"Il mio grattacielo a misura d’uomo: così può cambiare il volto delle città"
Renzo Piano
Con un percorso tecnico-progettuale l’architetto, intervistato da Enrico Franceschini , arriva a conclusioni condivisibili. Ma l’urbanistica è altro. La Repubblica, 15 aprile 2011 (f.b.)
È costato un miliardo di sterline (1 miliardo e 200 milioni di euro), «ma quando una città ti dà qualcosa, devi ridare indietro qualcosa alla città, in cambio della licenza per il grattacielo gli investitori hanno contribuito centinaia di milioni di sterline per risanare il quartiere circostante, rifacendo strade, giardini, trasporti pubblici». Il quartiere è London Bridge, vecchia zona dei docks, un tempo teatro di Jack lo Squartatore, in procinto di diventare una nuova faccia della Londra 21esimo secolo.

Eppure il principe Carlo critica le brutture del modernismo, qualcuno sostiene che lo Shard toglie spazio a una storica icona come la cattedrale di St. Paul. L’architetto sorride:
«Conosco il principe e ha ragione a dire che la modernità ha eretto tanti mostri. Anche il passato, se è per questo. Ma non è una buona ragione per non costruire più nulla, per non cercare soluzioni valide e affascinanti. Ci fu gente che criticò anche la cattedrale di St. Paul, quando la costruirono, e adesso è amata da tutti perché è un capolavoro».

La guarda ammirato, lì di fronte a noi, dal 45esimo piano.
«Vede? Non è scomparsa, non le facciamo ombra. Al contrario, questa torre porta intensità al panorama, porta scambio tra passato e presente». Allora Londra è un modello per le città future? «È un modello perché è una moderna torre di Babele, dove si riuniscono tutte le genti della terra e riescono a comprendersi, integrarsi. Ci sono decine di nazionalità anche fra i muratori dello Shard, anch’essi rappresentano un modello».

E l’urbanistica di domani?
«Deve smettere di costruire periferie, altrimenti un giorno tra Milano e Torino non ci sarà più neanche un metro di campagna. E deve umanizzare le periferie esistenti, mica si possono far scomparire, tantomeno lasciarle al degrado».

Come?
«Creando spazi pubblici che le rivitalizzino, senza scadere nel monumentale e nel retorico, aprendo una discussione tra la modestia del vivere e l’orgoglio urbano».

Un esempio?
«L’Auditorium che abbiamo fatto a Roma, prima era un parcheggio, in una zona praticamente morta, ora è rinata. Stringere la cintura urbana, anziché allargarla all’infinito. Cercare vie nuove, non solo in verticale ma con una visione di quel che serve alla gente: musei, biblioteche, luoghi di socialità condivisa».

Ma la maggioranza dell’umanità è urbanizzata: come evitare che le città diventino formicai?
«Per cominciare obbligando la gente a prendere i mezzi pubblici e creando una rete di trasporti funzionante. Lo Shard ha solo 42 posti macchina. Perché passa di fianco a una stazione ferroviaria, due linee della metropolitana, venti di autobus. All’auto bisogna rinunciare».

L’altro dilemma del futuro è l’energia, come far funzionare le nostre città senza inquinamento e sprechi?
«Ci sono ricerche di lunga durata, in campo spaziale, medico, energetico, da cui nascono nuove invenzioni. Lo stesso vale con l’architettura. Un grattacielo come questo, pensato per sfruttare energia solare e consumare meno, è un passo avanti verso un futuro sostenibile».

Torniamo in ascensore, su e giù: si tappano le orecchie, come in aereo.
«In cima metteremo un luogo di meditazione multiconfessionale, luogo laico di raccoglimento e silenzio per tutti. Per far affiorare le affinità globali, le stesse che devono emergere nella grande città che sta intorno al grattacielo. Perché venire quassù è anche un’esperienza metafisica, è come guardare da una terrazza panoramica le tracce della vita».

Linguaggio poetico, architetto.
«C’è un misto di pragmatismo e poesia nel mio mestiere. La scienza di costruire ripari per l’essere umano, ma anche l’arte di dare una risposta ai sogni umani. Bisogni pratici e anche emozione. Un mestiere che affonda nell’alba dell’uomo, cacciatore, contadino e costruttore. Il "male della pietra", come mio padre chiamava l’architettura».

Renzo Piano è il più prolifico architetto del mondo, vincitore del Pritzker, il Nobel dell’architettura, nella sua lunga carriera ha disegnato il Centro Pompidou a Parigi e la sede del New York Times a Manhattan, ha fatto musei, sale concerto, aeroporti, a Berlino, Sidney, Osaka. Ora, mentre finisce il grattacielo londinese, è già impegnato con altri due progetti, il campus della Columbia University a New York e la nuova biblioteca di Atene.

Che consiglio darebbe a un giovane architetto, a chi seguirà le sue orme per disegnare la città futura?
«Avere buoni maestri e poi mollarli, ribellarsi, il metodo migliore di trovare se stessi. Non fidarsi dell’accademia, avere il coraggio di rischiare, perché progettare è sempre un’avventura dello spirito. Infine imparare a guardare nel buio, accettare di restare sospesi tra ciò che ricordi, che sai e che puoi scoprire; tra la memoria e l’oblio, come scriveva Borges. Accettare di vivere in uno stato di ansia, perché solo dall’ansia nascono creatività, sorprese, nuova vita». Vale per il suo mestiere, architetto, ma anche per molto altro, per le relazioni umane, per l’amore? «Vale per tutto e naturalmente anche per l’amore».

Nota: bravissimo l'archistar a comunicare e sintetizzare in pochi slogan efficaci la sua idea di città. E però tocca non scordarsi mai che le cose sono, come dire, un po' più complicate, no? (f.b.)

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