Economie globali fondate sul futuro
Giuliano Battiston
Accaparramento globale e massiccio di risorse da parte di grandi entità private, territorio in testa, una rassegna di studi da il manifesto, 10 luglio 2011 (f.b.)
Il reportage è un genere caduto in disuso: troppa fatica costruire un percorso coerente e solido, rinunciare all’effimero per un’unica, costante idea di fondo, macinare chilometri, accumulare materiali e interviste, per poi trasformare il tutto in una forma compiuta. Soprattutto, troppa fatica partire da domande vere, piuttosto che da pretesti per ribadire le proprie certezze. Anche per questo al reportage, all’inchiesta sul campo, allo scavo e al «carotaggio» è andata sostituendosi la scorciatoia dell’invettiva e della denuncia, il moralismo consolatorio, oppure il travestimento, reale o simbolico, con cui penetrare occasionalmente in situazioni ritenute altrimenti impenetrabili.
Land grabbing. Come il mercato delle terre crea il nuovo colonialismo (minimum fax, pp. 244, euro 15), l’ultimo libro di Stefano Liberti – giornalista del manifesto già vincitore del premio Montanelli per A sud di Lampedusa – restituisce dignità al genere. Perché costruito nel tempo, lasciando che i materiali fossero filtrati dal setaccio narrativo, e perché rivendica la parzialità di uno sguardo: quello di chi rinuncia in modo esplicito all’esaustività, per proporre un percorso persuasivo proprio perché declinato secondo una prospettiva personale, intorno alla consapevolezza che, se qualche interpretazione si può dare di «un fenomeno destinato a cambiare gli equilibri di buona parte del Sud del mondo», può venire solo «dai dati raccolti sul campo».

Governi complici o inetti

Quello di Liberti è dunque un viaggio. Che comincia ad Awassa, nel cuore della Rift Valley, trecento chilometri a sud di Addis Abeba, in un pezzo di quell’Etiopia che è diventata la «meta di businessmen e avventurieri provenienti da mezzo pianeta » da quando, nel 2007, il governo locale ha «lanciato un piano di affitto a lungo termine di una parte dei suoi terreni a investitori intenzionati a farli fruttare». Una politica attuata senza alcuna discussione pubblica, con l’obiettivo di «riempire le casse dello stato di denaro straniero da reinvestire», e prontamente accolta da quei paesi (in primis quelli del Golfo) ricchi di liquidità ma poveri di cibo: di fronte alla crisi del 2007/2008, agli aumenti dei prezzi dei prodotti alimentari di base e ai meccanismi protezionisti e al blocco delle esportazioni adottati dai paesi produttori, questi paesi hanno voluto «garantirsi a qualunque costo la sovranità alimentare» attraverso una esternalizzazione controllata, producendo il necessario ma su terre altrui, più fertili e a basso costo.
Per farlo, come denuncia YefredMyenzi, direttore di HakiArdhi, un centro di ricerca che si occupa di diritto alla terra a Dar es Salaam, capitale della Tanzania, occorrono però governi complici o inetti,ministri dell’Agricoltura disposti a trasformarsi in piazzisti per affittare terre preziose a meno di un dollaro l’ettaro (in alcuni casi anche gratis, per un certo periodo), pur di assicurarsi l’«investimento internazionale ». Che può venire anche da fondi speculativi, grandi multinazionali, fondi pensione, da tutti quegli attori finanziari che dopo il crollo del sistema economico del 2007/2008 hanno iniziato prima a investire nei «beni rifugio», le commodity (grano, riso, mais, soia), per poi puntare verso «qualcosa di ancora più tangibile delle materie prime alimentari: la terra, il bene primario per eccellenza, l’investimento redditizio e sicuro».
Il viaggio di Liberti tocca così anche le stanze ovattate dei lussuosi hotel di Ginevra dove si riuniscono «uomini d’affari, operatori dell’industria, gestori di strumenti finanziari interessati a lanciarsi nel settore dell’agricoltura», oltre che i concitati pit, i «pozzi» del grattacielo di Jackson Bouvelard che ospita il Chicago Board of Trade, la borsa merci di Chicago dove, ogni giorno, «si scambiano più di dieci milioni di contratti al giorno» e «si decide il valore di quei prodotti di base che definiscono il prezzo del cibo in tutto il pianeta ». Per operatori finanziari e governi autoritari, le terre da cui viene quel cibo sono vuote, inutilizzate, sottosfruttate. Eppure su quelle terre ci sono uomini e donne in carne e ossa: per esempio gli abitanti del villaggio di Muhaga, un centinaio di casette di legno nel distretto di Kirawase, 70 chilometri a sud di Dar er Salaam, espropriati con l’inganno e promesse non mantenute; oppure gli indios guaraní del Mato Grosso do Sul, nell’estremo occidente del Brasile, una zona «letteralmente assediata dalle grandi piantagioni di soia», costretti a vivere in una riserva di 3500 ettari.
Perché quello del land grabbing, scrive Liberti, «è soprattutto un grande inganno nei confronti dei contadini», una «forma moderna di neocolonialismo», una battaglia tra contadini e capitale, il cui esito determinerà «i contorni del pianeta in cui ci troveremo a vivere nel corso del XIX secolo »: da una parte le «economie di scala», l’aumento della produttività, la conquista dei mercati esteri, la piantagione estensiva a monocultura, i grandi gruppi dell’agrobusiness, dall’altra i contadini, che puntano alla sovranità alimentare, alla stabilità ecologica, alla diversità rurale e produttiva, all’equa distribuzione delle terre. Si tratta «di modelli opposti, sia dal punto di vista pratico che ontologico», «di uno scontro tra concezioni diverse del territorio e dello sviluppo».

Congedarsi dall’industrialismo

L’accaparramento delle terre «interroga un modello di sviluppo – quello dell’aumento della produttività a ogni costo – che è anche un modello culturale», scrive Liberti. E proprio al modello culturale dello sviluppo e del «produttivismo» è dedicato Futuro sostenibile. Le risposte eco-sociali alle crisi in Europa (Edizioni Ambiente, pp. 480, euro 28, trad. Maria Telma Fiore Unland, Paola Zanacca). Un libro redatto da un’equipe di 30 ricercatori del Wuppertal Institut coordinati da Wolfgang Sachs e finanziato dalla maggiore associazione ambientalista tedesca, il Bund, insieme alle due istituzioni della Chiesa evangelica per la Cooperazione allo sviluppo, come ricorda Marco Morosini, che ne ha curato l’edizione italiana. Un libro importante e necessario, perché analizza le conseguenze dell’industrialismo produttivista che ha governato politiche economiche, immaginario simbolico e orientamenti culturali negli ultimi duecento anni, e propone vie d’uscita praticabili.
Di fronte alla «patologia strutturale della società industriale, cioè alla sua dipendenza da materie prime finite e, se usate in modo massiccio, incompatibili con l’integrità della natura», ci sono infatti due vie: proseguire con il tradizionale paradigma fossile-centralistico, che prevede «enormi capitali, grandi strutture, prevalenza di petrolio, carbone, gas naturale ed energia atomica e l’obiettivo di una maggiore offerta d’energia», oppure invertire la rotta, per un’economia solare, decentrata e interconnessa, che avvii la transizione verso un’era postfossile basata sulla combinazione tra dematerializzazione (efficienza), compatibilità ambientale (biocoerenza) e autolimitazione (sufficienza). Perché qualunque ricorso all’efficienza energetica, qualunque razionalizzazione intelligente dei mezzi è inutile, se non si accompagna anche all’interrogativo, ormai inelubidile, sul «quanto basta?», sui fini, sui limiti che dobbiamo porci.

Una tragedia contemporanea

In questo senso, abbandonare la concezione dell’industrialismo del XIX secolo, secondo cui la produzione richiede un flusso sempre crescente di materiali, vuol dire non solo gestire il metabolismo di materiali tra l’economia e la natura – in modo che «la capacità rigenerativa della natura rimanga intatta nel tempo» –ma occuparsi anche della distribuzione dei beni naturali nella società globale. Interrogarsi, dunque, piuttosto che sulla crescita, sulla distribuzione. E prendere atto di due elementi: da un lato che «non si potrà salvaguardare la biosfera senza congedarsi dalla posizione d’egemonia del Nord nella politica mondiale», dall’altro che la civiltà euro-atlantica, deve il suo sviluppo a circostanze storiche uniche, riconducibili all’accesso improvviso al carbone e alle materie prime biotiche delle colonie, alla «mobilitazione di risorse dalle profondità del tempo geologico e dalla vastità dello spazio geografico», in altri termini allo sfruttamento della cesura economicamente e ecologicamente decisiva tra economica organica ed economia minerale.
Quelle condizioni, però, sono oggi irripetibili, e sta proprio qui «la tragedia dell’attuale momento storico: l’immaginario dei paesi emergenti si ispira alla civiltà euro- atlantica, ma i mezzi per la sua realizzazione non sono più a disposizione». Occorre quindi rompere l’incantesimo del mimetismo «socio-industriale», rinunciare all’economia da rapina ecologica e sociale, «dare una nuova direzione al progresso economico e tecnico, trasformare tecnologie, rapporti organizzativi e abitudini », infrangere l’alleanza tra indifferenza e interessi e rispondere agli imperativi della «missione cosmopolita dell’ecologia: consentire più giustizia globale senza rendere la Terra ospitale».
Giustizia globale in una Terra ospitale è l’obiettivo condiviso anche da Susan George, attivista altermondialista, presidente del board del Trasnational Institute di Amsterdam, che in Whose Crisis,Whose Future (Polity Press, pp. 212) torna a criticare aspramente la natura predatoria del capitalismo neoliberista, che è riuscito a sottomettere il pianeta, le società, l’economia agli interessi della finanza. E che ha edificato mura di ingiustizia: da quelle della povertà e della disugualianza crescenti sia al Nord che al Sud a quelle che impediscono l’accesso alle risorse fondamentali per buona parte della popolazione.
Secondo la George, la crisi economico-finanziaria non è che la manifestazione più evidente dell’implosione del modello imposto dalla «classe di Davos», ma è anche un’occasione per abbattere quelle mura. Come farlo? Capovolgendo la gerarchia stabilita dal neoliberismo: se nell’ordine neoliberista alla finanza spetta occupare la «sfera concentrica» più ampia, che include a sua volta l’economia, le società e per finire e in ordine decrescente il pianeta, occorre ri-attribuire al pianeta la priorità gerarchica, sottoponendogli la società, l’economia e, infine, la finanza.

Per un keynesianesimo verde

L’operazione non è facile, ma la crisi è l’occasione per intraprendere e finanziare una conversione verde – simile «agli sforzi fatti dagli Alleati per vincere la seconda guerra mondiale» –, un nuovo keynesianesimo che incoraggi gli investimenti nell’industria eco-friendly, nelle energie alternative, nella produzione di materiali leggeri, nel trasporto pubblico efficiente e pulito, nella ricerca e nello sviluppo. Lo si può fare, sostiene Susan George, convincendo la classe politica che la trasformazione ecologica paga in termini politici, e mettendo in campo una narrazione convincente, un mito: «non una bugia, una leggenda o una fiaba, ma la grande narrazione che un mondo disincantato chiede a gran voce»
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