Referendum
. Un nuovo modello di sviluppo, questo l'obiettivo dei SI
Ugo Mattei
Un appello a partecipare a un evento il cui significato va molto al di là delle ragioni meramente tecniche: deve prevalere il valor d’uso o il valore di scambio? Il manifesto, 10 giugno 2011
Siamo vicinissimi al quorum e con un ultimo sforzo possiamo farcela. Le circostanze ci sono favorevoli. L'incredibile autogol prodotto dal tentativo di scippare il referendum pesa sugli umori del fronte del no. Ma è importante che l'allargamento del perimetro del sì non faccia perdere di vista l'essenza politica di questo voto: un'inversione di rotta rispetto a un ventennio di politiche liberiste e un modello di sviluppo nuovo, fondato sulla qualità della vita e finalmente libero dalla schiavitù del Pil, del pensiero economico mainstream dei Draghi e dei poteri forti, del falso realismo conservatore. Un sì che legittima politicamente la realizzazione delle idee (sul manifesto del 7 giugno Viale ne ha esposte alcune di grande importanza) che ci possono consentire di uscire davvero dalla crisi. Tutti quei sì metteranno all'ordine del giorno la riforma del servizio idrico proposta dai Forum con la legge di iniziativa popolare mai discussa in Parlamento, e la riforma della proprietà pubblica della Commissione Rodotà, a sua volta giacente in Senato, che per prima definisce giuridicamente i beni comuni.

Il modello di sviluppo attuale ha causato Fukushima e la crisi economica che colpisce i più deboli. Un modello figlio del tatcherismo e della destra liberista degli anni ottanta e che in Italia è stato sdoganato anche a sinistra all'inizio della cosiddetta Seconda repubblica: in Toscana ed Emilia l'acqua ha subito le prime privatizzazioni, rese possibili dalla legge Galli. L'ingresso dei privati nei servizi pubblici, pur in quote minoritarie, porta sempre con sé un amministratore delegato attento solo al profitto di breve periodo. Al pubblico resta il Presidente, una figura politica scelta al di fuori di qualunque criterio di competenza specifica. Certo, il pubblico ha dei limiti, siamo i primi a riconoscerlo, ma rinunciare a individuarne la natura istituzionale al fine di correggerli è una resa al privatismo che gli italiani non possono più accettare. Il pubblico va curato insieme, con umiltà, dedizione e fantasia istituzionale. Smantellarlo a favore del privato è una scorciatoia pigra, cinica e disonesta che vogliamo sconfiggere per sempre.

Abbiamo iniziato la campagna di raccolta firme, in compagnia di migliaia di iscritti e militanti del Pd che si mobilitavano con noi nonostante i distinguo e le critiche dei D' Alema, dei Veltroni e dei Bersani. Tutti possono oggi cambiare idea e non siamo noi a offenderci perché ai talk show invitano solo politici di professione. Ma su una cosa non possiamo transigere, quali che siano le logiche della società dello spettacolo. Non è vero che quei milioni di voti che otterremo per il sì vogliono aprire una discussione sui territori per scegliere se l'acqua vada gestita in modo pubblico, privato o misto. Il senso della scelta è chiaro fin dal 12 gennaio, quando la Corte ha ammesso i nostri due referendum. Tutti i sì che riceveremo sull'acqua bocciano senza appello e per sempre i sistemi privatistici nel governo dei beni comuni, riconoscendoli come beni da porsi fuori commercio, le cui utilità sono funzionali alla soddisfazione di diritti fondamentali della persona e che vanno governati anche nell'interesse delle generazioni future (è l'essenza della definizione che ne diede la Commissione Rodotà).
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