un Paese che stava smarrendo la fiducia in se stesso. Ed è iniziato da essa lo straordinario impegno del presidente Ciampi volto a ridare valore alla nazione. Volto a far riscoprire a tutti, anche ai più riottosi, quale straordinaria risorsa essa possa essere. È lo stesso impegno del presidente Napolitano, che ha anche ricordato con insistenza e forza a un´Italia troppo spesso immemore il valore del lavoro e la sua talora drammatica realtà. Ha ricordato che lavoro e diritti sono architravi della democrazia: e questo è appunto il significato del I° maggio. Anche gli appannamenti di quella data rimandano da noi agli anni più bui della "guerra fredda", con le profondissime divisioni sindacali e le migliaia di lavoratori licenziati solo perché iscritti alla Cgil o a un partito di sinistra. Con un clima di arbitrio padronale cui posero fine la ripresa dell´iniziativa sindacale, la difficile - e incompiuta - costruzione di unità, la conquista dello Statuto dei lavoratori (una vera pietra miliare). Anche di questo si iniziò a perder consapevolezza negli anni ottanta, e oggi l´irrilevanza dei diritti è diventata pane quotidiano di un centrodestra (e talora di un sindacalismo subalterno) che non ha neppure le giustificazioni ideologiche della "guerra fredda".

No, non è passatismo esigere che il valore di quelle date sia oggi esaltato e non umiliato. Non è volger lo sguardo al passato: è, come sempre, sperare nel futuro.

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