Per essere si deve essere stati?
Vezio De Lucia
Nell’economia, nella ricerca, nella scienza precipitiamo ...
Nell’economia, nella ricerca, nella scienza precipitiamo all’indietro. Qualcuno ricorda gli anni d’oro del dopoguerra? Gli anni del miracolo economico italiano. Tanto per dire: l’Oscar del «Financial Times» alla lira ai tempi di Donato Menichella; il calcolatore di Olivetti, prima degli americani; la plastica di Giulio Natta; il Cnen di Felice Ippolito; l’Eni di Enrico Mattei; il sincrotrone di Edoardo Amaldi; le innovazioni dell’Iri (senza dire del cinema e delle arti). Poi le cose sono andate come sappiamo e ci troviamo oggi agli ultimi posti in Europa. Allora? Non ci resta che piangere? Che altro ci resta?

Ci resta la Storia. Non nel senso che dobbiamo ritirarci nella memoria rinunciando al domani ma, al contrario, adoperando la storia come motore per il futuro. Specialmente per il futuro delle nostre città.

Pensavo queste cose partecipando nei giorni scorsi all’affollata presentazione di un magnifico libro, «Il teatro di Neapolis», curato dalla soprintendenza archeologica, dal comune e dall’università Orientale di Napoli. Un libro che racconta e documenta accuratamente il lungo lavoro, avviato dopo il terremoto del 1980 da un gruppo di benemeriti studiosi – Bruno D’Agostino, Ida Baldassarre, Roberto Einaudi integrato negli anni successivi da Stefano De Caro, Daniela Giampaola, Giancarlo Ferulano, Fabiana Zeli e altri – che stanno realizzando il recupero dell’antico teatro romano nel cuore della Napoli greco-romana. Una straordinaria impresa di archeologia urbana, alla quale collaborano da tempo, con sorprendente concordia, la soprintendenza, il comune e l’Orientale. Non si tratta di isolare l’antico monumento (come pure, molto recentemente, è stato proposto da uno storico dell’architettura autorevole come Renato De Fusco) ma di promuoverne la riscoperta, rispettando la storia della città e documentandola. Il teatro romano si trova infatti sotto la complessa stratificazione edilizia che si è formata nei secoli a partire dal tardo antico e i suoi resti sono adesso visibili al di sotto dell’isolato moderno. Parte della cavea è stata messa in luce nel giardino di via S. Paolo ed è già stata utilizzata per una prima rappresentazione teatrale.

Il recupero della città storica è uno degli obiettivi prioritari del piano regolatore di Napoli che all’uopo prevede appositi piani attuativi, mentre per le ordinarie operazioni di conservazione edilizia sono previsti interventi diretti, regolati da norme fondate sull’analisi e la classificazione tipologica. L’archeologia urbana non è limitata al teatro romano, altre aree interessate sono l’acropoli, sopra piazza Cavour, ancora occupata dal vecchio policlinico, il complesso di Carminiello ai Mannesi, nei pressi di via Forcella, una parte delle mura aragonesi. Napoli è una città delle italiane in cui si pratica in modo rigoroso la procedura dell’archeologia urbana. A Roma il progetto Fori – che prevedeva di smantellare la via dei Fori, quella voluta da Mussolini per offrire uno sfondo imperiale alla sfilata delle truppe, e per vedere il Colosseo da piazza Venezia – è stato anch’esso seppellito.

È ora diffusa ovunque l’”archeologia derivata”, quella dipendente dalle opere pubbliche: parcheggi, metropolitane, strade, ferrovie, e via scavando. E quindi l’archeologia come sorpresa, come occasione eterodiretta, decisa altrove, “non conseguente a una domanda di ordine storico” (Piero Guzzo). Il “rischio archeologico” come il rischio geologico, la ricerca archeologica come lo sminamento, come la bonifica, spesso solo un costoso intralcio alle opere pubbliche. Con l’inevitabile corredo di vetrine, finestre, piccoli recinti specializzati, dall’esito estetico insignificante, dove sono esposti i resti recuperati e spesso incomprensibili,

Anche se, intendiamoci, l’archeologia derivata contribuisce lo stesso alla conoscenza e importanti risultati sono stati raggiunti proprio a Napoli grazie ai lavori della metropolitana seguiti da Daniela Giampaola: l’antico porto di piazza Municipio, la fortificazione bizantina di piazza Bovio. Ma l’archeologia che serve alle nostre città e al paesaggio è l’archeologia urbana, componente vitale dell’urbanistica moderna. Secondo me all’archeologia urbana si deve riconoscere addirittura un valore integrativo e sostitutivo – se volete di supplenza – nei confronti dell’urbanistica propriamente detta. È un argomento secondo me attuale e importante, da riprendere e sviluppare più estesamente in altra occasione. Qui mi limito a schematizzare che purtroppo, come sappiamo, l’urbanistica è una disciplina in via di rimozione, negletta, talvolta vilipesa, e con essa sono in discredito obiettivi una volta indiscutibili, lo spazio pubblico, il bene comune, il diritto alla città. Perciò è un’ottima cosa se questi stessi obiettivi sono parte di un progetto di archeologia urbana (si pensi ai parchi archeologici suburbani). L’archeologia, a differenza dell’urbanistica, è una disciplina che tutti gradiscono.

Sempre, nei momenti di crisi e di incertezza, quando non si capisce il futuro, ci si interroga sul passato.

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