Dall’Eur alla Falchera la svendita è in agguato
Vittorio Emiliani
Questo governo Berlusconi sostenuto dai cosiddetti “responsabili” (ma di che?) continua a commettere atti irresponsabili nei confronti del paesaggio: urbano, extra-urbano, agrario, marittimo che sia. Pesa ancora la totale latitanza dell’ex ministro dei Beni culturali Sandro Bondi, “il fantasma del Collegio Romano”, il quale ha lasciato marcire, fra le tante cose, la co-pianificazione Stato-Regioni imposta dal Codice per il Paesaggio. Dopo che aveva ceduto a tagli, indebolimenti, ridimensionamenti e commissariamenti straordinari. Ora, sempre in nome del “rilancio dell’economia” – per il quale la sola ricetta berlusconiana sembra essere il sempiterno binomio Cemento&Asfalto – il Decreto legge n.70 del 13 maggio prevede almeno due pozioni avvelenate per il nostro già deperito patrimonio. La prima riguarda l’edilizia del Novecento di proprietà pubblica (ma anche religiosa e no-profit) evidentemente per dare un robusto aperitivo “federalista” agli Enti locali ai quali, soprattutto nell’ultima fase del fascismo e in quella della ricostruzioni postbellica è andata una cospicua eredità immobiliare. L’altra concerne le spiagge demaniali soggette a concessione per le quali si è ridotto il periodo inizialmente previsto dagli scandalosi 90 anni a 20 anni (che comunque non sono poco) introducendo però il diritto di superficie e quindi la possibilità di nuove edificazioni.
Dalla legge Nasi del 1902 alla legge Rosadi del 1909, alla legge Bottai del ’39 (che inglobò in gran parte le norme giolittiane), fino all’ultima versione del Codice per il Paesaggio (prima Urbani, poi Buttiglione, infine Rutelli-Settis) si è sempre prevista una tutela specifica per gli edifici di pregio architettonico con almeno 50 anni di vita non ancora vincolati. Improvvisamente questa linea normativa è stata cancellata dal solito Tremonti il quale, con decreto legge n.70, ha allungato i termini a 70 anni. In tal modo viene esposta a gravi pericoli di manomissione, trasformazione o vendita una parte fondamentale dell’architettura italiana fra guerra e dopoguerra. Le “firme” di pregio che rischiano seriamente sono quelle di Franco Albini, Giovanni Astengo, Giancarlo De Carlo, Ignazio Gardella, Studio BBPR (Banfi, Belgiojoso, Peressutti, Rosers), Adalberto Libera, Pier Luigi Nervi, Ludovico Quaroni, Giuseppe Samonà e di tanti altri ancora.
Si tratta spesso di interi quartieri come il QT8 di Milano, il Quartiere INA di Cesate (Milano), la Falchera di Torino, l’INA-Casa del Tiburtino a Roma, le Torri INA di viale Etiopia sempre a Roma, il Borgo La Martella (Unnra Casa) di Matera, ecc. E ci sono in ballo le grandi opere predisposte per le Olimpiadi di Roma 1960 con due capolavori di Nervi come il Palazzetto dello Sport e lo Stadio Flaminio (inaugurato nel ’59), lo stesso Palazzone all’EUR (Nervi e Piacentini), o come l’interessante Villaggio Olimpico di Libera, Luccichenti, Cafiero e Monaco.
In un appello rivolto al ministro Giancarlo Galan dall’Associazione fra i tecnici del Ministero, dalla “Bianchi Bandinelli” e dal Comitato per la Bellezza, si chiede che il nuovo titolare del Collegio Romano dia concretamente corso, in sede parlamentare, all’impegno preso davanti al Consiglio Superiore dei Beni Culturali di “fare il possibile” per eliminare le trappole del Decreto legge n.70. Anzitutto, riportando ai 50 anni il periodo dal quale far scattare la salvaguardia. Poi eliminando la norma in base alla quale i detentori di beni immobili vincolati vengono sottratti all’obbligo di notificare alle Soprintendenze il trasferimento ad altri di quegli stessi beni al fine di consentire agli uffici dello Stato di averne una mappa aggiornata. Infine cancellando il solito silenzio/assenso (una vera fissazione dei governi Berlusconi) rispolverato dal decreto qualora in 90 giorni gli uffici di tutela non rispondano alla richiesta di autorizzazione per progetti che ricadano in zone con vincolo paesaggistico. E’ vero che tale disastrosa innovazione entrerà in funzione quando saranno stati approvati i piani paesaggistici e il parere delle Soprintendenze da vincolanti diverranno obbligatori, e però la regola del silenzio/assenso va respinta, oggi, a priori.
C’è un altro “pilastro” del confuso e avvelenato Decreto Tremonti che occorre modificare a fondo: quella sugli arenili demaniali a privati. Il governo aveva “sparato” l’assurda durata di 90 anni. L’intervento del Capo dello Stato l’ha ridotta a 20 anni e però è rimasto quel diritto di superficie – in luogo del diritto di concessione - che promette soltanto altro cemento sui nostri già tanto compromessi litorali. Si pensi che in Adriatico, su 1.240 Km di spiagge, le dune sopravvissute, a uno o più cordoni, rappresentano appena il 9 % del litorale, pur ricomprendendovi il delta del Po e il Conero, che a Ostia il 90 % delle sponde risulta, legalmente o abusivamente, cementificato e sbarrato e che fra Palermo e Punta Raisi non c’è da anni un solo accesso al mare…Cosa si vuole di più e di peggio?
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