Le più vivibili? Troppo noiose così all’ordine preferiamo il caos
Enrico Franceschini
Anche al netto delle semplificazioni giornalistiche, i giudizi sull’ultima graduatoria internazionale di città proposti da la Repubblica, 10 maggio 2011, richiedono una breve postilla (f.b.)
Affacciata sull’oceano Pacifico, circondata dalle montagne, né troppo grande né troppo piccola, ben governata, con bassa criminalità e buone strutture sociali, Vancouver è da anni al primo o ai primissimi posti delle classifiche sulle "città più vivibili" del pianeta, compilate da esperti, commissionate da riviste come Economist, Monocle, Forbes, lette con interesse da tutti. C’è un solo problema in questo tipo di graduatorie: chi vorrebbe "veramente" andare a vivere a Vancouver? Con quel freddo? Così lontana? Così poco eccitante? La sua "vivibilità" non è per caso sinonimo di noia?

L’interrogativo viene posto questa settimana dal Financial Times, che ha chiesto al proprio critico di architettura, a una giuria autorevole e in un sondaggio ai propri lettori di considerare il problema. "Liveable vs lovable", città vivibili contro città amabili, lo riassume sin dal titolo il più importante quotidiano finanziario d’Europa. Significa, in sostanza, che gli indici usati per determinare le città in cui si vive meglio nel mondo producono sempre più o meno gli stessi nomi: Vancouver, appunto, e poi Vienna, Zurigo, Ginevra, Copenhagen, Monaco di Baviera. Per lo più tutte di medie dimensioni, situate nel nord del globo, spesso nei paesi scandinavi. Ma dove sono le folle di immigrati o espatriati (versione benestante dell’immigrazione) che corrono verso simili destinazioni? E come è possibile che invece le città amate da tutti, New York, Londra, Parigi, Berlino, Hong Kong, ma pure Roma, Istanbul, Rio de Janeiro, non figurano mai in quelle classifiche?

«C’è una contraddizione di fondo», sostiene Joel Kotkin, docente di sviluppo urbano alla Cambridge University. «Sono stato a Copenhagen (numero due della graduatoria di quest’anno di Monocle sulle città dove si vive meglio, ndr), ed è molto graziosa. Ma francamente dopo un giorno non sapevo più che fare. La domanda da porsi è: cosa rende grande una città? Se la vostra idea di una grande città è riposo, ordine, pulizia, allora Copenhagen e Vancouver vanno bene. Altrimenti no». Concorda Ricky Burdett, fondatore del Cities Programme alla London School of Economics: «Queste graduatorie forniscono sempre una lista dei posti dove nessuno vuole davvero vivere. Alla maggior parte della gente piace stare in città grandi e complesse, dove non conosci tutti e non sempre sai cosa ti riserva il futuro. Città che sono fonte di problemi e conflitti sociali, ma anche di opportunità e imprevisti».

Altro fattore: le città "vivibili" sono generalmente egualitarie, con un diffuso senso di soddisfazione, un ridotto gap ricchi-poveri. «Ma spesso è proprio la contrapposizione di ricchezza e povertà che rende una città dinamica, vibrante, un luogo di cambiamenti radicali, dove le vite si possono trasformare, in cui circolano nuove idee e si confrontano civiltà diverse», conclude Edwin Heathcote, il critico d’architettura del Financial Times. Morale: è facile essere efficienti quando sei una piccola città scandinava, dove tutti pagano (alte) tasse e sono mediamente benestanti. Tuttavia non è sorprendente che non ci sia la coda per andare a vivere a Stoccolma. Ecco perché, a dispetto delle classifiche sulle città dove si vive meglio, le città più amate sono altre: New York o Londra, mica Vancouver o Copenhagen. E per parlare di casa nostra, Roma o Milano, con tutti i loro difetti, mica Pordenone.

postilla
C’è qualcosa in comune fra il cantore a pagamento dello sprawl suburbano Joel Kotkin, l’archi-urban-star con ottime credenziali scientifiche Ricky Burdett, o il critico di architettura Heathcote? Sicuramente si, ed è il modo in cui viene posta la domanda, ovvero più o meno: vi interessano professionalmente le città abitabili della graduatoria? La risposta è no, per caso (non hanno particolari interessi a Vancouver, Copenhagen eccetera) o perché naturalmente interessa di più ciò che è contraddittorio, intricato, problematico.
Si ricasca insomma nella classica dicotomia fra chi esalta la città motore delle grandi trasformazioni epocali, senza tanto badare alla spremuta di lacrime e sangue che comporta (vedi il recente lavoro dell’economista Glaeser non a caso ripreso per confermare il Modello Milano) e il punto di vista di chi le contraddizioni le vive direttamente ogni giorno.
Più in generale: i ratings delle graduatorie sono verificabili, e possono piacere o no i criteri di giudizio. Le opinioni invece sono del tutto soggettive, rispettabili ma in sostanza campate per aria. E guarda caso giusto ieri usciva un altro rapporto, Cities of Opportunity , stavolta della Pricewaterhouse- Cooper, con criteri diversi e conseguente classifica sbilanciata sugli indicatori economici, dove spiccano New York Londra Berlino e compagnia bella (f.b.)

p.s. tanto per capire la differenza di prospettiva delle graduatorie di abitabilità rispetto alle più frequenti basate sullo sviluppo economico, le sedi di multinazionali ecc. si veda questo sistematico rilevamento periodico di iniziativa istituzionale sulle città e cittadine della Nuova Zelanda

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