Si può essere marxisti oltre il capitalismo?
Eddyburg
Nel titolo abbiamo riassunto la domanda che ci sembra emerga dalla polemica tra alcuni economisti “patentati” Bellafiore, Halevi, Tomba, Vetrova) e due “irregolari” (Campetti, Viale). Il manifesto, 13-14 luglio 2011
13 luglio 2011
PIÙ CONFLITTO DI CLASSE, MENO MOVIMENTISMO
di Riccardo Bellofiore, Joseph Halevi,
Massimiliano Tomba, Giovanna Vertova

Compriamo (o scarichiamo on-line) il manifesto tutti i giorni, alcuni di noi ormai da 40 anni. Lo leggiamo però sempre di meno, senza sapere bene il perché. C'è di peggio. Ogni tanto lo leggiamo. Come l'8 luglio scorso, attirati da due firme che stimiamo: Guido Viale e Loris Campetti. Il primo dice, molto spesso, cose giuste. Tuttavia, nel suo articolo dell'8 luglio deraglia, quando infila, quasi fosse una ovvietà, una frase secondo cui l'intervento dello stato sarebbe impedito dal fatto che «mancano i soldi e si ha paura di rompere il tabù dei bilanci, che sono fatti di debiti e quindi in mano alle società di rating». Il secondo parla della necessità di superare una «vecchia certezza», quella secondo cui sarebbe «imprescindibile» il legame reddito-lavoro.

Sarebbe interessante sapere che teoria economica ha in mente Viale, e su cosa Campetti basi la sua affermazione. Vero è che una tesi come la sua è stata attribuita tempo fa dalla stampa a Maurizio Landini. È anche stato riportato con sussiego che Landini non avrebbe letto Marx. Certo, viene da pensare, leggersi il Capitale non è un obbligo. In qualche caso aiuterebbe: basti il riferimento al salario di sussistenza per la classe dei lavoratori, dunque per il proletariato nella sua interezza, del tutto indipendentemente dalla produttività.

Aiuterebbe anche avere una idea di economia meno corrotta dalla teoria dominante, in tutti i suoi diversi filoni, che è ciò che sta dietro l'idea di Viale, secondo cui la politica economica di oggi patirebbe una «mancanza di soldi» e «si avrebbe paura di rompere i tabù», ostaggio delle agenzie di rating. Non c'è nessuna «oggettiva» mancanza di soldi, né si tratta di cose separate. La «mancanza di soldi» è una costrizione politica, applicata con il braccio armato delle agenzie di rating. Una legge dura come il marmo, ma tutto meno che naturale.

I denari pubblici non difettano, ma vengono resi scarsi dall'imposizione di portare il bilancio pubblico in pareggio. È una scelta precisa di classe che in Europa lega la deflazione salariale, perseguita dalla politica monetaria e dalla flessibilizzazione del lavoro, alla decurtazione del reddito sociale tramite i tagli alla spesa pubblica. È questa una scelta che Alain Parguez chiama una rareté désirée, una «scarsità» voluta e prodotta, per i rapporti di classe e di potere, anche geopolitici. Sennò ci si illude che basti ingabbiare le agenzie di rating, o uscire dall'euro, per far scomparire il problema. Che è politico e sociale, non «tecnico».

Contro ogni apparenza, il manifesto sovente riproduce una visione caricaturale della sinistra e del movimento dei lavoratori («produttivisti» e «lavoristi»), in una sorta di desiderante auspicio di una ripetizione dell'esperienza del «movimento dei movimenti». Fallito, e non a caso, nonostante la sua ricchezza. Bisognerebbe chiedersi il perché. Noi crediamo ancora che il problema sia il capitalismo, e i rapporti di classe, e rapporti di classe centrati sul lavoro - che tutto è meno che un bene comune. Checché se ne dica, la classe non è acqua.

Senza stare su questo terreno, non si capisce nulla della crisi globale, della crisi europea, della devastazione del lavoro, dell'attacco alla riproduzione. La questione è l'appropriazione dei beni comuni solo in conseguenza delle modalità della produzione e riproduzione capitalistica. Se qualcuno crede che il primo piano di discorso «spiazzi» il secondo, è fuori strada: si sveglino i sognatori. Ed è su questo terreno che la questione del genere e la questione della natura possono essere affrontate, incrociando naturalmente la questione del lavoro.

È impossibile prescindere dal lungo e paziente lavoro della critica e della lotta che ci attendono. Una critica e una lotta che nascono in un momento e in un luogo precisi: la messa in questione, nelle lotte operaie degli anni Sessanta e Settanta, di «cosa», come» e «quanto», e «dove» produrre. Una «tradizione» che forse a tutt'oggi è più ricca di molte delle «novità» che insegue il manifesto. Certo non se ne esce se non con una riattivazione del conflitto di classe in senso stretto, non affogandolo in un generico movimentismo; e con un intervento politico forte sulla composizione della produzione, non rimuovendo la questione con i giochi di prestigio. È di questo che si dovrebbe ragionare. Non dei «soldi che mancano» o delle ennesime confusioni sul reddito e il lavoro. Il manifesto dovrebbe aprire una discussione vera, per andare avanti, non indietro: riproponendo stili di ragionamento «forte», su una scala almeno europea. E a quella discussione siamo disponibili.


14 luglio 2011
BOCCIATE UN IRREGOLARE
Loris Campetti

Non so se sarei in grado di superare un esame di marxismo al cospetto di una commissione giudicante preparata e severa composta da Riccardo Bellofiore, Joseph Halevi, Massimiliano Tomba e Giovanna Vertova (il manifesto, 13 luglio). Quasi sicuramente sarei bocciato, e sarebbe giusto così: troppo tempo è passato dalle mie letture del Capitale e altri testi su cui credevo di essermi formato. In più, queste letture sono state da me contaminate dallo studio di troppi irregolari del marxismo, alcuni/e addirittura consiliari (consiliari, non conciliari). Certo mi sono perso per strada "affogando" il «conflitto di classe in senso stretto» in un «generico movimentismo» che ha confuso il mio cervello a proposito del rapporto tra reddito e lavoro. Il fatto più grave, però, è che con questo deviazionismo avrei contaminato la testata su cui mi onoro di scrivere. Se dico che è entrata in crisi una certezza novecentesca che è stata prevalente nella sinistra e nel sindacato - la inseparabilità del reddito dal lavoro - mento, perché Marx e i sani marxisti avevano fatto un ragionamento molto più avanzato. Faccio ammenda per non aver basato la mia riflessione sui fondamentali. Faccio anche ammenda per aver tentato di mettere in comunicazione la lotta di classe «in senso stretto» con i movimenti invece di considerarli fumose (spero non maleodoranti) insorgenze sociali.

Alcuni, non so i quattro amici scriventi al manifesto, ritengono addirittura colpevole la mancata battaglia del giornale per dissuadere gli amici della Fiom dall'intrattenere relazioni pericolose e inquinanti con precari, studenti, ambientalisti, attivisti dei beni comuni. E poi, ha poco da vantarsi Landini per aver messo al centro della sua piattaforma il nodo del cosa, come, quanto e dove produrre: non solo forse non ha letto Marx, ma neanche ha riflettuto sulle lotte "operaie" degli anni Sessanta e Settanta, «una tradizione che forse a tutt'oggi è più ricca delle 'novità' che insegue il manifesto».

Eccoci serviti. Non essendo all'altezza di competere sul piano teorico con compagni più preparati di me (lo dico con convinzione, senza sfottere), mi limito ad invitare, con affetto, i nostri amici collaboratori Riccardo e Joseph e con rispetto Massimiliano Tomba e Giovanna Vertova, a darsi una calmata, per evitare ai lettori di pensare che il duro conflitto oggi in atto in Italia, in Europa e nel mondo sia determinato da uno scontro di posizioni tra marxisti linea rossa e marxisti linea nera. E li invito a mettere a disposizione il loro sapere per aiutare chi quotidianamente combatte sotto l'incalzare dell'attacco avversario. Dove l'avversario forse ha letto Marx e forse no, ma certamente è orientato da un pensiero diverso: il pensiero unico.

14 luglio 2011
NON SOLO LOTTA DI CLASSE
di Guido Viale

Gentili accademici, mi dispiace essere incorso nelle vostre critiche, dato che di alcuni di voi nutro la massima stima (di altri non posso, perché, nella mia insipienza, non ho mai letto nemmeno uno scritto). La cosa che più mi dispiacerebbe è però che voi smetteste di comprare o di leggere il manifesto per colpa mia. Per questo cerco di spiegarmi.

Premetto che io Il Capitale l'ho letto e, in gioventù, anche studiato. Però le vostre critiche mi fanno pensare - e solo ora - di non averne capito abbastanza. Un'altra cosa che non capisco - e non lo dico certo per dissociarmi, è che cosa accomuni il mio articolo, oggetto delle vostre critiche, a quello di Loris Campetti. Per cui rispondo solo a ciò che rinfacciate direttamente a me.

Altra premessa: mi considero un divulgatore e non un teorico e faccio grandi sforzi per rinchiudere quello che cerco di comunicare nello spazio ristretto del numero delle battute concesso in un quotidiano, per di più di ristretta foliazione. Se scrivessi un testo accademico - cosa che non ho mai fatto né mai farò - o un rapporto di lavoro - che è stato ciò che mi ha impegnato maggiormente nella mia vita professionale - in cui la precisione fa aggio sulla lunghezza, avrei forse aggiunto qualche inciso in più. Se però le espressioni che ho usato lasciassero adito a errori che potrebbero portare i lettori su un cammino sviante, dovrei riconoscere di essere venuto meno ai miei doveri di divulgatore. In tal caso ne farei sicuramente ammenda.

Le vostre critiche sembrano appuntarsi su due frasi che ho usato: «mancano i soldi e si ha paura di rompere il tabù dei bilanci, che sono fatti di debiti e quindi in mano alle società di rating». Ok. Non ho mai detto però che la «mancanza di soldi» o che «il tabù del pareggio di bilancio» siano fatti naturali. Anzi, ho scritto che, di fronte a una sollevazione della Grecia - e a maggior ragione di tutti i paesi sotto scacco - soprattutto se appoggiati, volenti o nolenti, dai rispettivi governi, i soldi si troverebbero: «Basterebbe quindi che Papandreu...si schierasse dalla parte dei suoi concittadini che si oppongono alla svendita del paese. L'Unione Europea sarebbe allora costretta ad aprire la borsa, non solo per la Grecia, ma per tutti gli Stati membri in difficoltà». Addirittura ho precisato che «per un'operazione del genere (cioè «trovare i soldi») non mancano proposte operative di ingegneria finanziaria». Non ho neanche mai scritto, come si evince invece dalle vostre critiche, che il problema sia «ingabbiare le agenzie di rating». Anzi, ho scritto, anche se in un precedente articolo: «le società di rating, interamente controllate dai big della finanza internazionale...che sta ora scommettendo sul fallimento di quegli Stati che si sono svenati per salvarla, svenando a loro volta i propri cittadini». Il problema sarebbe quindi quello di «ingabbiare», per usare la vostra espressione, non le società di rating, ma la finanza internazionale; che è come a dire «ingabbiare» il capitale. Obiettivo che credo ci accomuni, magari in una formulazione più appropriata. Ma non son certo io ad aver parlato di «ingabbiare».

La sostanza delle nostre divergenze - se ci sono - e della vostra irritazione - che sicuramente c'è - rimanda forse, se ho capito bene, alla vostra tesi secondo cui «l'appropriazione dei beni comuni (si verifica) solo in conseguenza delle modalità della produzione e della riproduzione capitalistica». Ma chi ha mai scritto il contrario? Certo non io. Quello che penso io è che una politica di riappropriazione dei beni comuni - che vuole dire lotta per il loro controllo diffuso e condiviso - mina le basi «territoriali» del potere del capitale: quelle che più direttamente coinvolgono il lavoro vivo; il quale «vive» sempre in un qualche territorio. La lotta per i beni comuni, e per far diventare «comuni», o più comuni, certi beni è lotta di classe? Anche, ma non solo. Forse è di qui in poi che non andiamo più d'accordo.

Con immutata stima.

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