David Harvey «L'enigma del capitale e il prezzo della sua sopravvivenza»
Benedetto Todeschini Giacomo; Vecchi
Una recensione e un commento dell’ultimo libro del grande geografo neomarxista.Per cambiare il mondo bisogna conoscerlo. Il manifesto, 13 luglio 2011
Cultura equivalente universale
Medio Evo contemporaneo
di Giacomo Todeschini

Nel suo ultimo saggio, «L'enigma del capitale e il prezzo della sua sopravvivenza», il geografo David Harvey spiega limpidamente come i flussi del capitale continuino a produrre forme di servaggio che siamo abituati ad attribuire a età remote

L'enigma del capitale e il prezzo della sua sopravvivenza (Feltrinelli, 2011, nell'originale, The Enigma of Capital: And the Crises of Capitalism, Profile Books, 2010) di David Harvey, attualmente distinguished professor di antropologia al Graduate Center della City University a New York, è un libro da leggere per capire come mai la fase di estremo disfacimento e onnipotenza del capitalismo occidentale ormai globalizzato determina per le persone, la stragrande maggioranza delle popolazioni dei cinque canti del globo, condizioni di vita perfettamente umilianti, al limite della schiavitù, e spesso ben oltre questa soglia che si pretenderebbe bandita dalla «modernità».
Dipendenza assoluta

È anche, questo libro, utile da leggere per prendere atto del fatto che i marxisti anglo-statunitensi (Harvey ha fatto il suo PhD a Cambridge negli anni Sessanta, e ha poi insegnato alle Università di Bristol e di Oxford) riescono a scrivere di capitalismo e disastri connessi, in una chiave né da addetti ai lavori un po' arroganti, né spensieratamente demagogica, ma concreta, colta e combattiva allo stesso tempo. Senza aver paura di insegnare quello che spesso non si sa.
Già in un suo libro precedente ( La crisi della modernità. Riflessioni sulle origini del presente, il Saggiatore 1993, Net 2002) Harvey aveva ben mostrato che nella fase attuale della cultura neoliberista e delle logiche di uno sviluppo economico mirante allo sfruttamento indiscriminato e selvaggio dei più deboli, si riaffacciano sulla scena del mondo ogni sorta di servaggi e di precarietà, ossia si moltiplicano, diventando leve fondamentali dello «sviluppo», forme antiche e medievali di dipendenza assoluta e di distruzione dei diritti degli uomini e delle donne di esistere come persone, demolite da tempo le fantasticate libertà di individui abitualmente liberi soltanto, come diceva una canzone degli anni Sessanta, «di esporre i panni al vento».
Analogamente ora in questo libro il geografo ed economista statunitense fa vedere al lettore, con una chiarezza che i pontefici della sinistra italiana per lo più ignorano, quanto la realtà abbia superato i più foschi presagi dell'ultimo Marx. Il libro conquista il lettore dalla prima riga ricordandogli che il «flusso del capitale» è un fenomeno organico e impersonale, una forma di fisiologia culturale che nessuno in realtà controlla, benché da un'epoca all'altra abbondino quelli che, da ricchi al comando, se ne sono avvalsi per arricchirsi di più, indirizzando e guidando opportunamente il «flusso». Harvey, del resto, non usa a vuoto la parola «flusso»: al fondo del suo ragionare sta una metafora molto antica del denaro, quella della circolazione sanguigna.
Come Bernardino da Siena nel Quattrocento, Bernardo Davanzati nel Cinquecento, e poi John Toland e Ferdinando Galiani, fra Sei e Settecento, Harvey coglie in effetti con questa metafora, dipendente da una rappresentazione castale e poi classista delle società umane rappresentate come organismi gerarchici (anche se la divisione in caste e in classi, di cui Harvey mostra la perversa disumanizzazione, piaceva invece alquanto a Bernardino, Davanzati, Toland e Galiani) quanto di profondo e inesorabile vi sia in un processo di accumulazione che nel corso del tempo ha fatto del denaro circolante non soltanto un equivalente universale, ma anche un oggetto perfettamente astratto, maneggiabile e raccontabile con le parole, apprendibile con la mente prima che con le mani, una matematica concreta in grado di numerare il valore e la dignità delle vite. La cosa, nell'aspra realtà di tutti i giorni, più vicina ad un puro Spirito. Uno Spirito, però, come tutti gli Spiriti evocati dalle culture che hanno padroni e signori, estremamente duttile e servizievole nei confronti di chi ne conosca i segreti e le magie, e dunque sappia spiegarne, a chi non li sa, i fascini e le promesse.
Harvey fa capire molto bene, a chi legge, sino a che punto il denaro come oggetto «dematerializzato» funziona al servizio di chi ha potere sociale in una logica che, mentre accresce la ricchezza dei più ricchi a spese dei meno forti e dei più poveri, coincide con una volontà di potenza e di conquista molto tipica di un Occidente cristiano caratterizzato dalla tensione a universalizzarsi, o, come oggi usa dire, a globalizzare i propri valori e a invadere ogni spazio geografico e mentale possibile.
Gli «spiriti animali»

La faccenda ha a che fare, osserva limpidamente Harvey, con una impostazione economica che si realizza in termini di conquista maschile del mondo: «La conquista dello spazio e del tempo e la supremazia sul mondo (sia sulla "madre Terra" sia sul mercato mondiale) appaiono, in molte fantasie capitaliste, come espressioni rimosse ma sublimi del desiderio sessuale mascolino e della fede carismatica e millenaristica. È questa la fede ossessiva che incita gli "spiriti animali" dei finanzieri in un crescendo di euforia? È questo il motivo per cui così tanti maghi della finanza e gestori di hedge fund sono maschi? È così che ci si sente quando si specula sull'intero valore di moneta neozelandese in un'unica operazione? Che potere straordinario di cavalcare il mondo e di piegarlo al proprio volere!».
Che la questione non sia un fuoco di artificio degli ultimi trent'anni, e che nemmeno sia tutta determinata dalla rivoluzione industriale, che insomma la megalomania capitalista oggi esplosiva e distruttiva («quella che oggi chiamiamo globalizzazione è da sempre nelle mire della classe capitalista» ci dice francamente Harvey, dopo una fulminante citazione dal Manifesto del partito comunista di Marx e Engels) affondi le sue radici in antichi e a volte dimenticati deliri di onnipotenza religiosa ed economica prodotti in quella che fu la piccola Europa preindustriale non è un mistero per Harvey. Una cultura economica che ha come obiettivo indiscutibile di «conquistare la terra intera come suo mercato» (come scriveva Marx nei Lineamenti fondamentali dell'economia politica, e Harvey riprende) non è forse intrisa di teologia, seppure lo neghi rivestendosi di statistiche e di elucubrazioni sulla «felicità» dei consumatori?
Economia iniziatica

È tuttavia consapevole, il nostro economista-geografo, del fatto che questo discorso è un po' tabù, anche a sinistra, dato che il dogma storiografico-economico oggi ancora imperante recita che tutto è cominciato al massimo l'altro ieri. Ma proprio la tarda fase dello sviluppo capitalista, con i suoi enigmi riguardo alla produttività infinita eternamente ricreabile, e le sue mitologie di ricchezza senza fine, con lo stuolo di vittime che trita nei suoi ingranaggi (vittime e poveri da sempre necessari come serbatoi di manodopera, ma oggi sempre più indispensabili a un capitale che si riproduce a ritmi vertiginosi e al prezzo di disoccupazioni e sottoccupazioni di massa), proprio la fase nella quale viviamo, di desertificazione di continenti, monoculture devastanti, truffe orchestrate da una finanza planetaria che gli Stati spalleggiano per mezzo delle istituzioni bancarie e di cui la massa anonima dei consumatori affogati nei debiti paga il prezzo: tutto questo, al di là dell'economia degli economisti, neo-liberal o no, ha bisogno di storia, e cioè di spiegazioni.
Per fare e per cambiare, in definitiva bisogna capire perché siamo arrivati fino a qui. E Harvey, coraggiosamente, poiché il suo fine è prospettare una via che possa essere percorsa dalla maggioranza, finalmente alleata, «degli insoddisfatti, degli alienati, degli indigenti e degli espropriati» («Che fare? E chi lo farà?»), indica chiavi e ragioni che sciolgano gli enigmi di un'economia iniziatica fondata sul consenso devoto delle sue vittime e illuminino i misteri della religione del capitale. «Man mano che si affermava, il capitalismo portava al suo interno molteplici tracce delle diverse condizioni in cui si era compiuta la trasformazione verso il nuovo assetto. Forse si è attribuita troppa importanza al ruolo svolto dal protestantesimo, dal cattolicesimo e dal confucianesimo, con le loro diverse tradizioni, nel determinare le diverse configurazioni del capitalismo in varie parti del mondo; ma sarebbe sconsiderato suggerire che tali influenze siano irrilevanti o persino trascurabili». Il tono è piacevolmente timido e garbato, ma il concetto è chiaro.
Pulpiti e accademie
Per approfondire il dramma delle povertà mondiali, dell'indebitamento cronico di milioni di persone ipnotizzate da una logica dei consumi il cui obiettivo finale è far pagare alla folla dei consumatori-sudditi il prezzo delle speculazioni dei signori della finanza, bisogna cominciare a domandarsi da quale dimensione del tempo e dello spazio arriva l'odierno modo di vivere il denaro: e quali ferrei collegamenti connettono il capitale post-moderno e il «connubio Stato-finanza» che lo caratterizza, al lungo passato europeo di un'economia signorile e teologica fondata sul diritto supremo e divino dei «felici pochi» di arricchirsi a scapito della maggioranza dei fedeli/subalterni. Presentandosi, in più, come garanti carismatici di un «bene comune» descritto dai pulpiti e dalle accademie come la prima tappa verso una Salvezza eterna e luminosa.
Il flusso interrotto della ricchezza
La moneta sonante di una crisi
sull'orlo di un'apocalisse culturale
di Benedetto Vecchi

La figura dello «Stato-finanza», lo sviluppo fondato sul debito, l'accumulazione per esproprio. Un percorso di ricerca tra innovazione e continuità

La globalizzazione non è un mostro senza testa, come spesso è descritta da chi l'avversa. Presenta una logica ferrea, talvolta spietata nel distruggere legami sociali, costituzioni materiali consolidate, ma tuttavia fin troppo evidente nel perseguire l'obiettivo di garantire un «flusso» di merci, denaro, capitali. Sia ben chiaro, siamo distanti anni luce da qualche «piano del capitale» definito a tavolino in qualche stanza del potere mondiale, sia esso incarnato dal Wto, la Casa Bianca, il Fondo monetario internazionale o la sempiterna Trilateral, perché se l'obiettivo è chiara, diverse sono le strade per raggiungerlo. Il Capitale procede un po' a tentoni, sperimenta, corregge, cambia direzione. Ultimamente ha anche uno straordinario strumento nelle sue mani per riuscire nel suo intento, la finanza, luogo di governo e di innovazione negli strumenti di governo della globalizzazione.
Chi scrive ciò non è un suo apologeta, bensì un critico, che non è un economista, né un filosofo, bensì un geografo che molto ha fatto nel porre il problema dello spazio altrettanto importante di quello del tempo nella critica dell'economia politica. David Harvey è infatti un marxista atipico rispetto al panorama anglosassone. Lo si potrebbe definire un innovatore in ferrea continuità con la tradizione marxista. Esempio di questa tensione ad adeguare una cassetta degli attrezzi, ritenuta da gran parte dei suoi contemporanei talmente corrosa dal tempo da essere inservibile, sono i suoi precedenti libri. Da La crisi della modernità a L'esperienza urbana (entrambi pubblicati da Il saggiatore), da Neoliberismo e potere di classe (Allemandi) a Breve storia del neoliberismo (Il Saggiatore), il suo percorso di ricerca si è sempre misurato con la tendenza «globale» del capitalismo. A riprova di ciò, il concetto di accumulazione per espropriazione introdotto da Hervey aiuta a comprendere il perché il capitalismo, nel plasmare l'intero pianeta a sua immagine, deve continuamente valorizzare capitalisticamente ambiti della vita (la salute, la conoscenza, il desiderio) e della natura (l'acqua, la Terra) per plasmare a sua immagine l'intero pianeta. Tema ben presente nelle sue lezioni su Il capitale di Marx postate su YouTube e diventate un vero best-seller della Rete.
L'enigma del capitale, attraverso il concetto di flusso, interpreta il regime di accumulazione capitalista come un processo che deve mantenere sempre alta la domanda, attraverso il credito al consumo e sofisticati strumenti finanziari messi in campo allorquando c'è contrazione della domanda. È questa la parte più importante del libro, ma anche la più problematica. Anche qui non ci troviamo di fronte alla solita riproposizione della figura del finanza-parassita, ma al dispositivo che garantisce il flusso di capitale senza di quale la crisi assumerebbe le vesti di una apocalisse social, culturale e politica. Harvey, tuttavia, pensa alla finanza in quanto mero strumento tecnico, per quanto sofisticato, come ad esempio quello della «cartolarizzazione del debito, che non entra mai in relazione con quanto accade nella realtà sociale. Da questo punto di vista l'introduzione della nozione di «Stato-finanza» non scioglie l'Enigma del Capitale, bensì lo rende più oscuro.
Infatti, la finanza, proprio in quanto strumento di governance del regime di accumulazione capitalistica, trova alimento proprio in quanto avviene nella società e nelle dinamiche attinenti al riproduzione del regime di accumulazione. L'indebitamento individuale, l'investimento di fondi pensione (cioè salario differito) nella finanza attiene cioè a due aspetti sempre più rilevantinell'economia globale: garantire un standard di vita convenzionalmente definito dai rapporti sociali che verrebbe meno a causa del mancati aumenti salariale; e allo stesso tempo accedere a beni e servizi - la casa, la salute, la formazione - negati dalla dismissione del welfare state.
Ha frecce nel suo arco Harvey quando sostiene che la finanza è anche il modo usato per trovare sbocco ai profitti accumulato nel processo produttivo (la cosiddetta economia reale). Ma il flusso di capitale si interrompe perché entrano in campo domande sociali che vogliono essere soddisfatte attraverso la leva finanziaria. È questo il vero enigma del capitale che lo Stato, così come la finanza, tendono a farlo rimanere tale e preservarlo dalla dinamiche sociali maturate dentro e contro il regime di accumulazione capitalista.
David Harvey sale in cattedra
Le lezioni del «Capitale» di Marx
sono diventate un bestseller della Rete

Tra il 2004 e il 2006 David Harvey tenne lezioni sul «Capitale» di Marx. Per tredici volte lo studioso e si presentò di fronte a una platea di giovani studenti e spiegò l'opera di un autore non amato dall'accademia statunitense. A ogni lezione il numero dei partecipanti aumentava e molti rimasero fuori dall'aula. Harvey, che era stato ripreso, decise di mettere on-line le lezioni nel suo sito (davidharvey.org). Le lezioni sono state viste da oltre 250mila visitatori del sito. Altrettanto numeroso è il numero di chi reperì le video-lezioni su YouTube, scaricandole. Da quell'esperienza è nato anche un cartone animato, elaborato dopo il 2008 per raccontare come Marx spiega la crisi del capitalismo. Anche in questo caso il successo è stato ben al di là delle più rosee previsioni.

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